Gli USA chiudono 30 delle 50 ambasciate in Africa


La misura decisa dal Dipartimento di stato avrà pesanti ripercussioni sulle richieste di visti d’ingresso negli Stati Uniti

Si tratta dell’ultimo di una serie di provvedimenti che mirano a reprimere coloro che viaggiano con visti temporanei, ad allontanare chi già vive negli USA e a dissuadere chi vorrebbe entrarci. Il numero di uffici diplomatici statunitensi nel continente risulta ora inferiore al numero di sedi militari

Sarà sempre più difficile per gli africani recarsi negli USA. Se finora in tutto il continente si contavano 50 ambasciate o consolati, tra breve il loro numero sarà ridotto a 20. Significa dunque che solo in questi paesi potrà essere richiesto ed eventualmente rilasciato il visto d’ingresso negli Stati Uniti. Con un notevole disagio per chi deve recarvisi da paesi molto distanti, senza contare le spese di viaggio. E senza alcuna certezza che il visto venga accordato.

Secondo fonti dell’Associated Press tutto ciò dovrebbe avvenire entro il mese di giugno. La direttiva è stata approvata dal segretario di stato Marco Rubio. Una decisione, quella del Dipartimento di stato, che si affianca ad altre che vanno nella medesima direzione: ridurre la presenza di immigrati africani sul territorio statunitense.

Misure restrittive e discriminatorie

A partire da inizio anno gli USA hanno sospeso il rilascio di visti ai cittadini di 19 paesi. Dodici di questi sono africani.

Più recentemente, poi, è stato introdotto l’obbligo di versare una cauzione fino a 15mila dollari per poter presentare la domanda di visto, anche in questo caso la maggioranza dei paesi interessati sono africani.

A fine maggio scorso, infine, è stata diffusa la nuova normativa sulla green card che dovrà essere richiesta ora non più negli Stati Uniti ma nel paese di provenienza. Un cambio di rotta dettato unicamente da una politica restrittiva e che in molti non fanno fatica a definire razzista.

Per oltre mezzo secolo, i cittadini stranieri con regolare permesso di soggiorno negli Stati Uniti potevano presentare negli uffici competenti domanda per completare la procedura al fine di ottenere la residenza permanente. Tra questi le persone sposate con cittadini statunitensi, i titolari di visti di lavoro e di studio, i rifugiati e i richiedenti asilo politico.

Ora le cose saranno più complicate con misure che mirano non solo a reprimere coloro che viaggiano con visti temporanei e poi vi rimangono oltre la scadenza, ma anche ad allontanare chi già vive negli USA e a dissuadere chi vorrebbe entrarci.

Venti sedi operative per la concessione di visti

Tornando all’ultima decisione dell’amministrazione Trump, sono queste le 20 sedi che rimarranno aperte per le procedure dei visti: Abidjan (Costa d’Avorio), Accra (Ghana), Addis Abeba (Etiopia), Città del Capo e Johannesburg (Sudafrica), Dakar (Senegal), Dar-es-Salaam (Tanzania), Kampala (Uganda), Kigali (Rwanda), Kinshasa (Rd Congo), Lagos (Nigeria), Lomé (Togo), Luanda (Angola), Malabo (Guinea Equatoriale), Monrovia (Liberia), Nairobi (Kenya), Port Louis (Mauritius), Praia (Capo Verde), Yaoundé (Camerun) e Gibuti.

Più sedi militari, meno uffici diplomatici

È così che il numero di ambasciate e uffici consolari (almeno quelli accreditati ad esaminare le procedure di visto) diventa inferiore al numero di sedi militari statunitensi sul territorio africano. Oltre alla base militare permanente di Camp Lemonnier a Gibuti che ospita circa 5mila persone e funge da punto di partenza per le operazioni nel Corno d’Africa e nella penisola arabica, si contano almeno 29 basi AFRICOM le cui missioni sarebbero combattere il terrorismo, stabilizzare le regioni e contrastare la crescente influenza dei rivali globali, leggi Russia e Cina in primis. 

