una rottura Potemkin tra Le Pen e AfD


Buongiorno! Siamo David Carretta, Christian Spillmann e Oliver Grimm, gli autori del Mattinale Europeo.

L’analisi del giorno è dedicata all’estrema destra europea: la Russia sembra essere riuscita a creare una frattura tra il Rassemblement National e Alternativa per la Germania. Ma, voti alla mano, Oliver spiega che le vecchie affinità filo Putin sono dure a morire. Anche per i candidati presidenziali opportunisti.

Nel briefing ci occupiamo sempre di Russia: l’intelligence della Danimarca ha lanciato l’avvertimento su un attacco limitato contro un paese europeo della Nato. A New York António Costa ha promesso di proteggere la Corte Penale Internazionale da Donald Trump. La Commissione è allarmata dalla possibilità che il presidente americano vieti le esportazioni di diesel. Alla Banca centrale europea si sta preparando un cambio al vertice.

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Di Oliver Grimm

I due annunci sono stati diffusi a poche ore di distanza. Ma illustrano quella che appare come una profonda frattura nel panorama politico dell’estrema destra europea.

Venerdì scorso, l’agenzia di stampa Reuters ha riferito che i due leader dell’AfD, il partito autoritario in ascesa in Germania, starebbero pianificando un incontro con il consigliere economico più vicino al presidente russo Vladimir Putin. L’obiettivo sarebbe di riprendere le forniture di gas russo alla Germania attraverso il gasdotto Nord Stream nel Mar Baltico, messo fuori uso da un attacco di sabotaggio quattro anni fa. Alice Weidel e Tino Chrupalla avrebbero in programma di incontrare la prossima primavera Kirill Dmitriev, il capo del fondo sovrano russo (che funge anche da intermediario economico-diplomatico di Putin con Washington).

Il giorno successivo, la leadership del Rassemblement National (RN), il partito francese equivalente ad AfD sia sul piano ideologico sia per l’attuale consenso popolare, ha fatto notizia con una dichiarazione politica. “Non tollereremo mai che una potenza straniera — nello specifico la Russia — detti le politiche del nostro paese, direttamente o indirettamente, attraverso intimidazioni, minacce, destabilizzazione o pressione psicologica”, hanno dichiarato Marine Le Pen e Jordan Bardella, i leader del partito. “La politica estera della Francia si decide a Parigi — sovranamente e unicamente sulla base degli interessi della nazione. Non si decide a Mosca, né in nessun’altra capitale”.

Queste parole inequivocabili nei confronti di Mosca sono state dettate principalmente da una riunione avvenuta il giorno precedente tra il presidente, Emmanuel Macron, e i leader di tutti i partiti rappresentati nel parlamento francese. Lì, in presenza dei responsabili dei servizi di intelligence interni ed esteri della Francia, Macron aveva presentato una valutazione della minaccia russa che il paese si trova ad affrontare. Sembra che Macron – o la minaccia della Russia – abbia impressionato i leader del RN.

Le Pen e Bardella sono stati spinti a reagire anche dal recente sequestro di filiali e attivi russi appartenenti a diverse imprese francesi ed europee. La loro dichiarazione esordisce affrontando proprio questa questione, definendo la mossa “un atto ostile contro gli interessi della Francia e delle nazioni d’Europa.”

Questo riposizionamento del partito — che, secondo i sondaggi attuali, ha ottime possibilità di vincere le elezioni presidenziali dell’anno prossimo e di ottenere la maggioranza in parlamento — è significativo. Del resto, non molto tempo fa, il RN (allora noto come Front National) era politicamente e finanziariamente strettamente legato al Cremlino.

L’affinità ideologica con la Russia risale all’inizio del millennio, quando il defunto fondatore del partito, Jean-Marie Le Pen, espresse la sua ammirazione per la leadership autoritaria di Putin e parlò con entusiasmo di “un’Europa da Brest a Vladivostok.” Nel 2014, la testata investigativa francese Mediapart rivelò che la First Czech-Russian Bank — un’istituzione finanziaria moscovita di dubbia reputazione — aveva concesso una linea di credito da nove milioni di euro al Front National, che si trovava allora in difficoltà finanziarie dopo diversi scandali e sentenze giudiziarie.

La banca fallì poco dopo. Il suo credito nei confronti del partito di Le Pen fu ceduto — attraverso una società di comodo moscovita — a una società aeronautica russa con stretti legami negli ambienti dell’intelligence. Nel settembre 2023, il partito annunciò di aver estinto questo debito russo, che alla fine ammontava a poco più di sei milioni di euro.

