Appalti pubblici orientati all’innovazione, contratti di acquisto a lungo termine, meccanismi di aggregazione della domanda, requisiti di sicurezza strategica. Sono questi i pilastri del Chips Act 2, presentato il 3 giugno dalla Commissione europea come parte di un più ampio pacchetto sulla sovranità tecnologica. Il nuovo piano introduce una correzione netta rispetto al precedente: attrarre fabbriche resta necessario, ma la vera leva diventa creare compratori affidabili per i semiconduttori progettati, assemblati o utilizzati nel mercato europeo.
La differenza con il primo Chips Act — entrato in vigore nel settembre 2023 — è sostanziale. Quello era concentrato sull’offerta e sulla capacità produttiva; questo punta a costruire un mercato di sbocco. Come si legge nel testo della proposta, «le due dimensioni si rafforzano a vicenda: coltivare una solida domanda locale supporta il rafforzamento dell’offerta locale di semiconduttori».
Il problema di partenza: l’Europa produce poco e compra altrove
Il punto di partenza è impietoso. L’UE produce meno del 10% dei semiconduttori a livello globale ed è quasi interamente dipendente dagli Stati Uniti e dall’Asia per i chip più avanzati, quelli al di sotto dei 5 nanometri, compresi i chip per l’intelligenza artificiale. Il primo Chips Act aveva fissato l’obiettivo di raddoppiare la quota europea al 20% entro il 2030, ma la Corte dei Conti europea ha già stabilito che quel traguardo è irrealistico.
Bruxelles giustifica il cambio di strategia con la rapida espansione dei chip per l’intelligenza artificiale, che secondo le stime dell’esecutivo comunitario arriveranno a pesare per oltre il 70% del mercato dei semiconduttori entro il 2030. Un dato che rende ancora più urgente non solo produrre chip in Europa, ma garantire che quelli europei vengano effettivamente acquistati.
Come funzionano i “demand accelerators”
Il cuore operativo del piano sono i cosiddetti demand accelerators. La Commissione intende creare strutture permanenti per mettere in contatto produttori europei di semiconduttori con i grandi utilizzatori industriali — automotive, difesa, cloud, intelligenza artificiale, telecomunicazioni — con l’obiettivo di trasformare la domanda potenziale in ordini concreti.
Sul fronte degli appalti pubblici, si introduce un meccanismo per cui le amministrazioni pubbliche sono incoraggiate a utilizzare chip progettati o prodotti nell’UE. Non si tratta di una clausola “Buy European” in senso stretto, ma di una preferenza industriale destinata, nelle intenzioni di Palazzo Berlaymont, a creare un mercato domestico iniziale per le imprese emergenti.
Bruxelles attiverà anche il lancio di «grandi sfide», che «contribuiranno a generare una domanda iniziale, consentiranno la realizzazione di progetti di riferimento e faciliteranno un ingresso più rapido sul mercato dei chip avanzati sviluppati nell’Unione».
Sono previste inoltre semplificazioni burocratiche rilevanti: le procedure di autorizzazione per i nuovi impianti avanzati saranno accelerate grazie all’introduzione di permessi di base aggregati a livello regionale e all’uso dell’European Business Wallet.
Poteri di emergenza e acquisti comuni
Il piano non si limita agli incentivi. La bozza prevede la possibilità di acquisti comuni, con l’UE nel ruolo di acquirente centrale per più Stati membri, e ampi poteri di emergenza per intervenire nelle catene di approvvigionamento in caso di carenza, anche obbligando i produttori di chip a non rispettare i contratti esistenti. In caso di crisi, la Commissione potrebbe imporre sanzioni fino a 300.000 euro alle imprese che non forniscono le informazioni richieste sulla capacità della propria catena di approvvigionamento.
È prevista infine l’istituzione del marchio «Regione europea d’eccellenza dei semiconduttori», pensato per attrarre capitali internazionali nei distretti industriali più virtuosi.
L’obiettivo dei 120 miliardi e la fabbrica da 30 miliardi per i chip AI
Sul piano finanziario, l’obiettivo è mobilitare 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, aggiornando al rialzo la cifra di 43 miliardi del primo Chips Act. Sono in corso discussioni per la realizzazione di una fonderia europea per chip AI avanzati da 30 miliardi di euro, dedicata alla produzione al nodo dei 3 nanometri, con finanziamenti ripartiti tra Commissione europea, Stati membri e imprese private. Per le risorse nel breve periodo, la Commissione utilizzerà quelle già disponibili nei programmi Horizon Europe e Digital Europe almeno fino al 2028; i finanziamenti successivi dovranno essere confermati nel prossimo bilancio pluriennale dell’UE.
La dipendenza da Usa e Cina: l’altro fronte del pacchetto
Il Chips Act 2 non è un provvedimento isolato. È parte di un pacchetto più ampio sulla sovranità tecnologica che comprende anche il Cloud and AI Development Act, volto ad accelerare la costruzione di infrastrutture per i data center, e misure che potrebbero escludere Amazon, Microsoft e Google dagli appalti pubblici ad alta criticità.
