Sessant’anni di ricerca, milioni di donatori e volontari, oltre due miliardi e mezzo di euro investiti nella lotta contro il cancro. Dietro questi numeri c’è la storia di Fondazione AIRC, una delle realtà più autorevoli della ricerca scientifica italiana. A raccontarne il percorso è Antonio Maria Cartolari, presidente del Comitato Veneto e Trentino-Alto Adige, che sottolinea come la fiducia degli italiani e la qualità della ricerca abbiano consentito di ottenere risultati che fino a pochi decenni fa sembravano impensabili.
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Presidente Cartolari, nel 2025 AIRC ha celebrato sessant’anni di attività. Che significato ha questo traguardo?
È un risultato straordinario. Sessant’anni durante i quali AIRC non ha mai smesso di crescere e di investire nella ricerca scientifica. Oggi possiamo dire di aver raccolto complessivamente oltre due miliardi e mezzo di euro dalla fondazione ad oggi. È una cifra enorme che testimonia due aspetti fondamentali: la generosità degli italiani e la credibilità che AIRC ha saputo costruire nel tempo.
Una storia che nasce in anni nei quali parlare di ricerca oncologica era quasi pionieristico.
Assolutamente sì. Tra i fondatori c’era il professor Umberto Veronesi, una figura che ha segnato la storia della medicina non solo italiana ma internazionale. In quegli anni parlare di ricerca sul cancro significava avere una visione molto avanzata. AIRC nasce a Milano grazie a un gruppo di persone che hanno creduto nella scienza quando ancora non era scontato farlo e da lì si è progressivamente diffusa in tutta Italia.
Oggi come vengono utilizzate le risorse raccolte?
Il nostro compito è sostenere esclusivamente la ricerca scientifica. Ogni euro raccolto viene destinato ai migliori progetti e ai migliori centri di ricerca. A livello nazionale, il Veneto rappresenta circa il 10% delle risorse distribuite. Questo significa che, sui due miliardi e mezzo raccolti in sessant’anni, circa 250 milioni sono stati investiti nel nostro territorio. Parliamo quindi di un impatto concreto e significativo.
Quali risultati sono stati ottenuti grazie alla ricerca negli ultimi decenni?
I progressi sono enormi. Oggi la percentuale media di guarigione supera il 50%, considerando tutte le tipologie di tumore. In Italia abbiamo oltre tre milioni e mezzo di persone che hanno superato la malattia e che vengono definite sopravviventi. Sono numeri che raccontano un cambiamento profondo rispetto a pochi decenni fa.
Ci sono tumori per i quali i risultati sono particolarmente incoraggianti.
Certamente. Il tumore al seno oggi raggiunge percentuali di guarigione comprese tra il 90 e il 95%. Risultati analoghi si registrano anche per il tumore della prostata. Un tempo una diagnosi di questo tipo rappresentava quasi una condanna. Oggi rimane una notizia difficile, ma esistono cure e prospettive che allora erano impensabili.
Come è cambiato l’approccio terapeutico?
Un tempo si parlava sostanzialmente di chirurgia, radioterapia e chemioterapia. Oggi la medicina ha fatto passi da gigante. Pensiamo all’immunoterapia, alla medicina di precisione, agli studi sul DNA e sui profili molecolari dei tumori. Sempre più spesso riusciamo a costruire terapie personalizzate sulla base delle caratteristiche specifiche di ogni paziente. Questo rappresenta una vera rivoluzione.
Come selezionate i progetti da finanziare?
AIRC lavora con una logica internazionale. Non guardiamo soltanto all’Italia, ma analizziamo lo stato della ricerca a livello mondiale. Attraverso comitati scientifici composti da esperti di altissimo livello individuiamo i progetti più promettenti e li sosteniamo. Possiamo finanziare sia grandi programmi pluriennali da milioni di euro sia giovani ricercatori che stanno avviando nuove linee di studio.
Uno degli aspetti che colpisce è l’efficienza nella gestione delle risorse.
È uno dei nostri punti di forza. Su ogni euro donato, 86 centesimi vengono destinati direttamente alla ricerca scientifica. Soltanto 14 centesimi coprono i costi organizzativi e di funzionamento della Fondazione. Credo sia una percentuale molto significativa e rappresenta una delle ragioni della fiducia che i cittadini continuano a riporre in noi.
Quanto conta il volontariato nel modello AIRC?
È fondamentale. In Italia possiamo contare su circa 20mila volontari. Solo tra Veneto e Trentino-Alto Adige ne abbiamo circa duemila. Sono persone che dedicano il proprio tempo con passione e gratuità, contribuendo a rendere possibili tutte le nostre iniziative, dalle Arance della Salute alle Azalee della Ricerca, fino alle campagne di sensibilizzazione che da decenni caratterizzano la nostra attività.
La prevenzione continua a essere uno dei pilastri della vostra attività.
Sì, perché la ricerca non riguarda soltanto le cure. Significa anche diffondere una cultura della prevenzione. Alimentazione corretta, attività fisica, lotta al fumo, diagnosi precoce: sono tutti strumenti che contribuiscono a ridurre l’incidenza della malattia e ad aumentare le possibilità di guarigione. Comunicare questi messaggi, soprattutto ai giovani, è una parte importante della nostra missione.
Durante la trasmissione ha citato un dato che ha fatto molto discutere: il 70% della ricerca oncologica italiana sarebbe sostenuto da AIRC.
È un dato certificato dal Censis e certamente ci riempie di orgoglio. Significa che AIRC è diventata un attore fondamentale nel sistema della ricerca italiana. Allo stesso tempo evidenzia quanto sia importante che anche le istituzioni continuino a investire nella ricerca scientifica, perché parliamo di un settore strategico per il futuro del Paese.
Quanto è importante il rapporto con le altre realtà del terzo settore?
Molto. Credo che uno degli aspetti più belli del volontariato sia proprio la capacità di collaborare. Le associazioni e le fondazioni che operano in ambiti diversi condividono valori comuni e spesso si sostengono reciprocamente. Questo crea una rete preziosa che rafforza l’intero sistema del terzo settore.
Lei guida il comitato regionale da diversi anni. C’è ancora un sogno nel cassetto?
Sì, e lo rappresento sempre attraverso il simbolo del nostro nastro rosa. C’è ancora un piccolo tratto che manca per completarlo. Il mio sogno è vedere completato quel tratto e poter finalmente eliminare quel prefisso che per troppo tempo ha accompagnato la malattia. Vorrei arrivare al giorno in cui non si parlerà più di cancro come di una malattia incurabile, ma semplicemente di una malattia curabile. E credo che ci stiamo avvicinando sempre di più a quel traguardo.
Che messaggio si sente di rivolgere ai cittadini?
Di continuare a credere nella ricerca. Ogni donazione, grande o piccola, contribuisce a costruire nuove cure, nuove speranze e nuove possibilità di guarigione. Dietro ogni progresso scientifico ci sono persone che hanno scelto di sostenere la ricerca e di investire nel futuro. È un gesto di fiducia che produce risultati concreti e che, in molti casi, salva vite umane.
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