È stato un grande sollievo per Jordan Bardella — il protetto di Marine Le Pen e ancora potenziale candidato alle presidenziali del 2027, se lei venisse condannata per peculato dalla Corte di Cassazione. Il mentore di Bardella, il miliardario bretone di vedute conservatrici Vincent Bolloré, ha sviluppato una simpatia per il profilo politico della premier italiana, Giorgia Meloni. Lei governa da destra, ma si schiera ostentatamente con l’Ucraina.

È vero che Bolloré corteggia voci filorusse — in primo luogo Xenia Fedorova, la propagandista russa espulsa dalla Francia questa estate e sanzionata ieri dall’Ue — attraverso i media del suo conglomerato, tra i quali spicca il canale televisivo CNews, spesso soprannominato “Fox News in francese.” Ma se scrollarsi di dosso lo stigma di essere filorusso aiutasse a normalizzare il RN, come è accaduto con Meloni, e ad aumentare le chance di Bardella o Le Pen di succedere a Macron, Bolloré non avrebbe nulla in contrario.

Il recente voltafaccia antirusso di Bardella è dunque solo una mossa opportunistica? Forse. Non depone a favore di un sincero riesame ideologico del RN il fatto che il suo giovane presidente — che presiede anche il gruppo “Patrioti per l’Europa” al Parlamento europeo — assuma spesso posizioni piuttosto ambigue su alcuni aspetti della politica di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina. Riguardo alla Crimea, annessa militarmente dalla Russia nel 2014, per esempio, Bardella una volta ha detto: “È storicamente russa, e quella fu un’invasione di mercenari, non dell’esercito russo.”

E in ogni caso, la sua sfiducia verso le manovre del Cremlino ha un limite ben preciso. Quando il Parlamento europeo ha votato una risoluzione sulla guerra ibrida delle potenze straniere, la protezione dell’integrità territoriale dell’Ue e delle infrastrutture critiche di sicurezza e difesa, nessun membro del RN ha votato a favore — incluso lo stesso Bardella, che si è ritrovato a votare insieme all’AfD filorussa.

“La Russia costituisce la minaccia alla sicurezza primaria e più significativa per l’Ue e i suoi Stati membri”: una chiara maggioranza di 470 eurodeputati ha sostenuto la risoluzione con questa valutazione centrale. Per Bardella, tuttavia, era un passo troppo lungo. Del resto, le vecchie abitudini sono dure a morire.

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La frase

“Il multilateralismo non è un ideale del passato. È l’unico modo realistico per affrontare i problemi di oggi.”

António Costa, presidente del Consiglio europeo.

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L’avvertimento danese su un attacco russo entro pochi mesi — Il Servizio di Intelligence della difesa danese ieri ha pubblicato una nuova valutazione della minaccia rappresentata dalla Russia, avvertendo che Vladimir Putin entro pochi mesi potrebbe lanciare un attacco limitato in un paese membro della Nato. Oltre a un’intensificazione degli attacchi informatici e dei sabotaggi, i servizi danesi ritengono che ci sia il “rischio di un attacco militare limitato da parte della Russia contro uno o più paesi della Nato.” Secondo il documento, “questo potrebbe accadere anche se la Russia continua la guerra contro l’Ucraina e non ha sviluppato le capacità militari necessarie per condurre una guerra regionale.”

L’attacco limitato “potrebbe potenzialmente verificarsi nei prossimi mesi. Lo scopo sarebbe quello di dirottare le risorse europee dal sostegno all’Ucraina e di seminare divisioni all’interno della Nato, qualora l’alleanza non riuscisse a concordare una risposta collettiva.” I servizi danesi spiegano che l’attacco potrebbe prendere la forma di attacchi isolati con armi a lungo raggio contro infrastrutture vitali per il supporto all’Ucraina, oppure un’operazione sotto falsa bandiera, in cui la Russia utilizza droni di fabbricazione ucraina per attaccare un paese Nato. “La Russia potrebbe anche schierare un numero limitato di forze militari, eventualmente senza insegne nazionali, nei paesi Nato confinanti con la Russia”, si legge nel documento.

Per i servizi danesi, un’invasione su vasta scala da parte della Russia è considerata improbabile, ma non è da escludere.

