Questa ossessione dei «valori universali» di cui noi, fortunati e privilegiati, avremmo la chiave solleva un’altra domanda di cui però non troviamo risposta: a partire da quale momento dei valori che mutano così profondamente da una generazione all’altra possono pretendere all’universalità? Pensiamo solo al «valore» che ha fatto battere d’orgoglio il cuore a molti europei fino almeno alla Seconda Guerra mondiale: il «fardello dell’uomo bianco» cantato da Rudyard Kipling e spiegato da Jules Ferry. Che fine ha fatto?
Manlio Graziano
Il primo pezzo di Christian Raimo che ha aperto il dibattito
Questa settimana il video-podcast di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano sarà giovedì 4 giugno alle 17.30
Uno dei tanti vantaggi che derivano dal seguire la newsletter Appunti è di scoprire cose che qui in Francia, dove sono ospite fisso ormai da quasi trent’anni, non sarei mai venuto a sapere. Alcune più importanti, alcune meno, ma si impara sempre qualcosa.
Così, sono venuto a sapere che il ministro «dell’Istruzione e del Merito» (di cui, confesso, ignoravo l’esistenza, sia del ministro che del ministero che, quando ero a libro paga presso il suddetto, era solo «dell’Istruzione») ha co-editato un libro intitolato nientemeno che Manifesto per l’Occidente, corredato di un sottotitolo in cui si accenna nientemeno che ai «valori universali della nostra cultura».
Alcune considerazioni preliminari, a cominciare dalla scelta del titolo. Un manifesto è, di solito, il programma di qualcosa che si vuole far conoscere e/o che si vuole realizzare.
Marx e Engels scrissero forse il più celebre di tutti per far conoscere la loro idea del comunismo e la loro intenzione di vederlo realizzato; così fecero Filippo Tommaso Marinetti per il futurismo, Tristan Tzara per il dadaismo, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi per l’Europa, e tanti altri, per tante altre belle, e meno belle, idee.
Ergo, i nostri due editor, principiando dal titolo, confondono le acque: se ci basiamo sui dizionari, oggi reperibili perfino online, sembrano volerci far sapere che questo famoso Occidente ancora non c’è, ma ci espongono la loro volontà di vederlo realizzato, con tutto il suo convoglio di valori, addirittura universali.
Forse avrebbero dovuto dire «apologia», come Platone per Socrate? O «elogio»? o «celebrazione»? «glorificazione»? «apoteosi»? Non siamo nella loro testa, ma se sono persuasi che i valori della loro cultura sono «universali», ognuno di questi sostantivi – apologia, elogio, celebrazione etc. – sarebbe stato più che appropriato. Apparentemente, nella loro cultura, benché universale, i dizionari scarseggiano.
Seconda considerazione. Il sottotitolo – «valori universali della nostra cultura» – non può che lasciare perplessi.
Chi ha studiato dirà che la funzione semantica dell’aggettivo «universale» è di qualificatore assoluto, che tende cioè a eliminare i confini, aspirando in una validità globale e astorica il sostantivo che accompagna; «nostra», viceversa, in quanto aggettivo possessivo, introduce un elemento di esclusività, la cui funzione semantica è ancorare il sostantivo a un gruppo specifico e a coordinate spazio-temporali ben definite.
Siccome gli estensori del Manifesto sono persone dotte, non possiamo pensare a una svista così grossolana.
Se è voluto, questo accostamento quasi dadaista di elementi lessicali incomponibili fa sorgere il sospetto che gli estensori avessero un’intenzione seria: affermare che il loro patrimonio culturale poggia su pilastri morali così assoluti da contenere verità antropologiche valide per l’essere umano in quanto tale.
Se così fosse, la parola «Manifesto» sarebbe riabilitata, trattandosi proprio di un programma che deve essere realizzato: i nostri valori sono per ora soltanto nostri, ma devono diventarlo per l’umanità tutta intera.
Quasi un secolo e mezzo fa, un lontano collega francese del ministro italiano, Jules Ferry, esprimeva lo stesso concetto apertis verbis, affermando il «dovere delle razze superiori di civilizzare le razze inferiori».
La terza considerazione è che la necessità di esaltare il senso di appartenenza, cioè l’identità (la «nostra cultura», cioè una cultura di cui noi disponiamo e gli altri, meschini, no), nasce quando quell’identità la si sta perdendo.
Dal libro di uno studioso del cristianesimo, Bernard Green (p. 129), apprendiamo per esempio che la parola Romanitas sarebbe apparsa per la prima volta solo alla fine del III secolo della nostra era, quando l’impero era dilaniato da continue guerre civili: un’invenzione lessicale (e propagandistica) dell’imperatore Massenzio, che, come sappiamo, non gli portò fortuna.
Non si può tener conto delle sorti individuali di tutti gli inventori del concetto di «Occidente», che sono plotoni; a tutti quelli ancora viventi auguriamo comunque di non finire come Massenzio.
La quarta considerazione discende direttamente da quanto testé detto: ci possono essere più inventori per la stessa invenzione? Certo che sì: Antonio Meucci, Alexander Graham Bell e Elisha Gray si contendono il primato dell’invenzione del telefono, e non è un caso unico. Vince chi arriva per primo al traguardo dell’ufficio brevetti.
Questo vale per oggetti come il telefono, l’automobile, la lampadina, l’aspirapolvere etc., ma non per i concetti astratti. L’«Occidente», appunto, ha una moltitudine di padri putativi, molti dei quali in dissenso, anche radicale, tra loro.
Torneremo tra breve su questo aspetto della questione, per nulla secondario. Solo per far momentaneamente spazio a una quinta considerazione. E cioè che la maggior parte degli intellettuali vive di luce riflessa: se c’è un’idea alla moda, che circola e che vende, bisogna saltarci su e navigare con il vento in poppa.
Le idee nuove, originali, controcorrente, non sono redditizie; a meno di non giocare a fare il bastian côntrari, che dice sempre e comunque l’opposto di quel che ci si aspetta, e che accumula fama (e soldi) sulla propria eccentricità e, spesso, sulla propria aggressiva intolleranza per chi lo contraddice.
Se non si è bastian côntrari (non è da tutti, bisogna nascerci), è sempre meglio cavalcare le idee in voga, anche a costo di fare i salti mortali tripli e quadrupli – come quelli che erano stati fascisti al tempo del fascismo, tesserati al PCI al tempo di Baffone, poi maoisti e/o terzomondisti, poi marcusiani, poi nietzschiani, per finire magari cattolici al tempo di Giovanni Paolo II. Alzi la mano chi non ne ha conosciuti (o ne ha sentito parlare).
Oggi, se si parla di «Occidente», si vende. Al di là delle operazioni di propaganda, che di solito rendono ancora di più, questo basta a suscitare tante belle vocazioni.
L’idea del plagio, o anche solo della concorrenza, non sfiora gli alfieri, gli apologeti o semplicemente i cultori dell’«Occidente», ma nemmeno le cassandre che ne paventano il declino o addirittura la fine: essendo intellettuali, ciascuno pensa di essere più bravo del vicino di banco, e dunque rimastica le stesse idee, ma è convinto che il suo bolo sarà migliore di quello degli altri.
Ma entriamo nel merito e torniamo ai tanti «padri putativi» – da non confondere coi rimasticatori di ultima istanza, che sono spesso impotenti a procreare, oppure, nel migliore dei casi, rifuggono la fertilità per mantenere attiva la bilancia costi/benefici.
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Manlio Graziano
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