Il fuoco che non cessa


La sfida di Hezbollah si è costruita non solo sulle armi donate dall’Iran, ma anche su un’opera che non è riuscita ad altri: aver plasmato una comunità a propria immagine e somiglianza. Con le scuole, le moschee, gli ospedali, la televisione, i programmi di assistenza sociale, Hezbollah ha creato un mondo apocalittico, che crede nel martirio o nel sostegno dei martiri, la loro scelta escatologica

Riccardo Cristiano

Determinato a resistere agli opposti estremismi che hanno affossato il suo sofferto tentativo di far decollare in Libano un sofferto “cessate-il-fuoco asimmetrico”, il presidente libanese Joseph Aoun ha mandato due chiari messaggi. Il primo a quei libanesi che non lo hanno capito: “Non siete stanchi di guerre? Questo Paese è nostro, non di altri”. Il secondo agli israeliani: “Potete anche distruggere tutto il Libano, ma senza conseguire i vostri obiettivi”.

Sembra chiaro che intenda procedere nel suo sforzo.

Per parlare di questo tentativo difficilissimo di fermare un mare enorme di sofferenze e dolori, bisognerebbe partire dagli anni Ottanta, da quando Israele, come oggi, invase il Libano meridionale (dopo il breve antefatto del 1978).

Quell’invasione mirava a togliere di mezzo i fedayn palestinesi, produsse però l’humus essenziale per far germogliare Hezbollah. Ma allora bisognerebbe tornare all’arrivo di quei fedayn, a come giunsero in Libano: amicizia araba con i palestinesi o scaricabarile sul Libano?

Sarebbe giusto partire da allora, ma si tratterebbe di un libro in più tomi, non di un articolo.

Mi limiterò allora a dire che Hezbollah, che vuol dire Partito di Dio, emerse grazie a due fattori: l’invasione del Libano e la scelta del nuovo regime iraniano, quello khomeinista, tramite la sua ambasciata in Siria, di creare Hezbollah, con istruttori e finanziamenti.

Il suo credo era quello divulgato il 16 febbraio 1985 dallo shaykh Ibrahim al-Amin:

“Noi i figli della Nazione del Partito di Dio in Libano, alla cui avanguardia Dio ha dato la vittoria in Iran e che ha stabilito il nucleo centrale dello Stato Islamico, obbediamo agli ordini di un solo e giusto comandante che attualmente è la guida suprema Ayatollah Khomeini.

Noi in Libano non siamo un’organizzazione chiusa nelle strutture di partito, noi siamo una nazione interconnessa con tutti i musulmani del mondo, noi siamo legati da una forte connessione ideologica e politica, l’Islam.

Quanto accade ai musulmani in Afghanistan, Iraq, nelle Filippine o in qualsiasi altra parte del mondo riguarda il corpo della nostra nazione islamica della quale siamo parte inseparabile e lo fronteggiamo sulla base della nostro obbligo legale e alla luce delle decisioni del nostro leader, il Wilayat al Faqih (Khomeini e la sua dottrina teocratica del governo del giurisperito)”

Il primo impegno di Hezbollah è stato quello di conquistare il monopolio della “resistenza”. Eliminati i concorrenti, soprattutto di sinistra ma non solo, Hezbollah ha trovato un compromesso con la Siria e l’altro partito sciita, Amal, che combatteva.

Amal avrebbe avuto il posto che spettava agli sciiti nel governo del Paese (ciò che interessava alla Siria che armava Amal e considerava il Libano un proprio protettorato per cui doveva avere un proprio fiduciario in ogni comunità confessionale libanese), Hezbollah avrebbe avuto il monopolio della lotta armata, con fondi e armi iraniane e protezione siriana.

Quando è finita la guerra civile libanese (1990), le milizie collegate ai vari partiti libanesi sono state disarmate, con l’eccezione di Hezbollah: tutti i gerarchi legati alla Siria hanno convenuto che non si poteva disarmare “la resistenza all’occupante”.

In realtà c’era anche un’altra occupazione, quella siriana, che proteggeva la resistenza contro l’altro occupante, Israele; la storia è intricata ma anche semplice.

Per far procedere la permanenza in armi di Hezbollah, quando Israele si è ritirato ponendo fine all’occupazione nel 2000, la Siria ha ceduto formalmente al Libano un minuscolo pezzettino di Golan, occupato da tempo da Israele, e si è potuto sostenere che il ritiro non fosse completo, la resistenza doveva procedere, in armi, perché il ritiro israeliano doveva essere totale.

Si è arrivati così a un’altra guerra, quella del 2006. Siamo nell’anno susseguente all’assassinio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, il tribunale internazionale per il Libano ha condannato per questo membri di Hezbollah; quel delitto ha spaccato il Paese e costretto la Siria a ritirare i suoi soldati dal Paese dei Cedri.