Le motivazioni di Putin, secondo la Danimarca — Nel documento declassificato ieri, il Servizio di Intelligence della difesa danese sottolinea le ragioni per cui Vladimir Putin potrebbe lanciare un attacco contro un paese Nato. “La Russia è sottoposta a una pressione maggiore che in qualsiasi altro momento della guerra contro l’Ucraina. I continui attacchi a lungo raggio dell’Ucraina stanno causando danni ancora più ingenti in profondità nel territorio russo. La Russia sta subendo pesanti perdite per guadagni territoriali marginali in Ucraina”, si legge nel documento. “L’economia russa è sull’orlo di una grave crisi, causata dalle spese militari, dalle sanzioni internazionali e dagli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe.” Per i servizi di intelligence danesi, “non vi è alcuna prospettiva che la Russia ottenga importanti successi nella guerra contro l’Ucraina nei prossimi sei mesi. Allo stesso tempo, è altamente improbabile che il presidente Putin sia disposto a scendere a compromessi sui suoi obiettivi fondamentali per la guerra.”

Secondo il documento, “per la Russia, i prossimi anni rappresentano quindi una finestra di opportunità, durante la quale il presidente Putin potrebbe concludere che vale la pena correre il rischio di tentare di cambiare drasticamente l’ordine di sicurezza in Europa. Di conseguenza, è probabile che Putin cercherà di cambiare l’attuale traiettoria.”

I leader europei seduti allo stesso tavolo di Putin al G20? — Donald Trump ha invitato Vladimir Putin al vertice del G20 che si terrà a Miami a metà dicembre. E i leader europei si trovano di fronte a un dilemma: boicottare il grande evento oppure sedersi allo stesso tavolo dell’aggressore dell’Ucraina che minaccia i loro paesi? Il Cremlino non ha ancora confermato la presenza di Putin. Ma l’Ue sembra pronta ad andare a Miami per dire in faccia a Putin ciò che pensa.

“La Russia rimane un membro del G20 e ha quindi il diritto di partecipare alle riunioni, compresi gli incontri a livello ministeriale e dei leader”, ha detto ieri il portavoce della Commissione. “Dal 2022, l’Ue ha costantemente e con fermezza sfruttato le riunioni del G20 per condannare l’invasione su vasta scala da parte della Russia e per chiederne la cessazione. Quello che posso dire è che questo approccio, dal punto di vista dell’Ue, proseguirà a prescindere da chi parteciperà alla riunione del G20”, ha aggiunto il portavoce.

La propagandista russa Xenia Fedorova nella lista nera dell’Ue — Xenia Fedorova è un volto noto in Francia. Direttrice del canale RT France, filiale francofona di Russia Today, strumento di propaganda del Cremlino sanzionato dall’Ue, è diventata un’ospite fissa di diversi media di proprietà del miliardario Vincent Bolloré. Questa estate il governo francese ha deciso di revocarle il permesso di soggiorno ed espellerla dal territorio. Ieri il Consiglio dell’Ue ha annunciato l’inserimento di Xenia Fedorova nella lista nera dell’Ue per il suo ruolo nelle attività ibride della Russia, in particolare la sua attività di manipolazione e interferenza delle informazioni, che mina la democrazia e la stabilità in Europa.

“In seguito alla sospensione delle attività di trasmissione di RT nell’Ue, Xenia Fedorova ha continuato a diffondere, attraverso media francesi quali CNews, Europe 1 e Le JDD, narrazioni allineate a quelle promosse dalle autorità russe in merito alla guerra contro l’Ucraina, al sostegno europeo all’Ucraina, alla Nato e alle relazioni tra la Russia e l’Unione”, ha spiegato il Consiglio in un comunicato.

Xenia Fedorova non potrà più entrare nel territorio dell’Ue, mentre i suoi beni saranno congelati. Non solo: i media di Bolloré non potranno più invitarla a pagamento, nemmeno in videocollegamento da Mosca o altre località fuori dall’Ue, perché le sanzioni vietano agli europei di offrire sostegno finanziario a chi è nella lista nera.

Costa promette di proteggere la Corte Penale Internazionale — Nel suo discorso davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite ieri, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha promesso di proteggere la Corte Penale Internazionale da potenziali nuove sanzioni imposte dall’Amministrazione Trump. “Difendere il diritto internazionale non è un’opzione, ma una nostra responsabilità. Questo significa proteggere le istituzioni che danno significato a questi principi, in particolare la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale”, ha detto Costa.

Il presidente del Consiglio europeo ha spiegato che l’Ue intende “sostenere fermamente e difendere” l’indipendenza, l’integrità e la capacità di svolgere il mandato della CPI. “Minacce e attacchi contro la Corte penale internazionale, i suoi funzionari e il suo personale sono inaccettabili. La responsabilità non può dipendere da considerazioni di opportunità politica”, ha aggiunto Costa, senza tuttavia citare gli Stati Uniti o Donald Trump.

