Chips Act 2.0: l’Europa scommettere di nuovo sui semiconduttori


Il 3 giugno 2026 la Commissione europea ha presentato la proposta di regolamento nota come Chips Act 2.0, inserita nel più ampio Tech Sovereignty Package insieme al Cloud and AI Development Act e alla nuova Open Source Strategy. La proposta costituisce la revisione organica del primo Chips Act del 2023 e si propone di correggerne i limiti strutturali, rafforzando il posizionamento europeo in un settore considerato abilitante per la competitività industriale del continente nel medio-lungo periodo.

Per comprendere appieno la portata di questa proposta non è sufficiente esaminarne il contenuto normativo. È necessario chiedersi cosa abbia realmente spinto l’Unione europea a tornare sul tema a soli tre anni di distanza dalla prima legge sui chip e perché, nonostante gli investimenti già mobilitati, la quota di mercato europea sia rimasta sostanzialmente invariata.

UN MERCATO SEMPRE PIÙ CONTESO

Il mercato globale dei semiconduttori ha registrato vendite complessive pari a 630,5 miliardi di dollari nel 2024, in crescita del 19,7% rispetto all’anno precedente, e le proiezioni WSTS stimano un’ulteriore espansione fino a oltre 1.370 miliardi entro il 2030, trainata per circa il 70% dalle componenti destinate all’intelligenza artificiale. Si tratta di un mercato in rapida trasformazione strutturale, non semplicemente in espansione ciclica.

Fonte: Stime da World Semiconductor Trade Statistics (WSTS), Gartner, Omdia e SIA (2025)

In questo contesto, la posizione europea appare marginale rispetto al suo peso economico complessivo. Secondo i dati SIA/WSTS 2024, le imprese con sede negli Stati Uniti detengono il 50,4% delle vendite mondiali di semiconduttori; la Corea del Sud il 21,1%; l’Unione europea il 9,2%; il Giappone l’8,2%; Taiwan il 6,5%. Una quota, quella europea, che non è cambiata in misura apprezzabile negli ultimi anni nonostante gli sforzi del primo Chips Act.

Fonte: Stime da World Semiconductor Trade Statistics (WSTS), Gartner, Omdia e SIA (2025)

COSA NON HA FUNZIONATO NEL PRIMO CHIPS ACT

Il Chips Act del 2023 aveva un’architettura relativamente semplice: fondi pubblici (6,2 miliardi dal bilancio UE, il resto da Stati Membri e privati) per attrarre investimenti produttivi, con un meccanismo di aiuti di Stato gestito dalla Commissione e una categoria privilegiata, i progetti First-of-a-Kind, destinata a sostenere capacità produttive assenti nel territorio europeo.

I risultati, misurati in termini di investimenti mobilitati, hanno superato le attese iniziali: circa 80 miliardi di euro annunciati o avviati, a fronte di un obiettivo dichiarato di 43 miliardi. Eppure la quota di mercato europea è rimasta sostanzialmente invariata, e alcune aree di vulnerabilità strategica (la progettazione di chip avanzati, i materiali, le attrezzature per la produzione) non sono state affrontate in misura adeguata.

L’Italia rappresenta uno dei casi più attivi in questo ciclo di investimenti. A partire dal 2024 il Paese ha attratto oltre 9 miliardi di euro complessivi nel settore della microelettronica, secondo quanto dichiarato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il caso più rilevante è il Silicon Carbide Campus di STMicroelectronics a Catania: un investimento da 5 miliardi di euro, di cui circa 2 miliardi di aiuti di Stato tra risorse MIMIT e fondi europei STEP gestiti dalla Regione Siciliana, per il primo impianto al mondo di produzione integrata di chip SiC su wafer da 200 mm, con avvio previsto nel 2026 e 3.000 nuovi posti di lavoro a regime entro il 2033. A questo si aggiunge l’investimento da 3,2 miliardi di Silicon Box a Novara, che ospiterà il primo impianto europeo di produzione di chiplet, con circa 1.600 occupati diretti. Sul piano istituzionale, il DL 104/2023 ha istituito presso il MIMIT un Comitato Tecnico Permanente per la Microelettronica con funzioni di coordinamento e monitoraggio delle politiche pubbliche di settore. Sono segnali di un riposizionamento strategico rilevante, che tuttavia non modifica ancora la posizione strutturale del Paese. Infatti l’Italia contribuisce al 3,3% del mercato europeo dei microchip, con una produzione concentrata prevalentemente nei segmenti automotive e industriale.