Un’incursione in territorio israeliano ha innescato una guerra feroce che Israele non ha saputo vincere, ma Hezbollah sì: di Hariri e del suo assassinio nessuno parlava più. Inoltre i miliziani si dimostrarono abilissimi guerrieri, per Israele fu una quasi sconfitta, Hezbollah la definì la “vittoria divina”. E qui comincia la storia di questo cessate il fuoco che non cessava il fuoco.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU infatti nel 2006, per porre fine alla guerra, ha varato la risoluzione 1701 che disponeva il ritiro israeliano e il disarmo di Hezbollah, con ritiro dei suoi miliziani sopra il fiume Litani. A sud di esso deve esserci solo l’esercito libanese.

Si può dire che Hezbollah non ha rispettato la risoluzione? Le sue armi non erano “sul” territorio libanese in questione, ma “sotto”, nei tunnel. Questa presunta “divergenza interpretativa”, è stata risolta nel 2024, dopo un’altra guerra feroce, al termine della quale è stata imposta la consegna comunque di tutte le armi di Hezbollah a partire dalle zone sotto il fiume Litani e quindi dalle altre, e ad Israele di ritirarsi.

Hezbollah ha accettato l’accordo, l’esercito israeliano ha avviato il ritiro, ma ha conservato cinque avamposti in territori libanesi. Qui è cominciato l’intreccio: Hezbollah avrebbe consegnato le armi se Israele si ritirava del tutto, Israele si sarebbe ritirata del tutto se veniva completato il disarmo.

Chi ha dimostrato buonsenso è stato l’inviato americano: dopo aver chiesto e ottenuto la confisca di ingenti depositi di armi, andò in Israele per chiedere di rinunciare agli avamposti: non fu ascoltato.

Siamo a un passo dall’inizio della storia odierna, ma ci arriviamo con una domanda: chi può disarmare Hezbollah? Se in tutti questi anni e con tutte queste guerre non c’è riuscito Israele, può apparire complesso chiederlo all’esercito libanese.

Forse però la politica, insieme all’esercito, potrebbe riuscirci.

L’idea israeliana di distruggere il Libano meridionale per renderlo inservibile a Hezbollah potrebbe produrre lo stesso esito della precedente invasione.

Per confrontarsi con Hezbollah bisogna capire come fenomeno politico-culturale oltre che militare. Ma prima di affrontare questo discorso dobbiamo parlare dell’oggi.

Il cessate-il-fuoco raggiunto in questi giorni cerca di attuare la risoluzione 1701 sotto occupazione israeliana: disarmo di Hezbollah a partire dai territori sotto il fiume Litani, diciamo un’area che dal confine entra in territorio libanese per 20 chilometri, offrendo un ritiro “in prospettiva”, che comincia con delle aree non già ufficialmente delimitate, dalle quali Israele si riterrebbe ed entrerebbe l’esercito libanese.

Se vogliamo prendere a paradigma quanto accaduto nel 2024, si potrebbe dire che porre termine alle demolizioni di case e infrastrutture civili oltre che alla distruzione di terre coltivabili poteva essere il passo in più per dimostrare che il ritiro non è solo un’intenzione, ma un processo che si avvia.

Queste zone-pilota dalle quali Israele dovrebbe ritirarsi (una già c’è, dal giorno stesso dell’accordo) vanno accompagnate da fiducia, non sfiducia.

Il problema infatti non è la contrarietà di Hezbollah all’intesa, che può apparire scontata, ma la determinazione a credere che si è avviato un processo da aiutare. E’ per questo che appare indispensabile la fiducia.

C’è fiducia da parte di Israele e degli Stati Uniti? Diciamo che se ne vede poca. Quasi nessuno crede che l’esercito libanese possa disarmare Hezbollah. Ma se questa sfiducia diviene trasparente, quasi certificata, se i combattimenti procedono come prima, con la stessa potenza, si aiuta il governo libanese e il suo esercito a compiere la difficile impresa che ha annunciato di voler perseguire?

La propria sicurezza non si fonda sull’altrui insicurezza.

Le autorità di Beirut hanno a lungo sostenuto la retorica di Hezbollah e il suo diritto a restare in armi perché erano legate alla Siria degli Assad: cristiani, sunniti, oltre che sciiti ovviamente, erano in tanti legati alla Siria e per il suo tramite a Teheran.

E Teheran ha sempre visto in Hezbollah l’avanguardia offensiva o la difesa avanzata, comunque il fattore decisivo per dimostrarsi interlocutore regionale e non circoscrivibile al suo spazio territoriale.

Dunque ad Hezbollah non interessa del Libano, esso svolge una funzione di braccio armato iraniano fuori dai confini nazionali, avamposto decisivo sul Mediterraneo.

La sfida di Hezbollah è all’esistenza di un governo libanese: “Siamo noi che deteniamo la politica nazionale di difesa”. A questa sfida non si risponde dando strumenti e fiducia al governo libanese, che ha bisogno di mostrare risultati alla sua popolazione?

