droni e guerra ibrida, quali rischi per l’Italia


L’ipotesi di possibili attacchi russi con droni contro i Paesi europei ha riportato al centro del dibattito il tema dell’estensione della guerra ibrida al territorio della NATO. Secondo El Mundo, l’intelligence statunitense avrebbe raccolto informazioni su possibili piani russi per utilizzare droni lanciati dal mare contro Paesi del Mediterraneo.

L’ipotesi, tuttavia, non risulta al momento accompagnata da conferme, anche secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa Guido Crosetto. In questo quadro, abbiamo chiesto all’esperta di geopolitica dell’Università di Macerata, Simona Epasto, di far luce sulla questione, sulle possibili conseguenze in caso di espansione della guerra ibrida e sulla capacità di risposta del sistema nazionale ed euro-atlantico.

Simona Epasto, professoressa di Geopolitica all’Università di Macerata

Quanto è concreto oggi il rischio per l’Italia e quanto dobbiamo preoccuparci?
«Credo sia necessario, anzitutto, separare il dato accertato dallo scenario ipotetico, perché, in una fase di elevata tensione internazionale, il rischio maggiore è proprio quello di trasformare un’informazione non verificata in una certezza geopolitica. El Mundo ha riferito dell’esistenza di informazioni raccolte dall’intelligence statunitense circa una possibile operazione russa mediante droni lanciati dal Mediterraneo contro Paesi dell’Europa meridionale, fra cui l’Italia; tuttavia, allo stato attuale, il Governo italiano ha fatto sapere di non avere ricevuto segnalazioni operative attraverso i propri canali di intelligence, diplomatici o militari e il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha espressamente affermato che l’allarme non risulta confermato. Per questo non vedo elementi che possano giustificare, oggi, un atteggiamento allarmistico nei confronti della popolazione. È significativo, peraltro, che neppure Parigi e Madrid abbiano finora confermato pubblicamente l’esistenza della specifica allerta descritta dalla stampa spagnola. La Francia ha certamente innalzato il livello di attenzione nei confronti delle minacce ibride, mentre la Spagna partecipa attivamente alle missioni di sorveglianza e deterrenza della NATO sul fianco orientale; ma si tratta di un piano analitico diverso rispetto alla prova dell’esistenza di un progetto operativo diretto contro Italia, Francia e Spagna. È quindi necessario distinguere tra un contesto strategico indubbiamente più esposto e la concreta attribuzione di un’intenzione offensiva specifica».

L’esperta invita dunque a distinguere l’esistenza di un contesto di crescente tensione dalla conferma di un piano operativo specificamente diretto contro il territorio italiano.

«Ciò non significa, naturalmente, che il tema possa essere liquidato come irrilevante. Esiste un quadro di sicurezza europeo profondamente mutato e la NATO stessa considera ormai le attività ibride, gli incidenti con droni, le violazioni dello spazio aereo, gli attacchi informatici e le minacce alle infrastrutture critiche come componenti di un ambiente strategico nel quale la distinzione tradizionale fra pace e conflitto è divenuta assai meno netta. Proprio nei giorni scorsi il Comitato militare dell’Alleanza ha ribadito un approccio alla sicurezza a 360 gradi, esteso a tutti i fianchi e a tutti i domini operativi, indicando fra le priorità la difesa aerea e missilistica, i droni, il cyber, lo spazio e la protezione delle infrastrutture critiche».

Il riferimento alla trasformazione dello scenario strategico europeo trova riscontro nelle recenti comunicazioni della NATO: l’Alleanza ha infatti indicato tra le proprie priorità proprio la difesa aerea e missilistica, i droni, il cyber, lo spazio e la protezione delle infrastrutture critiche.

«È questo, a mio avviso, il punto da comprendere: l’Italia non deve essere considerata come un territorio isolato sul quale misurare astrattamente la probabilità di un attacco, ma come parte dello spazio strategico euro-atlantico e del sistema di deterrenza e difesa collettiva della NATO. La distanza geografica dal fronte orientale non equivale più, nell’attuale configurazione tecnologica e strategica, a una condizione di estraneità rispetto alle dinamiche di sicurezza dell’Alleanza; ma, allo stesso tempo, essere esposti a un rischio potenziale non significa essere dinanzi a un attacco imminente. La funzione stessa della deterrenza consiste, del resto, nel rendere il costo di un’eventuale escalation sufficientemente elevato da scoraggiarne il verificarsi».

