La prossima legge di bilancio si avvicina e il capitolo previdenza torna al centro del dibattito politico. Il governo Meloni deve sciogliere un nodo che non è solo tecnico ma anche di priorità: destinare risorse limitate a un fondo pensione per i nuovi nati oppure concentrarle sull’aumento degli assegni già in pagamento e sulle uscite anticipate dal lavoro. Due strade che rispondono a esigenze diverse, quella di costruire una previdenza complementare per le generazioni future e quella di alleggerire subito il peso di chi è già pensionato o vicino alla pensione. Con l’inverno demografico che avanza e i conti pubblici sotto stretta osservazione, la manovra 2026-2027 dovrà scegliere dove concentrare gli sforzi.
Il fondo pensione per i nuovi nati: la proposta da 1000 euro l’anno
L’idea più discussa nelle ultime settimane porta la firma del presidente dell’Inps, Gabriele Fava, che ha rilanciato la proposta durante l’evento “A tua difesa. Verso la finanziaria 2027”. Si tratta del cosiddetto Libretto di risparmio per i nuovi nati, uno strumento pensato per accompagnare ogni bambino dalla nascita fino all’ingresso nel mondo del lavoro. Secondo Fava, per avere davvero una funzione di “salvadanaio previdenziale” il libretto dovrebbe prevedere almeno mille euro l’anno versati dallo Stato per ogni neonato, non come un bonus che si esaurisce alla nascita ma come un impegno rinnovato negli anni, capace di crescere grazie alla capitalizzazione.
I numeri messi sul tavolo dall’istituto previdenziale parlano chiaro: con una media di circa 355mila nuovi nati all’anno, la misura richiederebbe uno stanziamento iniziale attorno ai 355 milioni di euro solo per la prima generazione coinvolta, una cifra che salirebbe progressivamente man mano che le generazioni di beneficiari si sovrappongono.
Non è l’unica ipotesi in campo. Un’altra versione allo studio del governo ridimensiona l’importo ma ne allarga la platea: un contributo pubblico di 50 euro al mese per i primi tre anni di vita, destinato ai bambini nati dal 2027, per un totale di 1800 euro a posizione. A questa somma potrebbero aggiungersi versamenti volontari delle famiglie, con il capitale destinato principalmente alla pensione futura ma con la possibilità, al raggiungimento della maggiore età, di utilizzarlo per spese universitarie, percorsi di formazione professionale o l’avvio di un’attività lavorativa. In questo caso la spesa stimata per il primo anno si aggirerebbe intorno ai 200 milioni di euro, destinata a crescere fino ad avvicinarsi al miliardo con il progressivo accumulo delle generazioni beneficiarie.
La conferma del governo
Non si tratta soltanto di una proposta tecnica lanciata dall’Inps. La ministra del Lavoro, Marina Calderone, ha confermato in Parlamento, rispondendo a un’interrogazione durante il Question Time alla Camera, che l’apertura di una posizione individuale alimentata da un contributo pubblico iniziale, con la possibilità di versamenti volontari successivi da parte della famiglia, rappresenta una delle opzioni realmente al vaglio del governo. L’obiettivo dichiarato è anticipare il momento in cui si comincia a costruire la sicurezza economica della persona, sfruttando l’effetto della capitalizzazione su un orizzonte temporale molto lungo.
Restano però ancora da definire alcuni aspetti decisivi: chi gestirà materialmente il capitale, quali saranno le regole di riscatto anticipato e, soprattutto, dove reperire le coperture finanziarie. L’Inps potrebbe occuparsi del coordinamento e della rendicontazione, mentre la gestione finanziaria vera e propria potrebbe essere affidata a forme di previdenza complementare vigilate dalla Covip. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha già confermato che la prossima manovra dovrà tenere conto della questione demografica, ma fino all’approvazione definitiva importi e condizioni restano solo ipotesi di lavoro.
L’alternativa: aumentare gli assegni delle pensioni già in pagamento
Sull’altro piatto della bilancia c’è la richiesta, sostenuta soprattutto da Forza Italia, di una riforma delle pensioni che intervenga sui trattamenti minimi, oggi ferme a poco più di 600 euro al mese. Il partito guidato da Antonio Tajani si è intestato negli anni la battaglia per portare gli assegni minimi a 1000 euro mensili, un traguardo che appare ancora lontano vista la scarsità di risorse disponibili. Più realisticamente, in vista della manovra 2027 si parla di una misura una tantum capace di avvicinare la soglia ai 700, se non addirittura agli 800 euro, anche se i costi dell’operazione restano tutti da quantificare.
