È arrivato il momento di tornare sulle banche europee. A dirlo è Citi, che evidenzia una combinazione di fattori favorevoli che continuano a sostenere il settore. Tra questi spicca la dinamica degli utili, con le banche che rappresentano uno dei pochi segmenti ancora caratterizzati da revisioni al rialzo dell’Eps, pari a +3% da inizio anno, grazie soprattutto a outlook sui ricavi 2026 superiori alle attese e, in alcuni casi, anche a indicazioni più positive sul fronte dei costi.
Un ulteriore elemento di supporto citato da Citi arriva dalla curva forward dei tassi che, dopo la guerra in Iran, incorpora due rialzi del costo del denaro da parte della Bce nel corso dell’anno, un fattore che tende a sostenere la redditività del settore bancario.
Il settore bancario è visto in miglioramento anche grazie all’adozione dell’intelligenza artificiale, che nei prossimi tre anni dovrebbe favorire progressi in termini di produttività e contenimento dei costi. Citi stima per il settore una crescita dei costi contenuta tra l’1% e il 2% su base annua.
Gli istituti stanno generando livelli significativi di capitale in eccesso, che possono essere destinati a buyback, espansione del credito o operazioni di acquisizione. Citi prevede che una crescita più sostenuta dei volumi di credito e margini di interesse più elevati possano tradursi in un incremento dei ricavi intorno al 5% nel 2026. Le banche mostrano anche una maggiore propensione a utilizzare il capitale in operazioni di M&A, una tendenza destinata a proseguire secondo Citi, che individua una logica industriale e finanziaria in operazioni come Santander-Webster e NatWest-Evelyn, oltre a un possibile deal tra UniCredit e Commerzbank, pur in presenza di ostacoli ancora rilevanti per quest’ultima operazione. Anche Banca MPS, Banco BPM e Société Générale sarebbero pronte a giocare partite decisive che potrebbero ridisegnare gli equilibri del mercato del credito del Vecchio Continente.
Banca MPS
Da radici profonde a nuove frontiere – Una forza competitiva di primo piano nel settore bancario. È questo il titolo del Piano Industriale 2026-2030 approvato il 27 febbraio scorso dal consiglio di amministrazione di Banca MPS. Tra gli elementi “chiave del piano”, MPS sottolinea come i due brand coinvolti siano “iconici”, ampiamente riconosciuti e sinonimo di fiducia. Il modello di business “diversificato”, completo e resiliente, vede un ruolo chiaro e definito per ciascuna attività nella creazione di valore e rafforzamento della capacità di servizio per i clienti.
La forte complementarità dei business presente un’offerta di prodotti distintiva, in cui asset gathering & wealth management, corporate & investment banking e private banking contribuiscono per circa il 44% dei ricavi complessivi. Inoltre, si sottolinea il franchise commerciale, solido e radicato, capace di generare una crescita sostenibile e profittevole, a cui si aggiunge oltre 1 miliardo di investimenti IT in arco piano per il pieno sviluppo di una piattaforma tecnologica digitale e potenziata dall’intelligenza artificiale. Infine, la banca evidenzia una scala significativa e una posizione patrimoniale best-in-class per cogliere opportunità ad alto valore aggiunto anche in nuovi mercati.
Il piano vede obiettivi finanziari e patrimoniali “chiari”, con un margine di intermediazione in crescita fino a 9,5 miliardi nel 2030, con un cagr del 4,6%, sostenuto da un mix di ricavi diversificato e con un contributo crescente della componente commissionale (cagr 2025-2030 pari a +5,6%). Il rapporto cost/income ratio è visto in ulteriore riduzione dal 46% nel 2025 al 38% nel 2030 e l’utile netto adjusted dovrebbe arrivare a 3,7 miliardi nel 2030 (3,3 miliardi nel 2028).
