Crescere non è invecchiare. È, semplicemente, tempo che passa, e una infinita sommatoria di scelte, nostre e di altri, consapevoli o meno, che ci portano qui dove siamo ora.
Fabrizio Tesseri
Disclaimer: Questa non è una recensione, è una scusa per parlare d’altro.
Zercocalcare ha ormai raggiunto, meritatamente, una grande popolarità anche fuori dei confini “della nazione”, ben oltre il Grande Raccordo Anulare, alla faccia di quelli che in Italia, all’uscita di Strappare lungo i bordi, la sua prima serie animata su Netflix, ci ammorbarono per settimane con il loro “però parla troppo romano e non si capisce”. La sua ultima serie, Due Spicci, Netflix per il mercato inglese l’ha titolata “My two cents”.
Ecco, vorrei prima di tutto dire che abbiamo passato una vita a sdilinquirci per le improbabili traduzioni di certi titoli di film e libri dall’inglese all’italiano, talvolta talmente fuori fuoco e contesto che anche il contenuto non riusciva a staccare la nostra percezione da quel titolo venuto male, e finiva che ci sembrava di leggere un altro libro, vedevamo un film diverso.
Stavolta è il contrario, perché per me il titolo inglese è la traduzione letterale di quello italiano, ma ne perde o modifica il significato, mantenendo solo apparentemente il significante, se posso premettermi di sbrodolare un momento su un livello altissimo.
Sì, perché “due spicci”, dentro il raccordo, non ha lo stesso significato che fuori e non ce l’ha perché è diverso il significante e perché spesso il significato cambia anche solo per l’intonazione, il contesto d’uso.
Per rispondere a qualcuno o dire con ironia del costo troppo alto di qualcosa, come dell’ultima Ferrari Luce, per esempio, proposta al modico prezzo di 500mila euro, si dice “Du’ spicci!”, mentre al contrario, per dire di un minimo che sarebbe necessario, si può dire “metticeli du’ spicci d’attenzione” oppure, come nella serie, “pigliateli du’ spicci de responsabilità”
Ormai l’uso del romano fuori Roma, la spiegazione ai non madre-lingua, è diventato un genere letterario e commerciale: pagine social che spiegano l’idioma, i modi di dire, i nomi dei posti, t-shirt con stampate accurate definizioni da Devoto-Oli all’amatriciana.
Il più delle volte sono espressioni colorite, a dir poco, varianti sulla parolaccia, un linguaggio poco urbano, direbbero quelli con la puzza sotto il naso. Giuseppe Gioachino Belli e il suo linguaggio, però, la sua poetica, erano dell’Urbe. Anzi, erano l’Urbe.
Restando più terra terra, pensate ai diversi usi, declinazioni e intonazioni dell’evocazione dei morti.
Non serve che sia più didascalico, vero? Stefano è un bravissimo e educatissimo ragazzo di Modena (in Italia siamo ragazzi fino al compimento del sessantacinquesimo anno d’età), con studi e frequentazioni milanesi, tanti anni di Roma non hanno scalfito la sua buona educazione e dettagliare qui l’uso di parolacce e imprecazioni sarebbe sconveniente.
Vabbè, questo per dire che “My two cents” non corrisponde, se non letteralmente, e soprattutto non significa, “Due Spicci”.
E non lo significa perché Zerocalcare nella sua serie non ci vuole dare affatto i suoi “two cents” su come funzionano il mondo, la vita, le persone. Anzi, è proprio il contrario. Zerocalcare parla di sé. E nel farlo, dipinge una bella fetta di una generazione, la sua, nato nel 1983, che però abbraccia un po’ anche la mia, che sono di una dozzina di anni più vecchio.
E usa un linguaggio fatto di segni, citazioni, rimandi, musica e colori, che sono quelli di chi è cresciuto negli anni Ottanta e Novanta.
Crescere.
È tutto qui in fondo. Così come in Stranger Things, di cui ho già scritto qui e che Zerocalcare cita esplicitamente e non solo.
