A ottantacinque anni Gelly non ha ancora fatto pace con il tempo che passa. «Non accetto la fragilità della vecchiaia». Lo dice con una certa irritazione, nel salotto di una casa come tante, tra fotografie e oggetti che sembrano arrivare da un’altra stagione della sua vita. Lo dice, come se quella parola non le appartenesse. Perché nella sua testa continuano a vivere tutte le donne che è stata: la bambina, l’adolescente, la ragazza innamorata, la moglie, la madre, l’insegnante, la scrittrice. Non una dopo l’altra, ma tutte insieme.
Geltrude Agrestini, classe 1941, per tutti Gelly, è stata insegnante di educazione tecnica nelle scuole medie. Si è trasferita a Latina sessant’anni fa, è andata in pensione a 63 anni e il 6 luglio ha compiuto 85 anni. Nel quartiere residenziale di via dell’Agora la conoscono tutti. La fermano nel palazzo, perché a Gelly piace raccontare. E soprattutto ascoltare. Una cosa semplice, un tempo naturale, che oggi sembra diventata quasi una rarità.
Per Gelly la scrittura arriva a sessant’anni. Non è un punto d’arrivo, non è l’ora del tramonto, ma quasi un’altra partenza. Ha una produttività instancabile, nove libri in pochi anni, un flusso creativo che sembra non interrompersi mai: appena conclude un’opera, nella sua mente ne comincia già un’altra. Immaginazione e scrittura procedono insieme, come se una non potesse fare a meno dell’altra. E davanti agli anni non si mette a contare le perdite. Fa bilanci, ma senza malinconia. «Ne esco contenta. Ho avuto una vita piena, momenti di dolore e momenti di grande gioia».
Napoli e i ricordi
La sua voce cambia quando torna bambina. È il 1945 e la famiglia Agrestini è appena tornata a Napoli. La città porta ancora le ferite della guerra. Lei guarda dalla finestra un palazzo bombardato: i muri bucati, le stanze vuote, i piccioni che entrano ed escono. Poi, un giorno, domanda alla madre che cosa fosse stato quell’edificio. «Era una scuola». «E tutti quei bambini sono scappati?». «Non ce l’hanno fatta».
Quella storia non passa. Resta la scuola distrutta. Restano i bambini. Resta, soprattutto, l’idea che il dolore possa appartenere anche a qualcuno che non hai mai conosciuto. Forse è allora che nasce il suo amore per i bambini. Arriveranno i figli, l’insegnamento, il lavoro con i bambini, il catechismo, nove nipoti. E Napoli, intanto, le insegna a guardare gli adulti. A camminare per strade difficili, a osservare. A capire che dietro ogni persona c’è una storia. «La napoletanità mi è servita per vedere la realtà in maniera diversa, con leggerezza. Napoli è un teatro a cielo aperto». E lei impara presto che non bisogna giudicare subito. Anche gli anziani, da bambina, la incuriosiscono. Ascolta il nonno raccontare e raccontare. Capisce che certe persone hanno bisogno di ripetere le proprie storie: perché ricordarle fa bene, oppure perché il tempo comincia a cancellarle.
Sessant’anni per trovare le parole
La scrittura arriva tardi, molto più tardi. Prima c’è la lettura, trasmessa dal padre insieme all’amore per la poesia. Fiabe, romanzi d’avventura, d’amore. Poi la vita prende il sopravvento: il lavoro, la famiglia, la scuola. Bisogna aspettare la pensione. A sessant’anni, quando finalmente il tempo si apre, Gelly comincia a scrivere. Dentro sente una forza che per anni è rimasta senza parole. È come «avere una bisaccia piena di vissuto e decidere finalmente di aprirla», spiega. Da allora scrive di famiglie, donne, madri, bambini, tradimenti, rivalità, solitudini, identità, sradicamenti. Cambiano le storie, cambiano i personaggi, ma tornano le persone e quello che nascondono. In «Sul filo della memoria» torna alle radici della famiglia Agrestini, in «Donne in controluce» mette al centro quattro figure femminili. In «Fatti e misfatti di casa nostra» alterna toni drammatici e comici, spesso con inserti in napoletano, osservando famiglie, ossessioni quotidiane, dinamiche di paese e di condominio. In «Mater» torna il tema della maternità, del femminile, del mare. E in «Dove sei» affronta il tradimento familiare, la rivalità tra fratelli, la fuga e lo sradicamento, la povertà, la colpa e la redenzione. C’è già anche un altro libro, «Emozioni», completato e ancora in attesa di essere stampato. «Scrivere è come tuffarsi in quel mare senza confini».