Ma la sfida di Hezbollah si è costruita non solo sulle armi donate dall’Iran, ma anche su un’opera che non è riuscita ad altri: aver plasmato una comunità a propria immagine e somiglianza. Con le scuole, le moschee, gli ospedali, la televisione, i programmi di assistenza sociale, Hezbollah ha creato un mondo apocalittico, che crede nel martirio o nel sostegno dei martiri, la loro scelta escatologica.

Tutti gli altri soggetti che si oppongono a Hezbollah hanno invece allontanato da sé l’opinione pubblica, rendendo chiaro che il ceto politico era in prevalenza un notabilato che si riservava privilegi.

Certamente Hezbollah con i governi che ha sostenuto ha contribuito a distruggere l’economia libanese, ma questo enorme risultato, quasi impossibile, va considerato in condominio con gli altri.

L’attuale governo è nato a inizio 2025 proprio con questa sfida: ricostruire l’economia nazionale e la pace, non gestire una nuova guerra. Non è andata così.

Sa benissimo che se la pressione israeliana sul sud del Libano non consentirà il rientro dei profughi per il timore che si portino dietro i miliziani, questo causerà un esodo biblico di un milione di libanesi in altri territori creando tensioni sociali e confessionali.

Ma c’è un altro aspetto, importante. Il sud del Libano preesiste a Hezbollah, mentre Beirut sud ne è stata plasmata. Beirut sud è una città urbanisticamente khomeinista. Mentre il sud del Libano è fatto di villaggi, di caffè, è una storia libanese, fatta di agricoltura e aggregazioni “paesane”.

Se il Libano del sud sparisse non si rafforzerebbe ulteriormente l’impianto mentale, il paesaggio khomeinista? Evitare questo sviluppo si può fare solo dando fiducia e offrendo onestà: cosa vuol dire? Affrontare il nodo “sciiti” e il nodo “Stato”.

Brevemente sul primo nodo: gli sciiti in Libano sono arabi, libanesi, musulmani di rito sciita. Hezbollah ne è la principale espressione politica, teocratica, apocalittica. Mai nella storia post-bellica (cioè dal 1990) è stato eletto un deputato dissenziente dal duo sciita, Hezbollah e Amal.

Nei giorni trascorsi da due delle città “sciite” più devastate dalla guerra e dai missili israeliani, Nabatiyeh e Tiro, sono emerse due petizioni firmate da centinaia di residenti che chiedevano di dichiarare le loro “città aperte”, senza armi locali né aggressioni straniere.

Per la grande stampa non è stata una grande notizia, per Hezbollah è stato un grande problema. Non era mai accaduto.

Ma questo spirito critico potrà diventare vitale se ascoltato, riconosciuto, non rimosso perché ritenuto marginale. Per liberarsi dalla divisione dei libanesi in gabbie confessionali occorre offrire una prospettiva. I firmatari delle due petizioni non lo scrivono ma è implicito: la prospettiva di uno Stato, che offre prospettive ai cittadini.

E veniamo dunque allo Stato. Esiste? Prendendo la non facile decisione di negoziare con Israele, che ne occupa il 20 per cento dei territori, ha provato a dire “esisto”.

Ma per esistere oltre a dirlo – che è importantissimo – serve anche altro. Questo governo è un’anomalia, perché è fatto da tecnici e non burocrati tribal-confessionali “legati alla cupola”. Ma è il primo governo di tecnici dopo decenni di governi affidati in prevalenza a notabili espressi” dai capi tribali”, dalle famiglie.

Per riuscire a dire davvero “esisto” lo Stato deve liberarsi anche dalla morsa asfissiante di un soggetto che lo vuole sostituire, o svuotare, impossessandosi della politica nazionale di difesa, del diritto di dichiarare guerra (come nel 2006) o le condizioni della pace (come oggi).

Quindi quella odierna è la sfida di tutto il Paese. Per gestirla, a tappe, il Libano dovrebbe avere dal mondo fiducia, non sfiducia. Disarmare Hezbollah sarà sempre impossibile, per tutti, se il mondo non dimostra di credere che il Libano esiste.

La fiducia non si dà dopo, ma prima. Questa fiducia scommette, offre prospettive, progetti che potrebbero integrare questo Paese nella via della seta, nella via del cotone, nelle grandi arterie mondiali di domani. Questo incrementerebbe il numero dei firmatari delle petizioni di Nabatiyeh e Tiro.

Rifare di Beirut il porto del Mediterraneo orientale dove attracca buona parte del nuovo commercio euroasiatico richiede fiducia, e un’Europa esistente, ad esempio. Così il disarmo di Hezbollah entrerebbe nell’orizzonte non del difficile (questo è sicuro), ma dell’auspicabile anche nel sentire comune, rimotivato da prospettive concrete, possibili.

Poi se Hezbollah e i suoi alleati vincessero le elezioni, tutti saprebbero che sarebbe una scelta con le sue conseguenze.

Oggi invece Hezbollah fa parte con due ministri del governo in carica, quello di cui chiede le dimissioni.

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