Tre criticità strutturali spiegano questo divario tra risorse mobilitate e posizionamento acquisito. In primo luogo, i benefici si sono concentrati prevalentemente sui grandi operatori già radicati nel territorio europeo, come STMicroelectronics, Infineon e TSMC a Dresda, lasciando meno coperta la parte a monte e a valle della catena del valore. In secondo luogo, le procedure di approvazione degli aiuti di Stato si sono rivelate eccessivamente lente: il caso del pacchetto da 20 miliardi destinato all’impianto Intel di Magdeburgo, rimasto bloccato per mesi tra iter burocratici e trattative, è diventato emblematico di un sistema che fatica a stare al passo con i tempi delle decisioni di investimento industriale. In terzo luogo, il modello era quasi interamente orientato all’offerta, trascurando una questione altrettanto rilevante, cioè quella della domanda.

LE QUATTRO DIRETTRICI DEL CHIPS ACT 2.0

Il Chips Act 2.0 interviene su quattro fronti distinti, ciascuno dei quali risponde a una specifica criticità del quadro precedente.

La prima riguarda la velocità burocratica. Il regolamento introduce un limite massimo di dodici mesi per le procedure di autorizzazione degli investimenti strategici. È una misura che riduce il costo dell’incertezza regolatoria per gli investitori e segnala un cambio di priorità nell’architettura di governance europea. La sua efficacia dipenderà, tuttavia, dalla capacità dei sistemi amministrativi nazionali di adeguarsi a questi standard temporali.

La seconda è l’introduzione dei cosiddetti Grand Challenges: strumenti per orientare la ricerca e lo sviluppo industriale verso chip di rilevanza strategica per l’Unione, con esplicito riferimento alle componenti destinate all’intelligenza artificiale. L’intervento pubblico si giustifica nella misura in cui il mercato tende a sottoinvestire in tecnologie dirompenti con orizzonti di ritorno di lungo periodo. Rimane tuttavia aperta la questione di come vengano selezionate le priorità e con quali garanzie di trasparenza, per evitare che le designazioni di “rilevanza strategica” riflettano le preferenze degli operatori industriali più influenti piuttosto che un’analisi obiettiva dei fabbisogni sistemici.

La terza, e forse la più rilevante dal punto di vista analitico, è la svolta verso la domanda. Il primo Chips Act era quasi interamente orientato all’offerta: costruire capacità produttive, finanziare ricerca, attrarre fabbricanti. Il 2.0 riconosce che la sostenibilità di un’industria europea dei chip dipende anche dalla capacità di generare e strutturare la domanda interna. A tal fine introduce i Demand Accelerators, meccanismi per collegare i produttori di semiconduttori con le industrie utenti nei settori automotive, difesa, cloud e intelligenza artificiale, e valorizza il procurement pubblico come leva orientata al contenuto europeo. Le sinergie con il Cloud and AI Development Act, che si propone di triplicare la capacità dei data center europei, si inscrivono nella medesima logica: infrastrutture AI domestiche generano domanda per chip europei. Il coordinamento tra politiche che storicamente hanno proceduto in modo autonomo rimane tuttavia la variabile critica di questa impostazione.

La quarta è l’istituzione delle Semiconductor Regions of Excellence, un sistema di riconoscimento per le regioni che attraggono investimenti significativi nel settore. Lungi dall’essere un elemento di facciata, questa misura riflette una logica di politica industriale territoriale orientata alla costruzione di ecosistemi localizzati (cluster industriali, competenze specializzate, filiere integrate) piuttosto che al semplice posizionamento di impianti isolati. Il caso della Sicilia orientale è in questo senso emblematico: l’area catanese concentra il Silicon Carbide Campus di STMicroelectronics, la linea pilota sui materiali ad alta resistenza assegnata dalla Commissione europea nell’ambito dell’Etna Valley, il polo universitario e di ricerca del CNR-IMM e una filiera locale di fornitori in progressivo sviluppo. Si tratta di una configurazione che si avvicina al modello di ecosistema integrato che il 2.0 intende incentivare e che potrebbe rendere la Sicilia orientale uno dei candidati naturali alla nuova etichetta europea. Analogamente, il Piemonte si candida con l’investimento di Silicon Box a Novara, primo impianto europeo di chiplet, a costruire un secondo polo nazionale di specializzazione complementare.