Gli europei in allarme per il potenziale divieto americano di esportazione del diesel — Una mossa elettorale disperata di Donald Trump per cercare di salvare la sua maggioranza al Congresso alle elezioni di midterm può provocare una nuova crisi energetica nell’Unione europea? La Commissione di Ursula von der Leyen ieri ha espresso la sua “preoccupazione” per la possibilità che il presidente americano vieti le esportazioni di diesel dagli Stati Uniti.

I prezzi del diesel hanno già raggiunto livelli record nell’Ue a causa della chiusura dello stretto di Hormuz. Più del 50 per cento delle importazioni di diesel in Europa provengono dagli Stati Uniti, una quota che è considerevolmente aumentata dopo la guerra della Russia contro l’Ucraina. Negli Stati membri non ci sono capacità di raffinazione aggiuntive da utilizzare rapidamente per trasformare il greggio in diesel. Un divieto di esportazione degli Stati Uniti non avrebbe solo un effetto sui prezzi in Europa, ma anche sulla sicurezza dell’approvvigionamento. Le ripercussioni andrebbero ben oltre il prezzo del diesel alla pompa di benzina, colpendo anche il settore dei trasporti, quello dei fertilizzanti e l’agricoltura.

La Commissione critica Trump sul diesel — La Commissione von der Leyen generalmente non rilascia commenti su scenari ipotetici e indiscrezioni di stampa, ancor meno quando si tratta di Trump. La dichiarazione di ieri, attentamente preparata, è indicativa del livello di allarme dentro il palazzo del Berlaymont. “L’Ue guarda con preoccupazione ai presunti piani degli Stati Uniti di vietare le esportazioni di diesel, incluso verso l’Ue”, ha detto il portavoce della Commissione.

Donald Trump non è stato menzionato. Ma mai si è ascoltata nella sala stampa della Commissione una critica così esplicita di una potenziale misura del presidente americano. Il divieto di esportazione del diesel è “una pessima idea”, ha detto il portavoce della Commissione. “Qualsiasi interruzione rischierebbe di avere un impatto negativo su entrambe le parti.” La Commissione ha chiesto all’Amministrazione di essere consultata “prima di prendere misure che abbiano un impatto su mercati condivisi”, ha aggiunto il portavoce.

L’allarme è ai massimi. Il segretario americano all’Energia, Chris Wright, mercoledì ha cercato di calmare la tensione, annunciando che non ci sarà un divieto totale di esportazione, ma solo restrizioni. Ma la mezza smentita non ha convinto l’Ue. Dopo aver consultato i trader, la Commissione si è convinta che “Trump lo farà”, ci ha spiegato una fonte.

Isabel Schnabel avvia il cambio di leadership alla Bce — La tedesca Isabel Schnabel, membro del board della Banca centrale europea, lascerà con un anno di anticipo Francoforte per trasferirsi a Washington dove ricoprirà un incarico importante dentro il Fondo Monetario Internazionale. Lo ha annunciato la Bce in un comunicato. La partenza di Schnabel è prevista per il 3 gennaio, dando avvio al gioco di sedie musicali per cambiare rapidamente la leadership della Bce, compresa la sua presidente Christine Lagarde.

Negli ultimi mesi ci sono state diverse voci di una partenza anticipata di Lagarde per andare a guidare il World Economic Forum o candidarsi alle presidenziali in Francia. La presidente non ha mai davvero chiarito se resterà fino alla fine del suo mandato, in teoria il 31 ottobre 2027. Ma le elezioni presidenziali in Francia, con la prospettiva di una potenziale vittoria di Marine Le Pen, stanno spingendo i leader europei ad accelerare i tempi per il cambio al vertice della Bce. Anche il mandato del capo-economista, l’irlandese Philip Lane, scade nel 2027. Il Consiglio europeo di dicembre potrebbe essere un momento decisivo per le nomine della Bce.

Accade oggi

  • Commissione: la presidente von der Leyen a New York per l’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite

  • Commissione: il commissario Hansen a Sorrento incontra il ministro italiano dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida

  • Commissione: la commissaria Albuquerque a Dublino partecipa a una Conferenza su Stabilità, coordinamento economico e governance nell’Ue

  • Eurostat: prezzi dei pacchetti vacanza ad agosto; dati sugli incidenti del lavoro nel 2024

Alcuni testi del Mattinale Europeo sono tradotti con strumenti di intelligenza artificiale, ma sono tutti redatti e verificati da persone in carne e ossa. Sia l’IA sia gli esseri umani possono commettere errori. Grazie per le vostre segnalazioni: ci aiutano a correggerli e a migliorarci.

Il Mattinale Europeo è una newsletter di informazione edita da DC NEXUS EUROPE Srl. David Carretta ne è il direttore responsabile. Per sponsorizzazioni o contatti: dcnexuseurope@gmail.com


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