Per quanto riguarda il ROTE adjusted, questo viene previsto pari al 18% nel 2030 e il net npe ratio all’1% entro il 2030, con una significativa solidità patrimoniale, con CET1 ratio a circa il 16% lungo l’intero orizzonte di piano, e un elevato buffer di capitale (circa 3 miliardi) che consente ampia flessibilità strategica per valutare nuove opportunità sia di crescita che di remunerazione agli azionisti.
Il Piano prevede poi masse in gestione nei Private Markets in crescita da circa 2,5 miliardi nel 2025 a circa 5 miliardi nel 2030. Per la divisione Cib il piano prevede una traiettoria verso un margine di intermediazione pari a circa 1,3 miliardi e un utile ante imposte di circa 0,8 miliardi entro il 2030, a fronte di impieghi in crescita da circa 22 miliardi a 27 miliardi.
Banco BPM
Il risiko bancario potrebbe accendersi di nuovo con Banco BPM e Banca MPS protagoniste. Parlando davanti alla Commissione d’inchiesta sul settore bancario del Senato, l’amministratore delegato Giuseppe Castagna non ha escluso in futuro un’aggregazione di Piazza Meda con l’istituto senese.
“Se in futuro ci dovesse essere una possibilità” con Mps, “come tutte le operazioni nelle quali abbiamo una partecipazione, le dobbiamo guardare con grande attenzione”, spiegava il manager.
Castagna ha inoltre precisato che al momento con Mps non c’è nulla in discussione, e “penso che nessuno dei nuovi azionisti di Mps abbia intenzione in questo momento – come mi pare abbia detto anche Lovaglio – di dedicarsi a una nuova operazione avendo già un’operazione importante da dover concludere” con Mediobanca.
Castagna poi ricordato l’ingresso di piazza Meda in Mps avvenuto lo scorso novembre in occasione della cessione della terza tranche da parte del Mef. L’offerta di Bpm era “strategica e non speculativa”, e “siamo stati spinti dalla voglia di creare un legame più stretto per Anima Holding abbiamo preso il 5%”, ha spiegato, precisando che la decisione di acquisire una quota nel capitale di Rocca Salimbeni si è basata anche su risultati “palesemente migliori” rispetto al passato.
L’ad ha poi parlato di un’altra operazione ipotizzata negli ultimi mesi, quella con Credit Agricole, smentendo qualunque possibilità di intesa con la banca verte. “Aspettiamo di capire le intenzioni di Credit Agricole”.
Lo scorso 13 gennaio la Bce ha dato il via libera a Crédit Agricole per superare la soglia del 20% del capitale sociale di Banco Bpm. Nel corso del terzo trimestre 2025, l’istituto ha stipulato contratti derivati legati alle azioni di Piazza Meda e ha acquisito una partecipazione aggiuntiva dello 0,3% attraverso questi strumenti. Il gruppo francese “intende regolare fisicamente tali derivati” (cioé convertirli) e, di conseguenza, “deterrà il 20,1% del capitale” di Bpm.
Dopo la notizia, Crédit Agricole si è affrettata a specificare che non intende andare oltre. In particolare, la banca “non intende acquisire o esercitare il controllo” su Piazza Meda e “manterrà la propria partecipazione al di sotto della soglia di offerta pubblica di acquisto obbligatoria”. L’istituto ha aggiunto che contabilizza la propria partecipazione in Bpm “nel quadro dell’influenza significativa nel quarto trimestre 2025, in linea con la posizione di Crédit Agricole come azionista e partner a lungo termine” della banca.
Commerzbank
Il board di Commerzbank ha formalmente respinto l’offerta pubblica di scambio volontaria lanciata da UniCredit il 16 marzo, con cui la banca italiana proponeva di acquistare il 100% delle azioni della banca tedesca non già in suo possesso a un valore complessivo di circa 35 miliardi di euro (pari a circa 40 miliardi di dollari). Il comunicato del consiglio tedesco è stato netto: la proposta “non è allineata con la strategia attuale” e manca delle “informazioni critiche” necessarie per valutare un’operazione che crei valore. A fare ancora più rumore sono state le parole del CEO Bettina Orlopp, che in una conferenza ha definito il prezzo implicito dell’offerta “molto basso” e ha sottolineato di aver scoperto l’intenzione di UniCredit di superare la soglia del 30% tramite un annuncio ad hoc, senza essere stata preventivamente avvisata. Un segnale chiaro di quanto il clima tra le due banche sia tutt’altro che disteso.