LE INCOGNITE CHE RESTANO APERTE

Il Chips Act 2.0, per quanto più articolato del suo predecessore nel disegno degli strumenti, non risolve il problema strutturale che lo ha generato. La competizione globale sui sussidi ai semiconduttori non mostra dinamiche di convergenza spontanea: le tensioni commerciali in corso, incluse le politiche tariffarie dell’amministrazione americana e le restrizioni alle esportazioni di tecnologie avanzate verso la Cina, aumentano la pressione su tutti i governi a proteggere e sviluppare capacità produttive domestiche. In questo quadro, esiste un rischio concreto che il 2.0 si traduca in un ulteriore ciclo di investimenti pubblici senza che si consolidi una reale strategia di posizionamento competitivo di lungo periodo.

La domanda rilevante, in prospettiva, non è quanti miliardi l’Europa sarà in grado di mobilitare perché su questo versante il primo Chips Act ha già dimostrato di poter superare gli obiettivi dichiarati. La domanda è se l’Europa riuscirà a costruire capacità complementari rispetto ai suoi principali concorrenti, occupando segmenti della catena del valore in cui sia strutturalmente difficile da sostituire anziché tentare di replicare ciò che Taiwan, Corea del Sud e Stati Uniti fanno già con vantaggi di scala e di specializzazione consolidati da decenni.

CONCLUSIONI

Il Chips Act 2.0 rappresenta un passo avanti rispetto al quadro normativo del 2023, in particolare per l’introduzione di strumenti orientati alla domanda e per il tentativo di accelerare i tempi procedurali che hanno penalizzato il primo ciclo di interventi. Alcune delle sue misure più innovative, come i Demand Accelerators, le Semiconductor Regions of Excellence, le sinergie con il Cloud and AI Development Act, delineano un approccio più sistemico, che va nella direzione giusta.

Tuttavia, il giudizio complessivo sull’efficacia della proposta non può prescindere dalle modalità di attuazione. In un mercato destinato a superare 1.370 miliardi di dollari entro il 2030, con il 70% della crescita concentrata nelle componenti per l’intelligenza artificiale, l’Europa non ha né la necessità né la convenienza di ambire alla leadership manifatturiera in tutti i segmenti. Ha invece la necessità, e la possibilità concreta, di consolidare la propria posizione nei segmenti in cui detiene già competenze distintive: la fotonica, i chip per applicazioni industriali e automotive, la strumentazione di precisione, il design avanzato. Essere indispensabili in una parte della catena del valore è, nel lungo periodo, più solido che essere presenti in modo marginale su tutta la catena.

Per l’Italia il Chips Act 2.0 arriva in un momento in cui il Paese ha appena avviato il proprio riposizionamento nel settore. I 9 miliardi di investimenti attratti dal 2024 in poi, tra Catania, Novara e altri siti minori, rappresentano una base da cui partire, non un traguardo già raggiunto. La vera sfida sarà trasformare questi investimenti produttivi in capacità sistemica: competenze, filiere, ricerca applicata, velocità amministrativa. Su quest’ultimo punto, la norma dei dodici mesi introdotta dal 2.0 è anche un banco di prova per l’Italia stessa.

Se la proposta riuscirà a tradursi in questa direzione strategica, o se rimarrà principalmente un meccanismo di distribuzione di sussidi sotto pressione geopolitica, dipenderà in misura determinante dalle scelte di implementazione dei prossimi anni. L’analisi economica può contribuire a definire le condizioni di efficacia, la qualità delle decisioni politiche e amministrative farà il resto.


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 Gabriele VEROLINI

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