È sorprendente quanto sia densa di architetture la Svizzera!
In un territorio relativamente piccolo – tra montagne, laghi e città raccolte – si incontrano case, scuole, musei, terme e infrastrutture firmate da alcuni dei nomi più importanti dell’architettura moderna e contemporanea. Bastano poche ore di viaggio per passare da un’opera all’altra, come si sfogliano le pagine di un libro. Ed è qui che sono nati Le Corbusier, la scuola ticinese, Peter Zumthor, Herzog & de Meuron, personalità e linguaggi molto diversi, accomunati da una stessa origine geografica. Una coincidenza difficile da ignorare.
La Svizzera è da sempre un territorio di confini e sovrapposizioni: quattro lingue, culture differenti, città e paesaggi che cambiano rapidamente attraversando pochi chilometri. Una pluralità che sembra riflettersi anche nel modo di concepire l’architettura.
C’è poi la morfologia del territorio, che non è mai banale o scontata: montagne, laghi, pendenze e una disponibilità limitata di suolo rendono ogni intervento inevitabilmente legato al luogo. Qui costruire significa misurarsi con ciò che esiste, scegliere dove fermarsi, quanto emergere e quanto invece lasciare che sia il paesaggio a parlare. Tutti vincoli, che sono forse la sua chiave di successo, che la rendono radicalmente contemporanea senza perdere mai il contatto con contesto e identità, vale a dire con il “chi sono/da dove vengo”.
Viaggiare in un territorio che copre una superficie pari a meno di un settimo di quello italiano rende evidenti, in poco tempo, sia le differenze che i punti di contatto: cambiano le forme, cambiano i linguaggi, cambiano persino le atmosfere, mentre il paesaggio rimane il filo conduttore. Una varietà che si può capire davvero solo attraversando il territorio, osservandolo da vicino e lasciandosi guidare dalle sue trasformazioni.
Per Le Corbusier il viaggio era scoperta e formazione: ancora giovanissimo, nel 1911 attraversò Balcani, Grecia e Impero ottomano disegnando, osservando e accumulando immagini che non lo lasceranno più, come se il movimento gli avesse insegnato a guardare davvero le cose. Quella curiosità e quell’attenzione al dettaglio, infatti, entrerà a far parte poi dell’edificio stesso, con il concetto di promenade architecturale, dove l’architettura non si guarda da un punto fisso, ma si attraversa percorrendo rampe, superando aperture, e seguendo le sequenze di spazi.
Decenni dopo, Mario Botta, Luigi Snozzi, Aurelio Galfetti e Livio Vacchini concentrarono l’attenzione su un territorio preciso fatto di laghi, montagne, città, villaggi in dialogo continuo. Senza andare lontano, era il territorio stesso a indicare loro la direzione dell’architettura, dando vita a volumi netti, muri, torri, piazze che diventavano punti fermi per organizzare il paesaggio e la sua lettura.
Con il Pritzker Peter Zumthor l’idea di viaggio cambia, spostandosi quasi da esteriore a interiore. Non solo contatto con il paesaggio, ma soprattutto capacità di sentirne la luce, la materia e i suoni, come scrive nel suo libro “Pensare Architettura”. E poi ci sono Herzog & De Meuron (anche loro premi Pritzker), dove il viaggio è sinonimo di confronto con le differenze, che si traduce in un linguaggio mai uguale a se stesso, ma pronto ad accogliere lo spirito del luogo in cui si inserisce.
Ma torniamo al nostro duo italo-spagnolo. Isabel e Filippo, protagonisti di questa ottava edizione, sono finalmente entrati nel vivo del Renzo Piano World Tour 2026!
Rotta verso la Svizzera, ma prima… l’immancabile tappa parigina
Come ogni lungo viaggio architettonico che si rispetti, non si può non partire da Parigi!
La prima tappa, fedele al copione, è segnata dalla soglia dello studio parigino del Renzo Piano Building Workshop.
È il luogo – scrivono i ragazzi “dove edifici straordinari vengono immaginati e realizzati”. Un’emozione non da poco per giovani architetti che si affacciano al mondo della professione.
“L’ingresso dello studio – raccontano – è una ricca biblioteca dove imparare”.
Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
A Parigi si cammina tanto, e questo insegna a guardare in modo diverso. Non ci si ferma davanti a un edificio solitario, ci si accorge piuttosto di come una facciata si appoggia alla strada, di come una corte si apre dentro un isolato, di come una piazza tenga insieme cose che in un altro posto non si incrocerebbero mai.
Camminare – e quindi viaggiare all’interno della città – insegna a scorgere relazioni e dissonanze.
Se poi – come nel caso di Isabel e Lorenzo – si cammina in due, il viaggio cambia e diventa un continuo confronto: ci si ferma, si discute, ci si contraddice su una proporzione che sembrava ovvia e che, improvvisamente, diventa dubbia solo perché l’altro la guarda in modo diverso.
A caratterizzare Parigi è, poi, il tempo stratificato dove il nuovo non cancella il vecchio, ma ci si affianca, oppure ci entra volutamente in contrasto.
Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
«Un architetto deve viaggiare molto: per trovare cose, per imparare dall’esperienza diretta degli edifici» – dice Álvaro Siza. E in questo senso, Parigi – oltre che tappa di un viaggio – è l’occasione perfetta per allenare lo sguardo e iniziare ad interrogarsi sul come ci si rapporta ad un luogo che ha già una sua identità.
Nel racconto di Isabel e Filippo, Parigi si è mostrata soprattutto attraverso il rapporto tra persone e architetture, tra spazi costruiti e modi diversi di attraversarli.
“All’Orangerie – scrivono – la luce è calibrata fino a cancellare quasi completamente le ombre, creando uno spazio sospeso, quasi senza peso, mentre al Quai Branly di Jean Nouvel, invece, il museo appare come un’oasi rossa nel tessuto della città, vicino alla Tour Eiffel. E poi ancora la dimensione più ruvida e urbana del Palais de Tokyo e le strade di Montmartre, dove l’architettura lascia progressivamente spazio alla città e al paesaggio, per concludere con un bel tramonto, alla fine della giornata, che ricorda che anche la luce naturale è parte del progetto urbano”.
Parigi, più di altre città europee, avrebbe bisogno di un mese intero, ma il tempo stringe!
È finalmente tempo di visitare la Svizzera!
Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
Inizia la staffetta: Ginevra – Losanna – Berna – Basilea – Weil am Rhein
Il viaggio in Svizzera comincia dall’acqua. A Ginevra il lago rappresenta il vero centro della città. “D’estate – scrivono i ragazzi – diventa un’estensione dello spazio urbano e della vita quotidiana, un luogo di incontro e di attraversamento che coinvolge abitanti, famiglie… e persino i celebri cigni”. Poco distante, l’Immeuble Clarté di Le Corbusier sorprende per il contrasto tra l’ingresso, pesante e quasi monumentale, e la leggerezza del mondo che si apre al suo interno, fatto di vetro, terrazze e linee sottili.
Al CERN SCIENCE GATEWAY BUILDING del Renzo Piano Building Workshop, invece, l’architettura si allontana dalla città e la scala cambia completamente. “Una porta verso il futuro – la definiscono Isabel e Filippo – un luogo in cui scienza e architettura si incontrano ed esplorano l’infinitamente piccolo”. A colpirli è la struttura, in parte esposta, con i dettagli costruttivi che non vengono nascosti, così il rapporto tra architettura e scienza diventa un modo per rendere comprensibile ciò che normalmente rimane astratto.
Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
Da Ginevra a Losanna cambia tanto, soprattutto la topografia. La città si sviluppa attraverso una sequenza quasi continua di salite e discese, e il paesaggio del lago rimane sempre presente come riferimento.
Nel ROLEX LEARNING CENTER di SANAA l’architettura reagisce a questa condizione con una superficie continua e fluida, sollevata dal terreno e attraversata da pendenze, aperture e cortili. “La struttura – scrivono I&F nei loro appunti di viaggio – crea giochi di luce e ombra al suolo e offre diversi ingressi al padiglione, mentre lo spazio interno appare fluido e continuo”.
Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
Poco distante, sul grande sito ferroviario in trasformazione, il CANTONAL MUSEUM e il MUDAC, rispettivamente di Barozzi/Veiga e Aires Mateus mostrano invece una Losanna contemporanea, dove la rigenerazione urbana diventa occasione per costruire nuove relazioni tra cultura, infrastruttura e città.
