L’articolo propone sinteticamente una ricostruzione storico‑teologica dell’impresa come categoria antropologica e istituzionale, radicata nella Scrittura, sviluppata nella patristica e sistematizzata nelle scuole medievali. L’impresa emerge come luogo di cooperazione creativa, esercizio delle virtù e costruzione del bene comune. La dottrina sociale della Chiesa integra queste tradizioni proponendo una visione dell’impresa come comunità di persone e soggetto sociale orientato alla fraternità e alla generatività. L’impresa è spesso interpretata come un prodotto della modernità economica, legata allo sviluppo del capitalismo e delle forme organizzative dell’industria. Una lettura più ampia mostra invece che l’attività imprenditoriale affonda le sue radici nella vocazione originaria dell’uomo, così come emerge dalla Scrittura, e trova una progressiva elaborazione nella patristica e nelle grandi scuole teologiche medievali. Pertanto, l’articolo offre, una visione dell’impresa dove l’uomo ritrova e partecipa, con il suo lavoro, all’opera creatrice di Dio, che, esercitando le virtù umane della prudenza, giustizia, fortezza, temperanza e dell’amicizia, costruisce comunità e contribuisce al bene comune.
Radici bibliche dell’impresa: creazione, alleanza, responsabilità
Anzitutto, il racconto della creazione costituisce il primo fondamento teologico dell’attività economica. L’uomo è posto nel giardino “per coltivarlo e custodirlo” (Gen 2, 15). In questa duplice azione si ritrova la struttura dell’impresa: trasformazione e responsabilità, innovazione e cura. Come afferma Giovanni Paolo II, “il lavoro è una partecipazione all’opera del Creatore” (Laborem exercens, 1981, n. 25). I patriarchi proseguono come archetipi dell’imprenditore biblico: Noè riceve un mandato, pianifica un’opera complessa e affronta un rischio radicale (Gen 6–9). Abramo gestisce beni, persone e alleanze (Gen 13–14). Giobbe è presentato come uomo ricco e giusto (Gb 1,1–3), mostrando che la ricchezza è sempre accompagnata da responsabilità morale. Nella nuova “economia” del Regno, le parabole di Gesù utilizzano frequentemente immagini economiche: i talenti (Mt 25,14‑30), il mercante di perle (Mt 13,45‑46), il padrone della vigna (Mt 20,1‑16). Benedetto XVI osserva che “Gesù utilizza il linguaggio economico per parlare del Regno” (Caritas in veritate, 2009, n. 36). Quindi, dalla Scrittura emergono tre assi fondamentali: l’impresa come alleanza; l’impresa come creatività responsabile; l’impresa come giustizia e fraternità.
La Patristica: Beni, ricchezza, comunità
Passando alla Patristica, i Padri greci: Basilio di Cesarea critica l’accumulo e afferma che il ricco è responsabile dei poveri: “Il pane che tu tieni appartiene all’affamato” (Homiliae in Matthaeum, PG 57, 77); Giovanni Crisostomo insiste sul fatto che il ricco è “amministratore e non padrone” (Ibid., II‑II, q. 61); Gregorio di Nissa sottolinea l’ambiguità morale della ricchezza, che può rendere schiavi (Ibid., II‑II, q. 118). I Padri Latini: Ambrogio elabora il principio della destinazione universale dei beni: “La natura ha prodotto tutto per tutti” (ibid., II‑II, q. 77); Agostino introduce la categoria dell’ordo amoris, secondo cui l’uso dei beni è giusto quando l’amore è ordinato secondo Dio (De civitate Dei, XV, 22). Leggendo retroattivamente l’impresa, dalla patristica emergono tre categorie fondamentali: amministrazione; virtù; comunità.
Le scuole medievali: aristotelico‑tomista e agostiniano‑francescana
Nella linea aristotelico‑tomista, Tommaso d’Aquino integra Aristotele con la teologia cristiana. La prudenza guida l’azione pratica (Summa theologiae II‑II, q. 47‑56); la giustizia commutativa e distributiva regola i rapporti economici (ibid II‑II, q. 61); la ricchezza è mezzo, non fine (ibid II‑II, q. 118); la teoria del giusto prezzo (ibid II‑II, q. 77) mostra che l’economia è regolata da criteri morali e relazionali. Antonino arcivescovo di Firenze, attingendo, tramite Bernardino da Siena, alla tradizione etico-economica francescana, offre, ampliandola, una vera etica dell’attività mercantile Summa moralis (la migliore e più completa edizione, a cura di Pietro e Girolamo Ballerini, Verona 1741).
Nella linea agostiniano francescana, Pietro di Giovanni Olivi anticipa nel 1294 concetti moderni: valore soggettivo, rischio, innovazione, credito come fiducia, Il suo Tractatus de Emtionibu et venditionibus, de usuris et restitutionibus, (a cura di Giacomo Todeschini, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Roma 1980), segna una svolta per il pensiero economico medievale perché distingue chiaramente tra denaro sterile e capitale produttivo, riconoscendo a quest’ultimo la capacità di aggiungere valore; inoltre, riconosce l’interesse come legittima compensazione per il mancato guadagno (lucrum cessans), superando teoricamente la rigida dottrina dell’usura..
Giovanni Duns Scoto sottolinea: la centralità dell’intenzione (Ordinatio, II, dist. 44); la singolarità irripetibile e esclusiva di ogni persona (haecceitas); il valore economico d’uso, che si assume nei riguardi dell’uso naturale delle cose, diverso dallo scambio mercantile e lucrativo propriamente detto, ma sempre come servizio reso alla collettività; e infine, l’utilità sociale del mercante imprenditore (IV Sententiarum, dist.15, q. 2, n. 1).
Il modello sociale proposto da San Bernardino, dando spessore alla funzione sociale dell’imprenditore e profondità all’idea del valore economico della fraternità, del dialogo e della relazione sociale – in aggiunta ai tradizionali valori d’uso e di scambio, sfocia nella prospettiva del bene comune, in una forma di “economia civile” e di “economia delle comunità” (Antologia delle prediche volgari, Cantagalli, Siena 2010, p. 83 e 88.
In conclusione, le due tradizioni, pur divergenti, sono complementari: Tommaso privilegia ordine, razionalità e bene comune; i francescani sottolineano relazione, fiducia e fraternità.
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Oreste Bazzichi
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