E se da un lato l’influenza militare statunitense si è ridotta nel Sahel dopo i colpi di stato che hanno insediato regimi militari e dove si è di fatto solidificata la presenza della Russia e dei mercenari di Africa Corps, dall’altro si consolidano rapporti con altri paesi, ad esempio la Nigeria, con l’obiettivo di combattere Boko Haram.

Comunque sia, la strategia sembra confermata: più militari e armi, meno aiuti umanitari e allo sviluppo. Nel periodo compreso tra il 2021 e il 2025 gli Stati Uniti sono stati il ​​principale fornitore all’Africa di armi, aerei, sistemi di difesa, veicoli blindati, missili, navi e satelliti. Lo dice l’ultimo rapporto del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute).

Secondo il Trends in International Arms Transfers 2025, nel periodo in questione, gli Stati Uniti hanno rappresentato il 19% delle importazioni del continente, davanti a Cina (17%), Russia (15%) e Francia (8,3%). Le importazioni complessive dell’Africa subsahariana sono aumentate del 13% rispetto al periodo 2016-2020 e i tre maggiori acquirenti sono stati la Nigeria, che ha rappresentato il 16% delle importazioni della regione, il Senegal (8,8%), il Mali (8,0%).

Smantellate le agenzie umanitarie

A questo incremento di armi e sistemi di guerra, fa da contraltare lo smantellamento di USAID, l’Agenzia statunitense per gli aiuti esteri e umanitari, un tempo uno dei principali donatori di aiuti a livello globale, che sta provocando danni notevoli alle popolazioni, sia a livello sanitario che sociale.

Un recente studio esamina gli effetti dei tagli negli aiuti sul piano della sicurezza, soprattutto negli stati più fragili. Ne è emerso che le regioni che avevano ricevuto più aiuti pro-capite negli scorsi anni hanno registrato un numero relativamente maggiore di conflitti dopo la chiusura del programma. Il ritiro dell’USAID è stato associato a una probabilità di conflitto maggiore di circa il 6,5% rispetto alle regioni che non avevano ricevuto aiuti dagli Stati Uniti.

La probabilità di proteste e rivolte è aumentata del 10%, il numero di eventi di conflitto è cresciuto del 10,6%, il numero di scontri armai è aumentato del 6,9% e le vittime legate a questi ultimi sono aumentate del 9,3%.

Nominato il nuovo segretario di stato per gli Affari Africani

Intanto, si muove il fronte diplomatico. Dopo una vacancy di oltre un anno, è stato nominato il nuovo segretario di stato per gli Affari Africani, la più alta carica diplomatica di Washington dedicata al continente. Si tratta di Frank Garcia, ex ufficiale della marina statunitense con competenze e responsabilità di progettazione e gestione dei satelliti di intelligence.

Garcia – che dalle prime reazioni risulta alquanto sconosciuto negli ambienti accademici e politici africani – è stato scelto tra una rosa di 49 candidati proposti dall’amministrazione Trump. Non sarà facile gestire le relazioni tra il governo USA e i 54 paesi africani, ognuno dei quali ha negli anni intrattenuto rapporti diversi con Washington e soprattutto sta relazionandosi con più attori che spesso si dimostrano più vicini e vantaggiosi di quanto non risultino quelli a cui si era fatto riferimento in passato.

C’è poi da chiedersi come evolveranno invece i rapporti tra il neo nominato Garcia e Massad Boulos, uomo d’affari di origini libanesi, consuocero di Trump (il figlio Michael ha sposato la figlia di Trump, Tiffany), e consigliere senior per gli Affari Arabi e Africani del Dipartimento di stato americano. Una figura assai congeniale e fedele alla visione trumpiana.

La sua prima reazione, alquanto diplomatica, affidata a X è stata questa: “Siamo fortunati ad avere un esperto così qualificato e stimato in questo ruolo. Non vediamo l’ora di collaborare con te per promuovere l’agenda del presidente Trump e rafforzare gli Stati Uniti”. Come a dire, da Garcia non ci aspettiamo sorprese.




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