Insegnare? E’ entrare nell’animo
E forse per Gelly scrivere significa proprio questo: entrare nell’animo degli altri. È quello che ha cercato di fare anche insegnando. «Devi entrare nell’animo dei ragazzi, uno per uno, e capire il loro modo di pensare e fin dove possono arrivare». Lo dice con una semplicità che condensa ciò che i manuali di pedagogia e le nuove tecniche dell’insegnamento raccontano in trattati complessi. Non basta insegnare una materia. Bisogna farla amare. Oggi guarda i ragazzi e vede un vuoto che la preoccupa. «Hanno molto – ma fanno fatica a fermarsi, a guardare, ad aggrapparsi a qualcosa».
Il ragazzo e la luna
Mi racconta una storia: una sera vede un ragazzo seduto sul muretto, accanto alla moto. Ha il cellulare tra le mani. Sopra di lui c’è la luna. E Geltrude pensa a tutto quello che non vediamo più. «Non puoi avere da te stesso se non guardi in alto». Non è nostalgia. È un avvertimento. Il ragazzo la ascolta, poi la ringrazia. Per un momento ha ritrovato lo sguardo.
La fede, la libertà, Paolo
Anche la sua fede sta dentro questo sguardo. Non ama spiegare agli altri come devono credere. «Io do solo testimonianza di come mi comporto. Ognuno è libero, La libertà – è bellissima, ma anche una fregatura, ti mette davanti alle responsabilità». È la stessa libertà con cui ha vissuto il suo matrimonio con Paolo, morto un anno fa. «Lo amavo tanto. Un uomo semplice, buono, amante della famiglia e dei viaggi. Del nostro rapporto ricordo soprattutto una cosa: il rispetto. Eravamo liberi. Lui lasciava libera me e io lasciavo libero lui». Non si possedevano. Si sceglievano.
Il racconto di una vita
Oggi Geltrude, a 85 anni, sta scrivendo la sua vita. Non per pubblicarla. «La scriverò e la darò soltanto ai miei figli». Dopo aver raccontato per anni le vite degli altri, vuole lasciare ai suoi figli la propria. Come si lascia una cosa preziosa, perché non vada perduta.
Poi parla dei ragazzi e torna alla stessa parola che ha attraversato questa stanza, in un pomeriggio di fine estate, e tutta la sua vita: passione. «I ragazzi devono coltivare le loro passioni». È forse il consiglio che contiene tutto il resto. Perché Gelly è arrivata fin qui continuando a interessarsi al mondo. A ciò che accade fuori dalla finestra. Ha attraversato la guerra, il dopoguerra, la maternità, l’insegnamento, l’amore e il lutto. Ha aspettato sessant’anni prima di cominciare a scrivere e adesso non sembra intenzionata a smettere. E mi confida sorridendo, con semplicità: «Mi sento voluta bene». È forse questo il suo bilancio più vero. Non i libri. Non gli anni. Non le esperienze. Le persone.
Una vita piena non è una vita senza dolore. È una vita che, nonostante il dolore, continua a trovare qualcuno da ascoltare, qualcosa da guardare, una storia da raccontare. Forse è qui che sta, per Geltrude Agrestini, il senso vero della vita: «Accettare la realtà per quella che è e, nello stesso tempo, avere la forza di modificarla secondo il proprio sentire».
In fondo, la vecchiaia può, e deve, aspettare.
Gelly ha ancora da scrivere.
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