Va ricordato che nel 2027 la rivalutazione automatica delle pensioni sarà comunque più alta rispetto al 2026, per effetto dell’aumento dei prezzi: le stime ufficiose indicano una percentuale intorno al 3%, contro l’1,4% riconosciuto quest’anno. Il punto critico riguarda però il bonus aggiuntivo dell’1,3% riservato alle pensioni minime nell’ultima manovra: se il governo non dovesse confermarlo, l’aumento reale per questa categoria di pensionati resterebbe molto contenuto, appena una decina di euro al mese, restando ben al di sotto della soglia dei 650 euro.
Uscite anticipate: quota 41, uscita a 64 anni e blocco dell’età pensionabile
Il terzo fronte aperto riguarda la flessibilità in uscita, tema caro soprattutto alla Lega. Dal 1° gennaio 2027 scatterà infatti il primo adeguamento automatico dei requisiti pensionistici legato alla speranza di vita: la pensione di vecchiaia passerebbe da 67 anni a 67 anni e un mese, mentre per la pensione anticipata ordinaria servirebbero 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Nel 2028 l’incremento complessivo dovrebbe arrivare fino a tre mesi, con l’esclusione dei lavoratori impegnati in mansioni gravose e usuranti.
Per mitigare questo scatto sono emerse diverse proposte di pensione anticipata. La più discussa è la cosiddetta quota 41 flessibile, sostenuta dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon: a differenza della storica quota 41 riservata ai lavoratori precoci, la nuova versione allo studio non richiederebbe l’appartenenza a categorie specifiche ma comporterebbe un taglio dell’assegno per chi decide di anticipare l’uscita dal lavoro, stimato intorno al 2% per ogni anno di anticipo, fino a un massimo del 10% per chi esce a 62 anni. Il costo complessivo della misura, secondo le proiezioni circolate, oscillerebbe tra i 4 e i 5 miliardi di euro, una cifra che rende improbabile un’approvazione senza correttivi.
Parallelamente si discute anche di un possibile ampliamento della pensione anticipata contributiva a 64 anni, oggi riservata a chi ha iniziato a versare contributi dal 1996 in poi, con l’obiettivo di estenderla anche ai lavoratori del sistema misto, cioè a chi ha contributi versati anche prima di quella data. Va ricordato che la legge di bilancio 2026 non ha prorogato quota 103 né opzione donna, misure che restano quindi utilizzabili soltanto da chi aveva già maturato i requisiti entro le scadenze previste. È stata invece confermata, fino al 31 dicembre 2026, l’Ape sociale, che consente l’uscita da 63 anni e cinque mesi per le categorie tutelate.
Il vero nodo: le coperture finanziarie
Al di là del merito delle singole proposte, il problema che accomuna tutte queste ipotesi è lo stesso: trovare le risorse. La manovra 2026, approvata lo scorso dicembre, ha già destinato circa 3,6 miliardi di euro nel triennio alle misure previdenziali, ma buona parte del tema pensioni era stata volutamente accantonata in vista delle scelte più impegnative della prossima legge di bilancio. Con le elezioni all’orizzonte, l’esecutivo dovrà decidere se privilegiare un intervento dal forte valore simbolico e di lungo periodo, come il fondo per i nuovi nati, oppure misure che producono un beneficio immediato e più visibile per l’elettorato, come l’aumento delle minime o la flessibilità in uscita.
Il testo della manovra dovrà essere inviato alla Camera entro il 20 ottobre, data che segna l’inizio ufficiale del confronto parlamentare su tutte queste ipotesi. Fino ad allora, importi, requisiti e platee coinvolte restano proposte sul tavolo, soggette a modifiche in base alle risorse effettivamente disponibili e agli equilibri politici all’interno della maggioranza.
Dott. Giovanni Matano
Il Dott. Giovanni Matano è un esperto di fiscalità pratica e consulente fiscale con oltre 15 anni di esperienza nel settore. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Bocconi di Milano, ha dedicato la sua carriera a supportare piccole e medie imprese nella pianificazione fiscale e nell’ottimizzazione delle agevolazioni fiscali. La sua competenza si estende anche …
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