“Sebbene le strutture e i concetti alla base dei due edifici siano molto diversi tra loro – riflettono – entrambi sanno dialogare efficacemente con il contesto urbano circostante”.
Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
Proseguendo verso Berna, la città lascia progressivamente spazio al paesaggio.
Il ZENTRUM PAUL KLEE, progettato dal Renzo Piano Building Workshop, si riconosce per le tre grandi onde di acciaio e vetro che emergono dal terreno come un’estensione dello stesso.
“Quando penso all’incarico, a quel luogo immerso nella campagna e alla richiesta di realizzare un museo per le opere di Paul Klee, le possibilità sembrano infinite – scrive Filippo – Eppure, una volta lì, è difficile immaginare che potesse sorgervi qualcos’altro”.
“Entrando – proseguono – si ha l’impressione di penetrare nella montagna stessa, di addentrarsi in una grotta che si apre gradualmente in uno spazio vasto, dove ci si sente piccoli sotto un’enorme copertura curva. L’esperienza ha qualcosa di quasi primordiale, come se l’edificio non fosse stato costruito, ma scoperto. Avrei voluto che Paul Klee fosse ancora in vita per entrare in questo edificio e dipingere la propria esperienza. Chissà cosa vi avrebbe visto e quale opera sarebbe potuta scaturire da quell’incontro”.
Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
A Basilea il viaggio cambia nuovamente registro. La città si distingue per il fermento culturale, alimentato da musei, istituzioni, gallerie e dalle influenze delle vicine Francia e Germania.
Alla FONDATION BEYELER del RPBW il rapporto con il paesaggio diventa parte integrante dell’esperienza museale.
Il lungo corridoio vetrato è pensato come spazio per fermarsi, sedersi e contemplare il luogo oltre le superfici trasparenti. Così la pausa diventa parte della visita e il paesaggio entra nel museo senza essere trasformato in semplice sfondo.
“Qui tutto è bellezza, il colore della pietra, l’acqua… – scrive Isabel – Accompagnati dall’opera di Pierre Huyghe, ci siamo sentiti distanti dalla terra, sospesi tra il paradiso e un oscuro pianeta alieno. Ma per fortuna, uscendo, si torna subito con i piedi per terra, immersi nella campagna, nella dimensione della materia e della concretezza”.
Foto di Isabel e Filippo © RPWT2026
Pochi chilometri più avanti, attraversando il confine, il VITRA CAMPUS a Weil am Rhein appare quasi come un catalogo tridimensionale dell’architettura contemporanea. Case, padiglioni, oggetti e strutture si susseguono come in una collezione di esperimenti: edifici che sembrano case, case che sembrano oggetti, architetture minimali come la DIOGENE di Renzo Piano.
Il percorso svizzero si chiude, così, come era iniziato, con un’analisi meticolosa del rapporto tra architettura e contesto.
Dall’acqua di Ginevra alla materia del paesaggio bernese, dalle infrastrutture scientifiche del CERN alla topografia di Losanna, fino alla densità culturale di Basilea, ogni tappa propone una diversa idea di città e di territorio.
È tempo di cambiare atmosfera. Un passaggio a Zurigo e poi rotta verso la culla della civiltà occidentale: “Atene is waiting for us!”
Agenda alla mano: recap delle architetture svizzere visitate
Se state organizzando un viaggio alla scoperta della Svizzera, quest’elenco potrebbe esservi utile.
Prendete appunti e fissate sulla mappa!
- Ginevra
Immeuble Clarté, Le Corbusier (1930-1932)
CERN Science Gateway · Renzo Piano Building Workshop (2018-2023) - losanna
Rolex Learning Centre · SANAA (2007-2010)
Cantonal Museum, Barozzi/Veiga (2011-2019)
Mudac, Aires Mateus (2016-2022) - BERNA
Zentrum Paul Klee Center, Renzo Piano Building Workshop (1999-2005) - Basilea
Beyeler Foundation Museum, Renzo Piano Building Workshop (1991-1997)
Vitra Campus
RENZO PIANO WORLD TOUR 2026
Il RPWT è un progetto promosso da Fondazione Renzo Piano con Fundación Botín, in collaborazione con ProViaggiArchitettura e professionearchitetto.it
IL VIAGGIO PROSEGUE…
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