Se la Russia sta effettivamente estendendo la sua strategia di guerra ibrida al territorio europeo, che cosa potrebbe cambiare concretamente nella vita quotidiana degli italiani e nella nostra sicurezza?
«Anche qui utilizzerei con cautela l’espressione “guerra ibrida”, perché non dobbiamo immaginare una trasposizione della guerra convenzionale dalle aree orientali dell’Europa alle città italiane. La logica della grey zone, della cosiddetta “zona grigia” compresa fra la condizione di pace e il conflitto armato apertamente dichiarato, opera attraverso strumenti molto più frammentati: cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione, interferenze elettroniche, azioni contro infrastrutture, operazioni di influenza e attività caratterizzate, soprattutto, da una deliberata ambiguità nell’attribuzione».

Il concetto di resilienza è ormai centrale nella pianificazione dell’Alleanza. La NATO considera infatti la capacità di mantenere operative infrastrutture e servizi essenziali come parte integrante della sicurezza, includendo tra i rischi anche sabotaggi, cyberattacchi e interruzioni di servizi essenziali.

«È precisamente su questo terreno che la NATO ha progressivamente ampliato la propria concezione della sicurezza. La resilienza non viene più considerata un elemento accessorio rispetto alla difesa militare, ma una sua condizione essenziale: l’Articolo 3 del Trattato Nord Atlantico richiama infatti la capacità degli Alleati di sviluppare individualmente e collettivamente gli strumenti necessari a resistere a un attacco, e i nuovi Baseline Requirements for Resilience della NATO includono espressamente, fra i rischi da fronteggiare, attacchi fisici e sabotaggi contro infrastrutture critiche, cyberattacchi, vulnerabilità delle reti energetiche e dei trasporti e dipendenze tecnologiche e strategiche».

I nuovi Baseline Requirements for Resilience pubblicati dalla NATO nel settembre 2026 comprendono, tra gli altri, la continuità delle istituzioni, la resilienza energetica, le comunicazioni, i trasporti, l’approvvigionamento di acqua e cibo e la capacità di fronteggiare attacchi fisici e cyber.

«Per il cittadino italiano, dunque, un eventuale aumento della pressione ibrida non si tradurrebbe necessariamente nella percezione quotidiana di una condizione di guerra; potrebbe manifestarsi, piuttosto, attraverso un rafforzamento delle misure di sicurezza, una maggiore protezione dei sistemi digitali e delle infrastrutture, controlli più stringenti nelle aree sensibili o, in casi specifici, disfunzioni temporanee di servizi essenziali. Ed è proprio qui che la dimensione civile e quella militare tendono a intersecarsi: la NATO parla ormai esplicitamente di un approccio whole-of-society, cioè capace di coinvolgere istituzioni, settore privato, infrastrutture critiche e società civile, perché la capacità di mantenere attivi energia, comunicazioni, trasporti, acqua, sanità e funzioni pubbliche diventa parte della stessa credibilità della deterrenza».

Secondo l’esperta c’è poi un aspetto non secondario. «Nella guerra ibrida il risultato ricercato non coincide necessariamente con il danno materiale: può consistere anche nell’amplificazione della paura, nella diffusione della percezione che le istituzioni non siano in grado di proteggere il territorio o nella progressiva erosione della fiducia collettiva. Proprio per questo una comunicazione pubblica rigorosa, che non minimizzi i rischi ma non contribuisca neppure ad amplificarli indebitamente, rappresenta essa stessa una componente della resilienza strategica».

