Adagiata tra le pieghe dell’Alta Langa, in un borgo del tardo Seicento che un tempo vedeva il transito di mercanti, contrabbandieri lungo la Via del Sale e partigiani in lotta, c’è una galleria che ha fatto del concetto geografico e matematico di “frontiera” la propria identità. Non chiamatela periferia. Per i fondatori di Lunetta 11, la distanza dai grandi centri dell’arte contemporanea è semmai una dichiarazione d’indipendenza: un margine d’azione in cui la lentezza del paesaggio e la storia del territorio diventano il motore per edificare un polo culturale dal respiro globale.
La storia della galleria Lunetta11
Nata con l’obiettivo di abbattere la rigidità del white cube tradizionale, Lunetta 11 funziona come un laboratorio permanente di sperimentazione e un rifugio creativo per artisti, curatori e visitatori. La galleria ha trasformato l’architettura storica e rurale della borgata in un ecosistema espositivo unico, dove l‘arte visiva si intreccia in modo naturale con il design, la musica, la ricerca sonora e l’editoria. Attraverso residenze artistiche, collaborazioni ad ampio raggio e una spiccata attitudine all’ospitalità, la galleria non si limita a esporre opere, ma genera vera e propria comunità, dimostrando come un luogo decentrato possa diventare un catalizzatore dinamico di idee e un punto di riferimento per il collezionismo e la critica internazionale.
La nuova edizione di “Buona Fortuna Ribelli”
Con il ritorno della rassegna Buona Fortuna Ribelli, intitolata per questa edizione Back to Mine, il progetto si espande su cinque comuni dell’Alta Langa (Mombarcaro, Dogliani, San Benedetto Belbo, Paroldo e Borgata Lunetta). Un percorso che fino al 20 settembre intesse dialoghi inaspettati tra i mostri sacri del Novecento (Alberto Burri, Carla Accardi, Sergio Ragalzi) e le ricerche emergenti della scena contemporanea, passando per la videoarte di Recontemporary e le sonorizzazioni di Alex Neri. Abbiamo intervistato i protagonisti di questa avventura di frontiera: Claudia Zunino e Francesco Pistoi aka dj Pisti: con lo pseudonimo dj Pisti prima nel trio Motel Connection con Samuel e Pierfunk dei Subsonica e poi nel duo Mangaboo, il gallerista, produttore e dj ha scaldato (e continua tuttora per eventi speciali) il dancefloor dei più importanti club italiani e non. Oltre ad essere figlio di una leggenda dell’arte contemporanea italiana: Luciano Pistoi.
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6 / 6Intervista ai fondatori di Lunetta 11
In occasione della nuova edizione della mostra diffusa abbiamo intervistato i protagonisti di questa avventura di frontiera, Claudia Zunino e Francesco Pistoi (aka dj Pisti): con lo pseudonimo dj Pisti, prima nel trio Motel Connection con Samuel e Pierfunk dei Subsonica, e poi nel duo Mangaboo, il gallerista, produttore e dj ha scaldato (e continua tuttora per eventi speciali) il dancefloor dei più importanti club italiani e non.
Dalla periferia geografica dell’Alta Langa alla costruzione di un polo culturale globale: cosa significa oggi fare i “galleristi di montagna”?
Vorremmo tranquillizzare chi soffre di vertigine: da noi non si arriva in seggiovia. Lunetta 11 nasce proprio a Lunetta, un minuscolo borgo della fine del Seicento. In questi luoghi sono passate nei secoli persone, merci e idee. Era una terra di contrabbando, vicina alla Via del Sale che collegava il Piemonte alla Liguria; qui transitavano famiglie in cammino verso la pianura o il mare, eserciti — tra gli ultimi quello napoleonico — e, durante la Resistenza, trovò sede un comando partigiano. Lunetta è sempre stata un luogo nascosto, protetto dalle colline, ma mai isolato: un punto di attraversamento più che un punto d’arrivo. Ci piace pensare che la frontiera dove viviamo sia una zona di contatto.
In che modo il concetto di frontiera definisce l’identità di Lunetta 11 rispetto al circuito tradizionale dell’arte contemporanea?
