Dialoga con i tre piani del Museo Fortuny, Dreamers, la mostra di Erwin Wurm (Bruck an der Mur, Austria, 1954), a cura di Elisabetta Barisoni e Cristina Da Roit. Artista noto per aver ripensato il concetto di scultura alla luce di una profonda riflessione sul corpo umano e la quotidianità; famoso a livello internazionale per le celebri One Minute Sculptures (1996–97), esposte al secondo piano del Museo e aperte all’interazione diretta con il pubblico.
L’umorismo, elemento caratterizzante della sua pratica, apre la porta a questioni filosofiche e sociali, permettendogli di affrontare le tensioni proprie della società contemporanea, e di criticare le pressioni esercitate dal capitalismo e le costruzioni identitarie imposte dall’esterno.
L’ordinario secondo l’artista è così familiare da risultare scontato; quindi osservarlo da un punto di vista “assurdo e paradossale” è l’unico modo per coglierne davvero le storture e le peculiarità. Un’attitudine che nel particolare museo veneziano raggiunge la sua acme, facendo risaltare le opere contemporanee tra quelle ricche di storia custodite nelle sontuose sale.
La scultura di Erwin Wurm come esperienza effimera a Venezia
L’artista, tramite istruzioni, invita il pubblico ad agire con alcune opere facendolo diventare parte delle stesse. Installazioni temporanee ed effimere che sopravvivono in alcuni casi nella documentazione fotografica realizzata con la Polaroid, “tassidermia dell’istante”.
Parallelamente in altri lavori Wurm antropomorfizza oggetti comuni in modi inattesi. Nella serie Dreamers, da cui il titolo della mostra, grandi cuscini bianchi sostenuti da arti umani in posizioni spesso precarie diventano metafora del mondo onirico ed esplorano la tensione tra corpo e inconscio.
Le opere destabilizzanti di Wurm a Palazzo Fortuny.
Il dialogo tra Wurm ed il Museo Fortuny si concentra anche sull’idea dell’abito come estensione scultorea del corpo. In Substitutes l’artista presenta una serie, leggermente inquietamente, di indumenti privi di figura umana, forse dei monumenti all’assenza, che sembrano trattenere l’ultimo gesto di chi li ha abitati. Impossibile non associarli all’iconico abito Delphos di Fortuny, riferimento per la storia della moda, noto per la sua forma moderna, seppur ispirato alle statue greche, e per la tecnica dalla finissima plissettatura e per l’assenza della struttura portante tipica dell’epoca. Emblematico anche il rapporto tra lo scialle Knossos di Fortuny, un dispositivo scenico “aperto”, che richiede un gesto creativo per farsi scultura vivente e Yikes di Wurm che congela l’istante in cui il gesto si è dissolto. In entrambi i casi l’opere che esistono tra presenza e assenza nel tempo dell’azione.
Il dialogo tra Erwin Wurm e Mariano Fortuny, a Venezia
Prende così forma questo stravagante dialogo tra Wurm e Mariano Fortuny, genio poliedrico, che trasformò il Palazzo in un’opera d’arte complessiva e che oggi con Dreamers diventa una semiosfera in cui testi, forme e memorie collidono, generando molteplici nuovi significati. Le opere di Wurm, come elementi di destabilizzazione controllata, trasformano il museo in un laboratorio di indagine sull’identità contemporanea, e, attraverso l’incontro tra solidità del passato e precarietà del presente, inducono il pubblico a riflettere su questioni esistenziali.
L’intervista ad Erwin Wurm
Com’è stato trovarsi e lavorare con un luogo così antico e ricco di storia?
Straordinario. Pur avendo già esposto in altri musei questa è stata decisamente l’esperienza più interessante per la presenza della collezione che apprezzo molto. Sapevo che sarebbe stato sfidante, temevo che il mio lavoro si potesse ‘perdere’ ma poi, attraverso colori e allestimento, grazie alla collaborazione con le curatrici e l’Istituzione abbiamo trovato l’equilibrio compositivo. ma poi ho realizzato che no, grazie ai colori e come realizziamo le opere queste risaltino.
Può parlarci del messaggio dietro all’utilizzo di questi oggetti di uso comune?
Mi piace osservare il nostro mondo dalla prospettiva dell’assurdo, dell’insolito. Ritengo che sia un punto di vista privilegiato per cogliere aspetti altrimenti trascurati; come i colori, le superfici, i volumi nella scultura. Insomma, gli elementi principali delle mie opere.
E che dire dell’essere umano e del legame con il corpo?
Nella storia l’essere umano è il centro di questo mondo. Noi artisti lavoriamo su noi stessi, sugli uomini ed è un lavoro che riguarda me, te, noi. Io non lavoro solo sul corpo, ma sull’intera entità: lo spirito, l’aspetto psicologico la parte filosofica, quella spirituale, le cose che abbiamo e che amiamo, gli abiti e ciò che ci definisce, le case e le macchine; quello che ci rende noi e ciò che ci circonda.
C’è una riflessione in particolare che vuole suscitare negli spettatori?
In Dreamers ad esempio c’è un legame con Sigmund Freud, che proviene da Vienna, la mia città. Riguarda la doppia realtà dei sogni e il nostro lato ansioso, quello sessuale ed i nostri diversi aspetti psicologici. È così interessante combinare il corpo umano con un cuscino e crearne una figura.
La sua relazione con Venezia?
La amo sin da quando ero ragazzo. Recentemente ho rivisto una foto di quando sono stato qui la prima volta, a sei anni. Dall’Austria venivamo spesso, in pratica sono cresciuto qui e oggi ho una casa. Certo, mi rattrista il modo in cui la città sta cambiando ma sono contento che l’abbiano preclusa alle grandi navi e del modo in cui se ne prendono cura. É una città in cui i turisti non disturbano perché uscendo fuori dai circuiti più battuti si ritrova la solitudine e l’autenticità.
Giulia Bianco
Venezia // Fino al 22 novembre 2026
Dreamers. Erwin Wurm
MUSEO FORTUNY, San Marco 3958
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Giulia Bianco
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