L’aggiornamento della Ragioneria Generale dello Stato ha cambiato le carte in tavola per milioni di lavoratori italiani. La soglia dei 68 anni per la pensione di vecchiaia, che appena un anno fa si stimava sarebbe stata raggiunta nel 2039, oggi viene anticipata al 2037. Due anni in meno di quanto previsto per adeguarsi ai nuovi requisiti, un’accelerazione che coglie di sorpresa chi aveva pianificato la propria uscita dal lavoro sulla base delle proiezioni precedenti.
Il meccanismo che regola questi aggiustamenti è quello dell’adeguamento automatico alla speranza di vita, uno strumento che scatta periodicamente per allineare i requisiti pensionistici all’allungamento della vita media degli italiani. Un meccanismo tecnico, quasi invisibile nel dibattito pubblico, ma capace di spostare in avanti l’età di uscita dal lavoro di milioni di persone senza bisogno di una riforma vera e propria.
Cosa cambia per la pensione anticipata
Non è solo la pensione di vecchiaia a subire questa accelerazione. Anche sul fronte della pensione anticipata i requisiti contributivi sono destinati a salire progressivamente. Per gli uomini, il numero di anni di contributi necessari salirà a 43 anni e 4 mesi nel 2029 e a 43 anni e 6 mesi nel 2031. Per le donne, come da tradizione normativa, il requisito resta un anno in meno rispetto a quello maschile.
Ma le proiezioni più recenti si spingono ben oltre l’orizzonte di questo decennio. Secondo le nuove stime, si arriverebbe a 67 anni e 8 mesi di età già nel 2031, per poi salire fino a 68 anni e 2 mesi nel 2040 e toccare addirittura 69 anni nel 2050. Numeri che disegnano uno scenario in cui l’età pensionabile continua a crescere in modo pressoché costante nei prossimi trent’anni.
È importante sottolineare un punto: quelle appena descritte restano proiezioni, non certezze scolpite nella pietra. Il governo ha sempre la possibilità di intervenire con un decreto per sospendere o rallentare questi scatti automatici, esattamente come è già avvenuto in passato con provvedimenti di sterilizzazione temporanea.
Si tratta però di una scelta politica che ha un costo diretto per le casse dello Stato, e non un costo trascurabile. Secondo le stime disponibili, una sterilizzazione totale dell’adeguamento avrebbe un impatto compreso tra i 2,7 e i 3,8 miliardi di euro nel solo biennio 2027-2028. Una cifra che rende tutt’altro che scontato un intervento correttivo, soprattutto in un contesto di finanza pubblica già sotto pressione.
Proprio per questo motivo, chi si avvicina alla pensione farebbe bene a non contare su un’eventuale marcia indietro del governo, ma a valutare fin da subito le leve concrete a disposizione per gestire questo scenario, senza restare in attesa di decisioni politiche che potrebbero non arrivare mai, o arrivare troppo tardi.
Consiglio numero 1: il riscatto dei contributi
La prima soluzione, probabilmente la più immediata e conosciuta, è il riscatto dei contributi. Questo strumento permette di “comprare” periodi della propria vita non coperti da versamenti contributivi, come gli anni di laurea, i periodi di inattività o più in generale i cosiddetti buchi contributivi, per raggiungere prima il requisito necessario alla pensione.
Il costo del riscatto contributivo, per un lavoratore dipendente, si aggira intorno al 33% del reddito lordo annuo per ogni anno che si intende riscattare. Una cifra che a un primo sguardo può sembrare piuttosto elevata, ma che va sempre messa a confronto con il costo economico alternativo: quello di dover lavorare uno o più anni in più prima di poter accedere alla pensione, con tutto ciò che questo comporta in termini di reddito perso e di qualità della vita.
Da segnalare anche l’esistenza di una versione agevolata del riscatto della laurea, che prevede un’aliquota ridotta rispetto a quella ordinaria. Questa opzione è pensata specificamente per chi non ha ancora iniziato a versare contributi nel periodo che intende riscattare, e può rappresentare una soluzione particolarmente conveniente per i più giovani che vogliono mettere le mani avanti fin dall’inizio della propria carriera lavorativa.
