il nostro obiettivo è finanziare la transizione senza lasciare indietro nessuno


Con l’allentamento degli obblighi di rendicontazione introdotto dal pacchetto Omnibus, il ruolo delle banche nel supportare le imprese nell’integrazione della sostenibilità è diventato ancora più rilevante. Se da un lato la semplificazione della CSRD ha ridotto il numero di aziende tenute a rendicontare le proprie performance ESG, dall’altro le banche devono rispettare le indicazioni dell’EBA, che impongono l’integrazione dei rischi climatici e sociali nei modelli prudenziali e i rischi climatici e di transizione negli stress test. Per rispondere a queste richieste le banche hanno bisogno di dati sempre più dettagliati da parte della clientela, informazioni che però non sono sempre disponibili.

“Per le banche il pacchetto Omnibus ha rappresentato un significativo passo indietro. Si è passati da circa 6.000 aziende italiane che avrebbero dovuto predisporre una rendicontazione di sostenibilità soggetta a revisione da parte di un ente terzo a poche centinaia di imprese (circa 500). Un numero comunque superiore rispetto alla Dichiarazione Non Finanziaria che coinvolgeva circa 250 aziende, ma sicuramente estremamente ridotto rispetto al perimetro previsto. Purtroppo, o per fortuna, come accade spesso sui temi della sostenibilità, sono cambiate le regole, ma non gli obiettivi”, afferma Giovanna Zacchi, Responsabile Servizio ESG Strategy di BPER, “la questione è la disponibilità dei dati. La riduzione delle imprese obbligate a rendicontare e il peso delle PMI nel tessuto produttivo italiano, che rappresentano oltre il 95% della nostra clientela, rischiano di creare un significativo gap informativo proprio nel momento in cui le informazioni ESG diventano sempre più determinanti per valutare la solidità delle aziende”. Le banche, quindi, continueranno a chiedere alle imprese informazioni ESG perché hanno l’obbligo di gestire questi nuovi fattori di rischio, che si affiancano ai tradizionali rischi di credito, di liquidità e di mercato.

“Noi lavoriamo sui rischi climatici già da cinque anni, a partire dalle linee guida della BCE. Oggi i rischi fisici, legati agli eventi climatici estremi, e quelli di transizione, connessi all’evoluzione del mercato, della normativa e delle aspettative dei consumatori, sono già integrati in modo strutturale nei modelli di analisi della banca” aggiunge Giovanna Zacchi, “con le nuove linee guida dell’EBA, però, l’asticella si è ulteriormente alzata. Da gennaio 2026 le banche devono integrare in modo ancora più approfondito i rischi ambientali, climatici e sociali nei processi di gestione del rischio. Un indirizzo confermato in un contesto geopolitico complesso e da una crescente disinformazione sulle tematiche ambientali”.

Per BPER, però, il tema va oltre il rispetto degli obblighi normativi. La sostenibilità resta infatti un fattore di competitività prima ancora che di compliance e, per il settore bancario, è sempre più una questione di gestione del rischio.

“Nel valutare un finanziamento analizziamo la capacità dell’azienda di garantire la continuità operativa. I rischi fisici legati al cambiamento climatico incidono direttamente sulla business continuity e le evidenze mostrano che le imprese che gestiscono efficacemente questi rischi presentano una probabilità di default inferiore. Si tratta di valutazioni fondate su dati tecnico-economici, non su considerazioni valoriali”, spiega Zacchi.

La disponibilità di informazioni ESG è inoltre indispensabile per la rendicontazione degli obiettivi di decarbonizzazione dei portafogli della banca. In particolare, BPER misura le cosiddette “emissioni finanziate“, cioè le emissioni generate dalle aziende che finanzia e che rientrano nel proprio perimetro di rendicontazione. Per questo il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità della banca dipendono anche dalle performance ESG della clientela.

“Continuiamo a sostenere che la sostenibilità rappresenta un investimento, non un costo: investire oggi significa rafforzare la stabilità e la competitività delle imprese nel tempo”, osserva Zacchi.

In quest’ottica, sottolinea la manager, l’obiettivo non è finanziare soltanto le realtà già pienamente “green”, ma accompagnare la transizione dell’intero sistema produttivo. “Non vogliamo essere la banca che finanzia solo il green, ma la banca che finanzia la transizione. È una strategia più impegnativa perché, nel breve periodo, sostenere aziende che stanno investendo per ridurre le proprie emissioni può persino aumentare le emissioni finanziate del portafoglio. I benefici diventano visibili solo nel medio-lungo termine, ma è questa la strada che abbiamo scelto di percorrere”.

Lo stesso approccio viene applicato anche al segmento retail, rappresentato soprattutto dai mutui. BPER evita politiche che rischierebbero di escludere una parte consistente del patrimonio immobiliare italiano, spesso caratterizzato da basse prestazioni energetiche. Accanto ai mutui agevolati per gli immobili più efficienti, in classe energetica A, B e anche C, la banca promuove infatti soluzioni dedicate alla riqualificazione e all’efficientamento energetico, con l’obiettivo di sostenere una transizione graduale e inclusiva, senza penalizzare chi parte da condizioni meno favorevoli.

“Se il nostro unico obiettivo fosse ridurre le emissioni finanziate, la soluzione più semplice sarebbe smettere di finanziare gli immobili con classi energetiche meno efficienti. Ma questa non è la nostra scelta. Un immobile più efficiente presenta un rischio intrinseco inferiore, richiede minori costi di gestione e offre maggiori garanzie nel tempo. Allo stesso tempo vogliamo accompagnare anche chi deve riqualificare la propria abitazione, perché investire nell’efficienza energetica significa ridurre i consumi, preservare il valore dell’immobile e tutelare il principale patrimonio di molte famiglie italiane.” Secondo Zacchi, il percorso potrebbe accelerare con adeguati strumenti di sostegno pubblico e con la piena attuazione della direttiva europea sulle “Case Green”.

“Vorrei però chiudere con una nota positiva. È vero che la politica ha rallentato il percorso, ma il mercato continua a muoversi. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel 2026 gli investimenti globali nel settore energetico raggiungeranno i 3.400 miliardi di dollari, di cui circa 2.200 destinati alle tecnologie per la transizione energetica. Per questo resto fiduciosa. La vera sfida riguarda le piccole e medie imprese, che rappresentano il 99% del tessuto produttivo italiano. È a loro che abbiamo dedicato strumenti specifici: oltre a richiedere dati ESG, mettiamo a disposizione soluzioni e proposte commerciali pensate per accompagnarle nel percorso di transizione”.

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Arianna De Felice

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