Quali potrebbero essere gli obiettivi di un eventuale attacco in Italia e quanto siamo preparati a difendere aeroporti, porti, infrastrutture energetiche e altri luoghi sensibili?
«Eviterei di individuare possibili obiettivi specifici perché, in assenza di informazioni operative confermate, entreremmo inevitabilmente nel campo della congettura. Possiamo però ragionare per categorie strategiche: nella competizione ibrida assumono particolare rilievo quelle infrastrutture il cui funzionamento è indispensabile tanto alla vita economica e civile quanto alla mobilità e alla capacità difensiva dello Stato e dell’Alleanza — reti energetiche e digitali, sistemi di comunicazione, porti, aeroporti, infrastrutture logistiche e collegamenti strategici».

La protezione delle infrastrutture critiche è oggi esplicitamente al centro delle attività dell’Alleanza. Nel documento sulla resilienza pubblicato a settembre, la NATO richiama la necessità di garantire continuità a energia, comunicazioni, trasporti e altri servizi essenziali e di prepararsi anche a sabotaggi e cyberattacchi.

«Qui il ruolo della NATO diventa ancora più evidente. Il principio della difesa collettiva non riguarda soltanto l’eventuale risposta a un attacco militare tradizionale: l’Alleanza ha chiarito che anche attacchi cibernetici o altre azioni ibride di particolare gravità possono, sulla base di una valutazione caso per caso, raggiungere la soglia dell’“attacco armato” rilevante ai fini dell’Articolo 5. Non significa che ogni drone, sabotaggio o cyberattacco determini automaticamente l’attivazione della difesa collettiva; significa, però, che esiste una soglia oltre la quale l’aggressore non potrebbe necessariamente confidare nell’ambiguità dello strumento utilizzato per sottrarsi alla risposta dell’Alleanza».

«Al tempo stesso, la risposta non può essere affidata a una sorta di impermeabilità tecnologica assoluta, che nessun Paese può realisticamente garantire. La sicurezza contemporanea richiede una difesa stratificata e multidominio: capacità di intelligence e di early warning, sorveglianza dello spazio aereo e marittimo, sistemi counter-UAS per individuare e contrastare i droni, difesa aerea e missilistica, cybersecurity, protezione delle infrastrutture e cooperazione costante fra apparati civili e militari. Ed è esattamente in questa direzione che si sta muovendo la pianificazione della NATO, che nel settembre 2026 ha nuovamente indicato, fra le priorità operative dell’Alleanza, difesa aerea e missilistica, droni, cyber, spazio e protezione delle infrastrutture critiche».

Le priorità indicate dall’esperta coincidono con quelle discusse dai vertici militari della NATO: difesa aerea e missilistica, droni, cyber, spazio e protezione delle infrastrutture critiche.

«La questione, dunque, non è stabilire se l’Italia sia “sicura” o “insicura” in termini assoluti, categorie che hanno poco significato geopolitico, quanto comprendere che la sicurezza nazionale è ormai inseparabile dalla sicurezza euro-atlantica. L’Italia dispone delle proprie capacità nazionali, ma queste si collocano all’interno di un sistema assai più ampio di intelligence, pianificazione, interoperabilità, deterrenza e difesa collettiva. È forse questa la differenza fondamentale rispetto a una lettura puramente nazionale della minaccia: un’eventuale azione ostile contro il territorio italiano non si svolgerebbe in un vuoto strategico, ma riguarderebbe un Paese membro della NATO e, dunque, investirebbe inevitabilmente l’intero quadro della sicurezza dell’Alleanza».

L’ultimo passaggio dell’analisi riguarda infine il possibile impatto sociale di questa trasformazione della sicurezza europea.

«Non credo, perciò, che la conclusione debba essere quella di un’Europa destinata inevitabilmente a una progressiva militarizzazione della propria vita quotidiana. La conclusione è piuttosto che la geografia della sicurezza è cambiata: il confine fra fronte e retrovia è divenuto più poroso, le minacce attraversano contemporaneamente spazio fisico, il cyberspazio, le reti energetiche e i sistemi informativi e, proprio per questa ragione, la risposta non può che essere collettiva. La forza della NATO, in questo scenario, consiste non soltanto nella capacità di reagire a un’aggressione, ma soprattutto nella capacità di rendere meno conveniente che quell’aggressione venga tentata».




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