La frontiera è l’insieme dei punti in cui convivono chi appartiene a un insieme e chi ne resta fuori: è il luogo in cui due condizioni si toccano senza confondersi; in matematica la frontiera di un cerchio è la sua circonferenza. Essere “galleristi di montagna” significa allora lavorare da una posizione decentrata che non è periferica in senso culturale. La distanza dai grandi centri diventa una condizione di libertà: permette di sottrarsi ad alcune dinamiche consolidate del sistema dell’arte. Alba, insieme a tutte le Langhe, sarà nel 2027 Capitale italiana dell’arte contemporanea, quindi porteremo la montagna a Maometto.
Il titolo di questa edizione di Buona Fortuna Ribelli, Back to Mine, evoca il ritorno a uno spazio intimo, ma la rassegna si articola in modo polifonico tra cinque comuni…
Il titolo Back to Mine nasce da un riferimento semplice. Alla fine degli Anni Novanta uscì una serie di compilation con questo nome: musicisti e dj non sceglievano i propri brani, ma quelli che avevano ascoltato negli anni, quelli che li avevano accompagnati e, in qualche misura, formati. Era un modo di raccontarsi senza parlare direttamente di sé. Abbiamo cercato di fare qualcosa di simile con questa mostra. Non volevamo dimostrare una tesi né costruire un discorso che chiudesse il significato delle opere. Ci interessava mostrare ciò che oggi continuiamo a guardare con attenzione: artisti, lavori e ricerche che hanno trovato posto nel nostro modo di vedere. Back to Mine è un ritorno a quell’insieme di immagini e di esperienze che, spesso senza che ce ne accorgessimo, hanno educato il nostro sguardo.
Come si concilia tutto questo con un progetto su così larga scala?
Da questa scelta nasce anche la pluralità della mostra. Le opere non sono state raccolte perché confermassero un’unica idea, ma perché ciascuna conservasse la propria voce. Le grandi tele di Sergio Ragalzi nella cappella ottocentesca di Dogliani e l’intervento di Matisse Mesnil nella cappella romanica di Paroldo non cercano di assomigliarsi; eppure, viste insieme, si rispondono. Lo stesso accade tra le opere degli artisti storicizzati ospitate al Boscareto Resort e le mostre personali di Sara Scanderebech, Edoardo Manzoni, Stefano Caimi e dello stesso Ragalzi a Borgata Lunetta. Ogni mostra può essere vista da sola. Insieme, però, raccontano qualcosa che nessuna potrebbe dire da sola.
Che tipo di risposta arriva dalla comunità e dai visitatori?
La comunità locale ci ha sostenuti fin dall’inizio. Non è un sostegno formale, ma una partecipazione reale. Le persone vengono alle mostre, tornano, portano amici e figli. I laboratori per i bambini sono la prova più evidente di quello che l’arte può fare quando smette di essere un oggetto distante e diventa parte della vita di un luogo. Nel 2019 non tutti erano convinti che l’arte contemporanea potesse attirare persone fin qui. Era un dubbio comprensibile. Questi paesi non appartengono ai percorsi abituali dell’arte e nessuno poteva sapere quale sarebbe stata la risposta. Oggi quel dubbio appartiene al passato. Ogni edizione dimostra che esiste un pubblico disposto a mettersi in viaggio se trova qualcosa che vale il tempo necessario per raggiungerlo.
In che modo “Buona Fortuna Ribelli” trasforma il paesaggio da semplice sfondo a laboratorio partecipato?
Le Langhe lavorano sul turismo culturale da molti anni. È un lavoro lento, fatto di scelte che producono effetti solo dopo molto tempo. Oggi quei risultati iniziano a essere visibili. Se questo percorso continuerà con la stessa pazienza, il territorio potrà diventare un punto di riferimento anche per chi cerca nella cultura una ragione per viaggiare. Noi vogliamo contribuire a questo processo. La risposta del pubblico e dei collezionisti ci ha sorpresi fin dalla prima edizione. Molti parlano di Buona Fortuna Ribelli come di un festival. Non lo è. È una mostra diffusa. La differenza non è solo una questione di nome. Un festival concentra gli eventi in un tempo limitato. Una mostra diffusa invita invece a percorrere un territorio, a fermarsi nei suoi paesi e a lasciare che le opere trovino il loro posto nel paesaggio, senza imporglisi.
Claudia Giraud
Mombarcaro (Cuneo) // fino al 20 settembre
Buona Fortuna Ribelli
Lunetta 11, Borgata Lunetta 11
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