UniCredit, guidata dall’amministratore delegato Andrea Orcel, è già il maggiore azionista di Commerzbank con una quota che supera il 30%, raggiunta progressivamente negli ultimi mesi attraverso acquisti di azioni sul mercato e derivati. L’offerta formale lanciata lunedì scorso rappresenta il tentativo di trasformare questa posizione di forza in un controllo pieno, creando quello che sarebbe il più grande polo bancario europeo per capitalizzazione. La logica industriale è chiara: sinergie di costo stimate in miliardi, diversificazione geografica verso il mercato tedesco (il più grande d’Europa) e rafforzamento della base di clientela corporate.
Oltre alla dimensione finanziaria, l’operazione ha una forte valenza politica. Il governo tedesco, azionista di Commerzbank con circa il 12% del capitale, ha già in passato espresso perplessità sull’idea di cedere il controllo della banca a un istituto straniero, in particolare italiano. Il ministero delle Finanze di Berlino non ha ancora commentato ufficialmente il rifiuto del board, ma le posizioni espresse in passato lasciano intendere una resistenza di fondo. La CEO Orlopp ha chiesto a UniCredit di presentare una proposta formale e dettagliata che includa: sinergie quantificate, una struttura di governance post-fusione, un piano occupazionale per i dipendenti tedeschi e un prezzo adeguato per gli azionisti. Senza questi elementi, ogni dialogo rischia di restare bloccato.
La vicenda pone interrogativi concreti su UniCredit, che resta uno dei titoli bancari più seguiti di Piazza Affari. Il sentiment di mercato è moderatamente positivo, ma l’incertezza sull’esito dell’operazione pesa. Gli analisti di settore ricordano che operazioni di questa portata raramente si concludono al primo tentativo: la storia delle grandi fusioni bancarie europee insegna che la pazienza, e la capacità di alzare il prezzo, è spesso la chiave del successo.
Société Générale
Il management di Société Générale continua a lavorare per migliorare l’efficienza operativa. La terza banca francese ha annunciato un piano per eliminare 1.800 posti di lavoro in Francia entro la fine del prossimo anno, nell’ambito di un più ampio progetto di semplificazione organizzativa e contenimento dei costi.
Il gruppo guidato dal ceo Slawomir Krupa conta complessivamente 119 mila dipendenti a livello globale, di cui circa 40 mila in Francia. I tagli – secondo quanto comunicato dalla banca e confermato dai sindacati – avverranno attraverso il naturale turnover, senza licenziamenti forzati, e saranno implementati gradualmente tra il 2026 e il 2027.
L’operazione rientra nella strategia avviata da Krupa dopo il suo insediamento nel maggio 2023. L’obiettivo è duplice: ridurre una base di costi ancora elevata rispetto a molti concorrenti europei e migliorare una redditività storicamente inferiore alla media del settore.
Negli ultimi due anni Société Générale ha già avviato una profonda revisione della propria struttura, con la cessione di attività non strategiche, il ridimensionamento della sede centrale e la chiusura di oltre cento filiali in Francia. La banca ha inoltre rivisto le proprie modalità organizzative, puntando su una struttura più snella e su una maggiore mobilità interna delle competenze.
Il mercato ha premiato con decisione il cambio di passo del gruppo francese. Alla base c’è soprattutto il cambio di priorità strategiche: dalla fase di rafforzamento patrimoniale, il management è passato a una politica più orientata alla remunerazione degli azionisti, culminata lo scorso novembre con l’annuncio di un programma di buyback da 1 miliardo di euro. La banca resta una delle poche in Europa a trattare ancora con un price to book inferiore a 1, elemento che continua ad attirare l’attenzione degli analisti.
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