La scelta di non abbandonare il monastero resta un segno di resistenza non violenta, capace di tenere insieme differenze religiose e umane. La loro storia, amplificata da inchieste documenti e film, alimenta un dibattito ancora aperto sulle responsabilità politiche e religiose. Il discorso del papa nella terra di Agostino richiama una memoria che vuole generare riconciliazione più che vendetta
La foto dei 7 monaci trappisti uccisi (Credit: Billel Bensalem/APP/NurPhoto via AFP)
Rapiti nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, le teste dei sette monaci venivano ritrovate il 30 maggio seguente lungo la strada nei pressi di Médéa, cittadina a una novantina di chilometri a sud di Algeri, non lontano dal loro monastero. I corpi non sono mai stati ritrovati.
La loro morte viene fatta risalire al 21 maggio, come indicato nel comunicato del Gruppo islamico armato (GIA) che ne rivendicò la responsabilità , sebbene tale versione sia stata negli anni contestata da inchieste giornalistiche e testimonianze.
Trent’anni dopo, il 13 aprile 2026, papa Leone XIV – primo pontefice nella storia a visitare l’Algeria – ha reso omaggio alla loro memoria nella Basilica di Nostra Signora d’Africa ad Algeri, definendo il sangue dei diciannove martiri d’Algeria «un seme vivo che non smette mai di dare frutto». Un tributo dal significato anche personale: la festa di quei martiri cade l’8 maggio, giorno della sua elezione al pontificato.
«E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Insc’Allah».
Così si conclude il testamento spirituale di frère Christian de Chergé, priore del monastero trappista di Tibhirine, che porta le date del 1° gennaio 1994 e del 1° dicembre 1993, anniversario della morte, nel 1916, di frère Charles de Foucauld, il fratello universale canonizzato da papa Francesco, ucciso nel suo eremo a Tamanrasset nel deserto algerino. Frère Christian immaginava di presentarsi con il suo assassino al trono della misericordia.
Il voto cancellato e il decennio nero
A fine anni Ottanta, la crisi economico-politica dell’Algeria aveva portato alla vittoria del Fronte islamico di salvezza (FIS) al primo turno delle elezioni legislative del 1991. L’esercito prese il potere, annullò il voto e insediò Mohamed Boudiaf come presidente. Ucciso l’anno dopo, il paese piombò nel caos: iniziava quel «decennio nero» che si sarebbe concluso con almeno 150mila morti, tra cui un centinaio di imam.
Il GIA nell’ottobre 1993 intimava agli stranieri di lasciare il paese entro un mese. L’8 maggio 1994 cadono i primi due religiosi cristiani: nella biblioteca animata da frati e suore nel cuore di Algeri, i terroristi sparano alla nuca di suor Paul-Hélène Saint-Raymond e in faccia a fratel Henri Vergès. La piccola comunità cattolica si sente sotto attacco. Restare o partire? I vescovi rispondono con chiarezza: «La Chiesa non prenderà mai la decisione di partire».
Alla fine i religiosi vittime della mattanza saranno 19, di cui sei suore. L’ultimo sarà il vescovo di Orano, il domenicano Pierre Claverie, assassinato insieme a Mohamed Bouchikhi, il ventunenne autista e amico musulmano, con una bomba all’ingresso del vescovado. Oltre ai francesi, si contano un belga, due spagnole e una suora nata a Tunisi, in rappresentanza di otto diversi ordini religiosi.
Mentre l’Algeria ha steso un velo di oblio su quegli anni, la Chiesa cattolica ha proclamato beati i suoi 19 martiri l’8 dicembre 2018 a Orano, prima cerimonia del genere in un paese musulmano. Nell’icona che li raffigura, dipinta da suor Odile de Santa Cruz, figura anche il giovane Mohamed, che papa Francesco non avrebbe esitato a includere tra i beati se solo avesse espresso il desiderio di farsi cristiano.
Il vescovo di Orano del giorno della beatificazione, oggi arcivescovo di Algeri, il cardinal Jean-Paul Vesco, tiene a sottolineare che quei martiri sono morti in solidarietà con i musulmani, insieme a loro, non a causa loro.
La storia diventata un film
Un esempio luminoso lo hanno dato in particolare i sette monaci di Tibhirine, la cui storia è al cuore di Uomini di Dio (Des hommes et des dieux), il film presentato a Cannes nel 2010 con il Grand Prix speciale della giuria.
Quel monastero, arroccato sulle montagne dell’Atlante a pochi chilometri da Médéa, è guidato dal 1984 da frère Christian de Chergé. Consapevole del pericolo, decide con i suoi monaci di restare.
I rapiti dai «fratelli della montagna» – come chiamavano i terroristi – sono: il priore Christian; Luc Dochier, 82 anni, medico che curava la gente della regione e ironizzava sul «mal di gola» della comunità al pensiero degli sgozzamenti; Bruno Lemarchand, 66 anni, giunto quella notte dal monastero in Marocco dove prosegue oggi la storia di Tibhirine; Michel Fleury, 52 anni; Célestin Ringeard, 62 anni; Paul Favre-Miville, 55 anni; Christophe Lebreton, 45 anni.
Nel suo testamento, frère Christian è cosciente che la sua morte sembrerà dare ragione «a quelli che mi hanno frettolosamente trattato da ingenuo o da idealista». Ma non è così: «Se piace a Dio – scrive – potrò immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam così come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito».
A chi in Francia chiedeva cosa ci facessero «laggiù», mons. Claverie rispondeva: «Stiamo lì come al capezzale di un amico, di un fratello ammalato, in silenzio, mentre gli stringiamo la mano, mentre gli asciughiamo la fronte».
Risponderebbe allo stesso modo ancora oggi, perché per la piccola comunità cristiana d’Algeria – composta soprattutto da espatriati subsahariani in un oceano musulmano – quella terra è casa loro, dove non hanno alcun potere né interessi da salvare: solo il popolo algerino con cui condividere la vita e la speranza di ogni giorno.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 michelatrevisan
Source link




