Erasmus+, il gigante dai piedi d’argilla: luci e ombre del programma simbolo dell’Europa


Erasmus+ è da decenni il fiore all’occhiello dell’Unione Europea, il programma che più di ogni altro incarna , almeno nella narrazione ufficiale , i valori della mobilità, dell’integrazione e dell’identità europea. Quasi 18 milioni di europei vi hanno partecipato dalla sua nascita nel 1987. Eppure uno studio commissionato dallo stesso Parlamento Europeo, pubblicato nel maggio 2026 e realizzato dagli autori Ockham Ips, Bert-Jan Buiskool, Gert-Jan Lindeboom e Alexander Esperét , dipinge un quadro ben diverso da quello patinato delle brochure istituzionali: un programma sempre più appesantito da contraddizioni strutturali, con ambizioni che corrono molto più veloci delle risorse disponibili, e una proposta di riforma per il periodo 2028-2034 che, invece di risolvere i problemi, rischia di aggravarli.

Le risorse non bastano ma le ambizioni crescono lo stesso.

Il primo nodo è quello dei finanziamenti. La Commissione Europea propone per il periodo 2028-2034 una dotazione di 36,2 miliardi di euro a prezzi 2025 , un aumento del 27% rispetto al ciclo attuale. Sembra molto, finché non si legge il resto: il programma viene contemporaneamente allargato per includere il Corpo Europeo di Solidarietà, esteso a nuovi Paesi, caricato di nuovi obiettivi politici che spaziano dall’inclusione sociale alla transizione digitale, dalla sostenibilità ambientale alla partecipazione democratica. Il risultato, come documenta lo studio parlamentare, è un persistente squilibrio tra risorse disponibili e aspettative: la domanda di finanziamenti ha sempre superato l’offerta, con percentuali di successo delle candidature che scoraggiano persino le organizzazioni più esperte, figuriamoci i comitati di giovani meno strutturati…

I numeri parlano chiaro. L’obiettivo europeo prevede che almeno il 23% dei laureati abbia un’esperienza di mobilità all’estero entro il 2030. La realtà è che oggi ci arriva solo l’11%. Per gli studenti della formazione professionale il target è del 12%, ma la quota reale si ferma al 5,3%. Erasmus+, da solo, non può colmare questo abisso. E con risorse diluite su una platea sempre più ampia di obiettivi, il rischio è che non riesca nemmeno ad avvicinarsi.

La Commissione aumenta il proprio potere, il Parlamento perde il controllo.

Il secondo (e forse più grave) problema riguarda la governance. La proposta per il 2028-2034 elimina di fatto il sistema di controllo che finora ha garantito agli Stati membri e al Parlamento Europeo voce in capitolo sulla gestione del programma. Sparisce il riferimento esplicito alle procedure di comitologia attraverso cui i Programmi di Lavoro Annuali venivano adottati con il coinvolgimento degli Stati membri. Al suo posto, la Commissione si riserva il diritto di definire priorità e allocazioni di bilancio attraverso strumenti implementativi molto più discrezionali.

In altri termini: meno trasparenza, meno controllo democratico, più potere esecutivo nelle mani di Bruxelles. Lo studio parlamentare lo dice senza giri di parole , la valutazione intermedia del programma 2021-2027 non aveva trovato alcuna evidenza che l’attuale struttura di governance ostacolasse l’efficacia del programma. Al contrario, la giudicava “ben consolidata e adeguata allo scopo”. La riforma proposta dalla Commissione appare dunque priva di una reale giustificazione tecnica, e suona piuttosto come un’operazione di accentramento politico.

Il Consiglio, nel suo approccio generale parziale, ha già reagito reintroducendo il Comitato di Programma. Ma la battaglia sulla governance è tutt’altro che chiusa.

I sussidi non coprono l’affitto: l’Erasmus diventa un lusso per pochi.

C’è poi la questione dei contributi ai partecipanti , e qui la retorica inclusiva dell’Europa si scontra con la realtà dei mercati immobiliari. Più di un terzo degli studenti Erasmus dichiara che il sussidio ricevuto non è sufficiente a coprire i costi della vita nel Paese ospitante. Le città universitarie più attrattive , Amsterdam, Parigi, Dublino, Milano , sono diventate inaccessibili per chi non dispone di risorse familiari adeguate. Il programma, formalmente aperto a tutti, è nei fatti sempre più appannaggio di chi può permettersi di integrare il contributo europeo con fondi propri.

La proposta della Commissione riconosce il problema , e introduce persino un nuovo sostegno per le spese abitative , ma non affronta la radice strutturale: il meccanismo di calcolo dei sussidi resta ancorato a fasce di Paese che non riflettono le variazioni locali del costo della vita, tantomeno i divari sempre più acuti tra centri urbani e aree rurali. Un problema che colpisce in modo sproporzionato i partecipanti delle regioni periferiche, delle aree remote, delle isole , categorie che l’Europa dice di voler includere ma che i meccanismi concreti continuano a scoraggiare.

La burocrazia che strangola i piccoli.

Il quarto fronte critico è quello della complessità amministrativa. Erasmus+ è, sulla carta, aperto a chiunque: università, scuole, associazioni giovanili, enti di formazione professionale, organizzazioni del terzo settore. Nella pratica, le stesse regole e gli stessi requisiti di rendicontazione si applicano a un grande ateneo con decine di staff dedicati e a una piccola associazione di volontariato con tre dipendenti. Il risultato è che le organizzazioni strutturate navigano nel programma con relativa facilità, mentre quelle più piccole , spesso le più radicate nei territori e nei contesti sociali più fragili , vengono progressivamente espulse da un sistema che teoricamente dovrebbe includerle.

La nuova proposta introduce alcune misure di semplificazione, tra cui i cosiddetti “partenariati a bassissimo valore di grant”. Ma non include alcun indicatore per misurare se la burocrazia diminuisce davvero , nessun dato sul tempo medio tra candidatura e concessione del finanziamento, nessuna misurazione del carico di lavoro amministrativo per i beneficiari. Una semplificazione annunciata ma non verificabile.

Un programma più flessibile e meno trasparente.

La parola chiave della proposta per il 2028-2034 è “flessibilità”. Eliminazione delle quote predefinite per settore, riduzione dei vincoli di bilancio, maggiore discrezionalità nella definizione delle priorità annuali. In teoria, un programma più agile. In pratica, un programma in cui sarà molto più difficile capire dove vanno i soldi, perché certe scelte vengono fatte, e chi ne beneficia davvero.

Lo studio parlamentare, dunque, lancia un allarme preciso: senza obiettivi chiari, senza indicatori specifici, senza meccanismi di controllo parlamentare formalizzati, Erasmus+ rischia di diventare “più ampio ma meno trasparente, più difficile da governare e meno prevedibile per i beneficiari”. Un programma che cresce in ambizione e si restringe in accountability , l’esatto contrario di ciò che servirebbe a un’Europa che voglia fare dell’istruzione non uno strumento di narrazione identitaria, ma un reale motore di opportunità per tutti.

foto National Erasmus+ Office Israel


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 Gabriele Frongia

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