Mentre l’Armenia va alle urne per le elezioni parlamentari di oggi, domenica 7 giugno, tra gli osservatori internazionali che monitorano il voto c’è anche un varesino: il senatore del Partito Democratico Alessandro Alfieri, capogruppo Pd in commissione Esteri e Difesa al Senato e componente dell’Assemblea parlamentare dell’Osce. Dall’Armenia la sua analisi che pubblichiamo, con ampie citazioni dalle sue parole.
Il racconto parte dal paesaggio. «Quasi al confine tra Armenia, Turchia e Iran, si staglia la spettacolare vista innevata del monte Ararat, il biblico approdo dell’arca di Noè», scrive Alfieri. «Come inviati dell’Osce, ci troviamo a monitorare la più geopolitica delle elezioni. Così l’hanno definita».
Il motivo è presto detto. «L’Armenia è uno stato cuscinetto stretto tra Russia, Turchia, Iran e Azerbaigian», osserva il senatore. Proprio l’Azerbaigian, «rafforzatosi come attore regionale grazie a gas e petrolio, nel 2023 si è ripreso con le armi il controllo del Nagorno Karabakh». Il risultato, ricorda Alfieri, è stato un esodo: «120.000 armeni hanno lasciato le proprie case e sono ora rifugiati nella madre patria».
La «politica multivettoriale» di Pashinyan
Da quella ferita prende le mosse il tentativo del governo di Erevan di ridisegnare la collocazione del Paese. «Dopo questa umiliazione, dovuta anche all’acquiescenza russa che ha mancato di svolgere il ruolo di garante storico dei confini armeni», scrive Alfieri, il governo guidato dal 2018 da Nikol Pashinyan, leader del partito Contratto Civile, «sta provando a dare una nuova identità al Paese».
Una identità che, spiega il senatore, «passi attraverso la normalizzazione dei rapporti con Azerbaigian e Turchia e un nuovo equilibrio tra la tradizionale amicizia con il vicino russo e una cauta apertura all’Occidente». In linguaggio diplomatico, «politica multivettoriale».
I segnali, secondo l’osservatore varesino, sono concreti: il governo «ha costruito nuove relazioni con l’amministrazione Trump, arrivando a fare esercitazioni militari congiunte con gli Usa, qualcosa di impensabile fino a tre anni fa». Allo stesso tempo, aggiunge, «il mese scorso a Yerevan si è svolto il Vertice Ue Armenia, dove Pashinyan ha ribadito la volontà di avviare il processo di avvicinamento alle istituzioni europee».
Un Paese di tre milioni di abitanti, omogeneo e religioso
Alfieri tratteggia anche il profilo demografico del Paese. L’Armenia «conta poco meno di 3 milioni di abitanti, di cui circa 1.200.000 nella capitale Yerevan, che diventa sempre più attrattiva rispetto al resto del Paese». Nuovi complessi residenziali stanno sostituendo «i vecchi palazzi di epoca sovietica».
Colpisce, scrive, il grado di coesione: «Nonostante questa terra sia stata preda dei diversi imperi che si sono succeduti, gli armeni sono il 98% della popolazione con un tasso di omogeneità senza eguali nell’area e soprattutto nel Caucaso». E il peso della fede: «Il 95% si dichiara osservante dell’acefala Chiesa apostolica armena, che ha un ruolo molto marcato nell’identità del Paese».
Proprio la Chiesa è stata al centro di una campagna elettorale aspra. Il dibattito, annota Alfieri, si è concentrato «su un definitivo accordo di pace con l’Azerbaigian anche attraverso la riforma della Costituzione» e si è contraddistinto «piuttosto che sui contenuti dei programmi, per la durezza dello scontro tra il premier Pashinyan e i vertici della Chiesa armena, che si sono accusati reciprocamente di scandali e abusi». Il commento del senatore è asciutto: «Non proprio un bello spettacolo».
Da Spitak a Vanadzor, fino al lago Sevan
La missione di osservazione tocca diversi seggi. «Dal confine sud con Turchia e Iran ci spostiamo più a nord nella provincia di Lori in direzione della Georgia», racconta Alfieri. Prima tappa Spitak (nel testo “Stipak”), «comunità rurale distrutta dal terremoto del 1988 poi ricostruita anche con l’aiuto della cooperazione italiana». Poi Vanadzor, «80.000 abitanti, terza città del Paese».
Una città segnata dal declino industriale: «Ai tempi sovietici importante polo chimico e siderurgico, oggi in profonda crisi industriale: in cerca di riconversione e di soldi per le bonifiche, la città ha perso popolazione e i vecchi casermoni dell’edilizia popolare sovietica sono semi abitati». Nel pomeriggio il viaggio costeggia il lago Sevan, «tradizionale meta turistica delle famiglie armene nel weekend».
Sul voto, il giudizio dell’osservatore è positivo: «L’afflusso ai seggi è regolare e non si segnalano intoppi o violazioni delle regole». Quanto all’esito, «il favorito, almeno nei sondaggi, è il partito del premier uscente». Ma, avverte Alfieri, «il vero tema sarà se riuscirà a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi per poter affrontare le complicate sfide che l’Armenia ha davanti».
La curiosità delle 18 schede
In chiusura, un dettaglio che ha sorpreso anche un osservatore esperto. «Una curiosità finale è rappresentata dal numero di schede che ti consegnano: 18, quanti sono i partiti», scrive il senatore. «L’elettore entra nella cabina elettorale, scarta le 17 che non vota mettendole in una vaschetta e mette quella del partito che intende votare in una busta che infila nell’urna». Un sistema, conclude Alfieri, «mai visto in nessun altro Stato. C’è sempre da imparare».
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