L’analisi di Bruxelles è chiara: l’attuale capacità europea non è sufficiente a sostenere lo sviluppo e l’utilizzo su larga scala dell’intelligenza artificiale, che richiede enormi quantità di potenza di calcolo. Sul fronte geopolitico pesa soprattutto la dipendenza da Taiwan, territorio geopoliticamente instabile: se dovesse scoppiare un conflitto tra l’isola e la Cina — che da sempre ne rivendica il controllo — le forniture di semiconduttori si interromperebbero, con conseguenze paragonabili a quelle prodotte dall’interruzione delle forniture di gas russo dopo l’inizio della guerra in Ucraina.
Il piano dell’esecutivo UE, che necessita del sostegno dei 27 Paesi del blocco e del Parlamento europeo nei prossimi mesi, potrebbe scatenare reazioni avverse da parte di Washington, già critica nei confronti delle leggi UE volte a limitare il potere delle Big Tech.
Le reazioni del settore tecnologico
Il settore industriale europeo si era mosso in anticipo e le sue richieste sembrano in buona parte recepite dal testo della Commissione. Nel settembre 2025 tutti e 27 gli Stati membri avevano aderito alla coalizione Semicon, guidata dall’Olanda, per spingere verso una revisione del Chips Act, con la firma del ministro italiano delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e il sostegno di oltre 75 aziende, organizzazioni di ricerca e associazioni di categoria, tra cui ANIE e SEMI Europe.
La Semiconductor Coalition Europe aveva denunciato che gran parte del valore creato nel settore continuava a concentrarsi fuori dall’Unione, e che l’obiettivo del 20% di quota di mercato globale entro il 2030 era «irrealistico e troppo generico». I firmatari si erano dichiarati pronti a collaborare con la Commissione, affermando: «Insieme possiamo innovare, competere e primeggiare, assicurando all’Europa la leadership nelle tecnologie critiche del futuro».
Più critico il tono dell’Industry Advisory Group dell’Alleanza industriale sui processori e le tecnologie dei semiconduttori, che aveva presentato un documento programmatico in undici punti. Uno dei principali talloni d’Achille dell’attuale Chips Act, secondo il gruppo, era il coinvolgimento troppo debole dell’industria europea, che nel nuovo quadro punta invece a giocare un ruolo maggiore, indicando ad esempio le priorità dei finanziamenti per ricerca e sviluppo.
«Costruire un ecosistema europeo per i semiconduttori richiede un approccio olistico, che comprenda sinergie con le iniziative politiche strategiche, incluse sicurezza economica, intelligenza artificiale e informatica quantistica», ha dichiarato Laith Altimime, presidente di SEMI Europe, chiedendo «una linea di bilancio garantita per i semiconduttori nel prossimo Quadro finanziario pluriennale, con procedure semplificate e regole di concorrenza riviste per l’adozione industriale dei risultati della ricerca e sviluppo».
Più prudente la posizione di chi osserva i mercati globali. Il punto debole che molti analisti segnalano è strutturale: resta da capire se il nuovo approccio basato sul rafforzamento della domanda interna sarà sufficiente per colmare il gap accumulato dall’Europa nei confronti dei principali poli mondiali del settore, in un momento in cui gli investimenti negli Stati Uniti e in Asia continuano ad accelerare a ritmi che le risorse europee, anche a 120 miliardi, faticano a inseguire.
FAQ
Cos’è il Chips Act 2 e cosa cambia rispetto al primo?
Il Chips Act 2 è il nuovo piano UE sui semiconduttori, presentato il 3 giugno 2026. A differenza del primo, entrato in vigore nel 2023 e focalizzato sulla capacità produttiva, punta a stimolare la domanda interna di chip europei attraverso appalti pubblici innovativi, contratti a lungo termine e aggregazione degli acquisti.
Quanto vale il Chips Act 2 e quali sono gli obiettivi finanziari?
Il piano prevede 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, quasi tre volte i 43 miliardi del primo Chips Act. Allo studio c’è anche una fonderia europea per chip AI da 30 miliardi, dedicata alla produzione al nodo dei 3 nanometri, cofinanziata da Commissione, Stati membri e privati.
Perché l’Europa vuole ridurre la dipendenza da Usa e Cina nei chip?
L’UE produce meno del 10% dei semiconduttori globali ed è quasi totalmente dipendente da Asia e Usa per i chip avanzati sotto i 5 nanometri. La dipendenza da Taiwan è considerata un rischio geopolitico critico, mentre il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha riacceso i timori su possibili “interruttori” nelle forniture digitali strategiche.
Cosa sono i “demand accelerators” previsti dal Chips Act 2?
Sono strutture permanenti create dalla Commissione per collegare i produttori europei di semiconduttori con i grandi acquirenti industriali: automotive, difesa, cloud, telecomunicazioni e intelligenza artificiale. L’obiettivo è trasformare la domanda potenziale in ordini concreti, riducendo il rischio per chi investe in nuovi impianti o startup fabless.
Il Chips Act 2 può escludere Amazon, Google e Microsoft dagli appalti pubblici?
Il pacchetto sulla sovranità tecnologica di cui fa parte il Chips Act 2 include misure che potrebbero limitare l’accesso di Amazon, Microsoft e Google agli appalti pubblici ad alta criticità nel cloud. Non si tratta di un’esclusione totale, ma di criteri di sovranità che favorirebbero soluzioni europee o open source nelle infrastrutture strategiche.
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