Consiglio numero 2: i versamenti volontari
Una variante da considerare con attenzione è quella dei contributi volontari. A differenza del riscatto, che copre periodi già trascorsi e ormai chiusi, i versamenti volontari permettono di continuare a versare contributi anche in assenza di un rapporto di lavoro attivo. Si tratta di uno strumento particolarmente utile per chi ha interrotto la propria carriera lavorativa, magari per motivi familiari o di salute, ma vuole comunque mantenere la continuità contributiva necessaria a raggiungere i requisiti pensionistici.
La scelta tra riscatto dei contributi e versamenti volontari dipende in larga misura dalla situazione specifica di ciascun lavoratore. In generale, si può affermare che:
- Il riscatto conviene quando mancano pochi anni al traguardo pensionistico e si dispone della liquidità necessaria per sostenere un esborso concentrato in un’unica soluzione o in poche rate.
- I contributi volontari sono preferibili quando si vuole diluire la spesa nel tempo, distribuendo l’onere economico su un periodo più lungo e rendendolo così più sostenibile per il proprio bilancio familiare.
Non esiste quindi una risposta univoca valida per tutti: la decisione va presa caso per caso, magari con il supporto di un patronato o di un consulente previdenziale, valutando con attenzione la propria posizione contributiva attuale e gli obiettivi che si vogliono raggiungere.
Consiglio numero 3: la neutralizzazione dei contributi dannosi
C’è infine una terza strada, meno conosciuta ma potenzialmente molto vantaggiosa, che riguarda soprattutto chi è già uscito dal lavoro con una pensione anticipata e teme di aver “perso” qualcosa lungo il percorso contributivo. Si tratta della neutralizzazione dei contributi dannosi.
Questo strumento permette di escludere dal calcolo pensionistico i periodi di lavoro caratterizzati da retribuzioni molto più basse rispetto alla media della propria carriera, oppure i periodi coperti da NASpI collocati negli ultimi anni prima della pensione. In pratica, se questi periodi “pesano” negativamente sull’assegno finale, abbassandone l’importo, il lavoratore può chiedere all’INPS di non conteggiarli ai fini del calcolo, ottenendo così una pensione più alta.
La neutralizzazione dei contributi è uno strumento particolarmente prezioso per chi, negli ultimi anni di carriera prima della pensione, ha subito un calo di reddito, magari a causa di una riduzione dell’orario di lavoro, di un demansionamento o di un periodo di disoccupazione coperto da indennità. La neutralizzazione permette di non essere penalizzati da queste fasi meno favorevoli della propria storia contributiva.
Perché agire subito, senza aspettare il governo
Il quadro che emerge dall’aggiornamento della Ragioneria Generale dello Stato è chiaro: l’età pensionabile continuerà a salire progressivamente nei prossimi anni, e non è affatto scontato che il governo intervenga per rallentare questo processo, vista l’entità dei costi che una simile scelta comporterebbe per le casse pubbliche.
Per questo motivo, attendere passivamente un possibile intervento politico non sembra la strategia più prudente. Chi si trova a pochi anni dalla pensione, o comunque sta pianificando la propria uscita dal lavoro, dovrebbe piuttosto valutare fin da subito quali tra questi strumenti, il riscatto dei contributi, i versamenti volontari o la neutralizzazione dei periodi dannosi, può essere più utile alla propria situazione specifica.
Ognuna di queste tre leve ha costi, benefici e tempistiche diverse, e in alcuni casi possono anche essere combinate tra loro per massimizzare il risultato finale. Rivolgersi per tempo a un patronato, a un consulente del lavoro o direttamente agli sportelli INPS permette di ottenere una simulazione personalizzata e di capire quale strada convenga davvero percorrere, evitando di scoprire troppo tardi di aver perso un’occasione preziosa per anticipare la propria pensione o per ottenere un assegno più consistente.
Dott.ssa Serena Benedetti
La dott.ssa Serena Benedetti è un’esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell’assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all’analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi…
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