Crescere, ma senza la pretesa di diventare adulti, qualunque cosa significhi.
Crescere ha a che fare soprattutto con la separazione, la sconfitta, la rinuncia, il cambiamento. Poche volte, per lo più senza che ce se ne accorga se non a posteriori, in mezzo alle sconfitte ci possono essere anche vittorie, piccole e grandi.
Crescere non è invecchiare. È, semplicemente, tempo che passa, e una infinita sommatoria di scelte, nostre e di altri, consapevoli o meno, che ci portano qui dove siamo ora.
Quando va bene riconosciamo il posto, ci orientiamo. Il più delle volte, però, noi nati tra il 1970 e i Mondiali dell’82, più o meno, sentiamo sempre un certo smarrimento, perché abbiamo pensato di costruire un Mondo che avevamo progettato nelle nostre teste e cuori e invece il Mondo che c’era ha manomesso noi, ci ha hackerato il sistema operativo e siamo ormai come le repliche dei giochi Arcade online, siamo il Campo Minato nel menù Start di Windows 95. Funzioniamo ancora, ma come la Simca 1000 di zio.
Parlo di me e dei miei amici, quelli con i quali stasera andrò a mangiare e bere qualcosa da qualche parte.
L’altra sera Francesca è tornata da Venezia, dove vive e lavora da vent’anni, e con lei Matteo. Ci saranno anche Pato, che fa la fotografa tra qui e la Spagna, e Marco, che ogni discussione con lui rischia sempre di finire in una litigata, perché Marco è radicale dentro, nel senso di bianco o nero, nel senso di giusto o ingiusto. È come una bussola, e una bussola indica sempre il Nord, mica il quasi Nord-est. E uno, quando si perde, quando non sa bene dove sta la parte giusta, ha bisogno di una bussola.
Marco, che mi ha aiutato a montare il letto ospedaliero, quello con le sbarre ai lati per non cadere, in camera di mio padre per la sua ultima notte, e a spostarlo di peso mio padre, se così si può dire, per quanto s’era fatto piccolo, con tutto il materasso. È stato anche grazie a lui se papà ha potuto dormire le ultime ore nella posizione di sempre che non riusciva più a prendere da mesi.
Quando sono arrivato la mattina dopo, aveva il viso disteso, quasi contento, finalmente.
Io, da parte mia, tra cambiamenti, evoluzioni, involuzioni, riflussi e finte rivoluzioni, sociali e personali, mi ritrovo molto in una frase di Allan Bennet, pronunciata nel giugno del 2014 in un intervento alla University King’s College Chapel: “One has only had to stand still to become a radical”.
Anche restando fermi, a volte, ci si muove, si cambia, quanto meno in termini relativi, rispetto agli altri e al mondo intorno.
Insomma, come avevo iniziato a dire, Due Spicci parla di Zerocalcare e della sua vita e, nel farlo, pure della mia, della nostra, in qualche modo.
E il senso di tutto, forse, è in un pippone che Zerocalcalre si fa nella sua testa, steso in un sacco a pelo, dentro una stanza, con gli occhi sbarrati in una notte tormentata:
“Io non lo so se dieci anni fa eravamo felici o se è tutta ‘na cosmetica della nostalgia e noi stavamo già su ‘na zattera alla deriva. Però almeno stavamo alla deriva insieme. Mo me sembra che pure se stamo tutti dentro a ‘sta stanza, i guai nostri non camminano più insieme. Ognuno st’anna’ pe’ i cazzi suoi e non ce sta più l’idea de ‘na soluzione che po’ vale’ pe tutti. Non è più ‘na zattera, stamo soli su ‘sti pezzi de legno fracico che s’allontanano sempre de più.”
Guardate la serie se non lo avete già fatto. Spero di non avervela rovinata.
Io, per scrivere queste poche cose ho già visto e rivisto dei pezzi, delle canzoni della colonna sonora, pronto al dibattito di stasera con una birra e il sarcasmo della stanchezza ma sempre pronti a “fare a fette l’elefante”.
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Fabrizio Tesseri
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