Quando si parla di aumentare l’età pensionabile, il dibattito si concentra quasi sempre sulla sostenibilità dei conti pubblici, sulle aspettative di vita e sull’equilibrio del sistema previdenziale. Molto meno si parla delle persone che quelle decisioni le subiscono, dei loro redditi, dei loro progetti e, soprattutto, di ciò che accade quando finalmente riescono ad andare in pensione. L’innalzamento dei requisiti pensionistici già stabilito per il 2027 e il 2028, al quale potrebbero aggiungersi ulteriori aumenti a partire dal 2029, interviene in una fase in cui le famiglie italiane, soprattutto quelle a reddito medio e basso, devono ancora fare i conti con la perdita di potere d’acquisto accumulata negli ultimi anni.
Per i dipendenti pubblici, tuttavia, esiste un’aggravante della quale si parla troppo poco: l’allontanamento della pensione trascina con sé anche il pagamento del trattamento di fine servizio, una liquidazione che lo Stato continua a trattenere per mesi e, in molti casi, per anni. Nel settore privato il TFR è normalmente liquidato alla cessazione del rapporto, con tempi che, secondo i contratti collettivi, sono generalmente di poche settimane e possono arrivare a due o tre mesi. Nella pubblica amministrazione, invece, si continua ad applicare un sistema di differimenti e rateizzazioni che può rinviare il pagamento per diversi anni.
E per chi lascia il lavoro in anticipo la situazione può diventare ancora più paradossale. In alcune forme di pensionamento anticipato, infatti, il termine per ottenere il TFS non decorre nemmeno dal giorno in cui il dipendente smette di lavorare, ma dal momento in cui avrebbe maturato i requisiti ordinari di pensionamento. Soltanto allora comincia un’ulteriore attesa di dodici o ventiquattro mesi, alla quale possono aggiungersi altri tre mesi per il pagamento. E se la liquidazione supera i 50 mila euro, scatta anche la rateizzazione, che può distribuire il pagamento su due o tre annualità.
Si può così arrivare all’assurdo di una persona che va in pensione e deve aspettare anni prima di entrare in possesso di denaro che ha già guadagnato. L’aumento dell’età pensionabile rende questo meccanismo ancora più penalizzante. Se si sposta in avanti il requisito ordinario al quale è agganciato il pagamento del TFS, per i lavoratori interessati si sposta anche la data dalla quale cominciano a decorrere i termini per la liquidazione. A un primo rinvio si somma un secondo rinvio. E, in alcuni casi, un terzo, rappresentato dalla rateizzazione. La legge di Bilancio 2026 ha ridotto da dodici a nove mesi, a partire dal prossimo anno, il termine iniziale per il pagamento del TFS a determinate categorie di dipendenti pubblici. Ma la riduzione non riguarda tutti e non elimina né le altre attese né la rateizzazione.
È proprio questa sovrapposizione di tempi che rende evidente quanto sia ancora lontana una soluzione organica. Per Confsal-UNSA la questione non è nuova. Sono anni che denunciamo questa disparità e che abbiamo intrapreso iniziative giudiziarie per ottenere il riconoscimento di un principio elementare: il trattamento di fine servizio è retribuzione differita, non un prestito che il lavoratore concede allo Stato. La Corte costituzionale è già intervenuta tre volte. Con la sentenza n. 159 del 2019, con la sentenza n. 130 del 2023 e, da ultimo, con l’ordinanza n. 25 del 2026, ha richiamato il legislatore sulla necessità di superare il sistema dei pagamenti differiti e rateizzati. Le prime due pronunce, originate anche dalle iniziative giudiziarie promosse da Confsal-UNSA, hanno chiarito il rapporto fra tempestività del pagamento e garanzia costituzionale della giusta retribuzione. L’ultima ordinanza ha rilevato l’insufficienza degli interventi legislativi finora adottati.
La Consulta ha rinviato la discussione delle questioni al 14 gennaio 2027, lasciando al Parlamento la possibilità di programmare una riforma che elimini progressivamente i meccanismi dilatori. Ha riconosciuto la necessità di tenere conto dell’impatto sui conti pubblici, ma ha anche indicato l’esigenza di un percorso definito, con tempi ragionevoli. È su questo terreno che si misurerà la risposta delle istituzioni. Sappiamo che la sostenibilità del sistema previdenziale e l’equilibrio della finanza pubblica richiedono scelte impegnative. Ma non si può affrontare il problema utilizzando sistematicamente la liquidazione dei dipendenti pubblici come uno strumento di gestione della cassa dello Stato.
Per questo Confsal-UNSA ha indicato una proposta concreta: corrispondere almeno i primi 50 mila euro del TFS entro tre mesi, senza discriminazioni legate alla modalità di pensionamento, e definire un programma pluriennale per eliminare completamente differimento e rateizzazione. Durante l’eventuale fase transitoria, occorre inoltre tutelare il valore reale delle somme dovute dall’erosione dell’inflazione. La prossima legge di Bilancio rappresenta dunque un passaggio importante. Non soltanto perché dovrà confrontarsi con un quadro previdenziale sempre più difficile per i lavoratori, ma anche perché precederà di poche settimane la nuova udienza della Corte costituzionale.
Il tema non riguarda esclusivamente chi sta per andare in pensione. Riguarda la credibilità dello Stato nei confronti dei propri dipendenti. Un’amministrazione che chiede alle persone di lavorare più a lungo deve anche essere in grado di rispettare gli impegni economici che ha assunto nei loro confronti. E riguarda, più in generale, l’equità del rapporto tra lavoro pubblico e privato. Non possono esistere lavoratori di serie A, ai quali viene riconosciuta tempestivamente la liquidazione, e lavoratori di serie B, costretti ad aspettare anni per ricevere la stessa componente della propria retribuzione. Il TFS non appartiene allo Stato. Appartiene a chi lo ha maturato con decenni di lavoro. È da questo principio che deve partire qualsiasi riforma.
Perché allungare il tempo del lavoro e, contemporaneamente, quello necessario a riceverne la liquidazione significa imporre ai dipendenti pubblici un sacrificio aggiuntivo, proprio nella fase della vita in cui dovrebbero poter disporre liberamente dei risparmi accumulati. E dopo tre interventi della Corte costituzionale, quel sacrificio non può più essere considerato una soluzione ordinaria.
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