Spin Time e una “nuova clausola di salvaguardia” contro la povertà dei luoghi


Sabato 19 settembre, decine di migliaia di persone (50mila secondo gli organizzatori) hanno attraversato Roma in corteo con Spin Time, l’edificio di via Santa Croce in Gerusalemme occupato dal 2013 e diventato sportello sociale, coworking e presidio culturale dell’Esquilino. Il corteo si è fermato davanti alla sede di InvestiRE Sgr, proprietaria dell’immobile, e sotto il ministero dei Trasporti, dove è stata allestita una tavola imbandita per denunciare il costo delle case. Lo striscione diceva: «Spin Time dappertutto».

Non basta possedere uno spazio

Sarebbe un errore leggerla come la storia di un solo edificio. Il tema dei luoghi è un tema politico, e di politiche, perché è attorno ai luoghi che si stanno costruendo le nuove disuguaglianze a vantaggio della rendita: secondo i conti distributivi della Banca d’Italia, alla fine del 2025 il 10% più ricco delle famiglie deteneva il 60,6% della ricchezza netta, la metà meno abbiente appena il 7,2%.

Uno spazio è una superficie, catastale e vendibile. Un luogo è ciò che quella superficie diventa quando attorno si genera un significato condiviso. I due valori possono divergere: nei borghi che si spopolano si vendono case a un euro perché hanno perso ogni valore d’uso comunitario, mentre nei quartieri più vivi delle città lo stesso metro quadro si rivaluta proprio grazie a ciò che altri hanno generato attorno a esso, tra botteghe, associazioni e relazioni. Ma c’è una differenza profonda: il legame che un luogo genera negli anni non si può estrarre, tradurre e monetizzare. Quando lo si prova a fare, il luogo smette di esistere come tale, anche se l’edificio resta in piedi.

L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?

La povertà di luoghi produce altre povertà

La povertà di luoghi sta emergendo come un fattore alla base di molte altre disuguaglianze e non riguarda solo la casa. Dove infatti manca una biblioteca, un impianto sportivo, uno spazio di ritrovo, cresce la povertà educativa. Un bambino si forma nei luoghi che ha a disposizione prima ancora che nelle aule, ossia in quelli che Oldenburg chiamava «terzi luoghi»: né casa né lavoro, dove una comunità si riconosce. Tolti quelli, restano solo superfici da attraversare.

Il dibattito sulla casa e sull’abitare è tornato al centro, con il piano casa proposto dal governo, l’affordable housing europeo e molte regioni che si stanno muovendo, e chiede non soltanto nuovi edifici ma una nuova visione di city making. Anche l’impresa ha colto la rilevanza del tema, non solo per la socialità ma per la competitività del made in Italy, direttamente connessa alla qualità e all’attrattività del capitale umano.

Dalla casa alla qualità del vivere

Siamo all’inizio di un clima elettorale, cioè nel momento in cui le parole dovrebbero diventare programmi. C’è una crescente convergenza sul valore del tema, ma servono azioni e proposte concrete. Una strada ancora tutta da esplorare, per uscire dall’inerzia e dalla strumentalità, potrebbe essere inserire nelle norme e nei bandi urbanistici, in particolare per le aree più fragili, una clausola di «salvaguardia della comunità». Le politiche europee sugli investimenti si reggono sul «Do No Significant Harm»: per ricevere fondi pubblici, un progetto deve dimostrare di non danneggiare l’ambiente. È una clausola difensiva, utile ma non sufficiente.

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.

La salvaguardia della comunità ne sarebbe il rovescio positivo, un «Do Significant Good». Chi trae valore da un luogo, sia un fondo immobiliare, un operatore di rigenerazione o un ente che dismette un impianto, dovrebbe dimostrare un beneficio reale per la comunità che lo abita.

Una clausola per non perdere ciò che non si misura

Non sarebbe un freno né una logica Nimby: nessuno chiede di non fare nulla. Sarebbe una clausola che tutela la comunità dagli effetti distruttivi di gentrificazione, desertificazione sociale e svuotamento dei luoghi aperti, pubblici e a bassa soglia di accesso. In pratica, chi interviene su un luogo deve valutare prima gli effetti sul capitale sociale, cioè che cosa la comunità rischia di perdere in legame e in uso comunitario e pubblico. La partita non può ridursi al solo prezzo: riguarda la capacità di potenziare e mutualizzare l’intera comunità. Non un contentino di responsabilità sociale o una semplice metrica, ma un patto.

Dalla crescita allo sviluppo

Cambierebbe la domanda con cui si valuta ogni euro investito nelle città: non più solo quanto rende, ma a chi va il valore che genera. Fra Stato e mercato c’è una miriade di spazi socioeconomici e una biodiversità istituzionale, fatta di modelli di gestione e di governance, che va valorizzata.

Che sia una provocazione o una direzione da prendere, la clausola di salvaguardia della comunità ha un senso preciso: cambiare le regole di un gioco che deve iniziare a capire la differenza fra crescita e sviluppo. La crescita si conta e si somma: metri quadri, valore immobiliare, rendimento. Lo sviluppo, come ci ha insegnato Sen, è ampliare le possibilità reali di vita delle persone, e si riconosce da ciò che un luogo rende possibile: relazioni, fiducia, opportunità, cura reciproca.

Manifestazione Spin Time da Piazza della Repubblica a Piazza Vittorio, sabato 19 Settembre. Foto di Valentina Stefanelli/Lapresse

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