Il 9 agosto del 1945, alle la mattina, alle 11, una seconda bomba atomica, dopo quella su Hiroshima, esplose a 500 metri d’altezza sopra il cielo di Nagasaki. A entrambe era stato dato un nome vezzeggiativo: “Little Boy”, la prima e “Fat Man” la seconda, quasi a esorcizzarne la potenza distruttrice. L’aereo che la sganciò, in compenso, era una “Superfortezza”, un quadrimotore Boeing 29. Il “Fat Man” era il 40% più potente del “Little Boy” di Hiroshima. Non tutta la massa di plutonio in esso contenuta fissionò, eppure il solo chilogrammo andato in fissione rilasciò una potenza di 21 chilotoni e un solo chilotone sviluppa una capacità esplosiva di mille tonnellate di tritolo. Un terzo della città, con epicentro la cattedrale di Urakami, uno dei simboli della comunità cattolica più antica del Giappone, fu istantaneamente distrutto, con gli edifici polverizzati. 40 mila furono le vittime immediate che salirono a più di 70 mila nei mesi per le ustioni, le ferite e le radiazioni, che si espandono più lentamente, rispetto a Hiroshima, per la presenza delle colline circostanti.
Eppure, Nagasaki non era stata prevista come obbiettivo della seconda bomba, individuato nella città-arsenale di Kokura, nel Nord dell’isola di Kyushu. Furono le condizioni atmosferiche avverse, con la presenza di una fitta nebbia, a dirottare i piloti su Nagasaki, distante 150 chilometri. A posteriori le autorità americane giustificarono la scelta con la motivazione che a Nagasaki, porto mercantile e centro industriale, erano insediati gli stabilimenti Mitsubishi, motore dell’industria bellica. Nell’agosto del 1945 la produzione era, però, ormai ferma, per l’indisponibilità delle materie prime, causata dalla totale distruzione della flotta giapponese e dal rigido blocco navale. I sopravvissuti, chiamati “Hibakusha”, che in giapponese significa letteralmente “persona colpita dall’esplosione”, per decenni soffrirono e, in gran numero, morirono di leucemia e di tumori. Patirono, per di più, una stigmatizzazione sociale e molti nascosero la loro condizione, per paura di essere discriminati nel lavoro o nel matrimonio. Emblematico è il loro monito: “Mai più vittime delle armi nucleari” e, nella città di Nagasaki, il Parco della Pace, con il suo imponente monumento e le statue dedicate alle vittime, è oggi luogo di educazione e di memoria viva delle atrocità della guerra e denuncia permanente di ogni uso della violenza e della tecnologia per la distruzione.
Quale la ragione della seconda bomba destinata a Kokura e fatta esplodere sopra Nagasaki: in primo luogo sperimentare sul campo, “in corpore vili” del Giappone che aveva osato sfidare la potenza americana nel grande spazio geopolitico del Pacifico, la potenza distruttrice degli ordigni costruiti in grande segreto dal Progetto Manhattan e “Fat Man” è del tutto uguale a quella testata, nel mese precedente, nel poligono di Alamogordo (Nuovo Messico). Con un misto di fascino, più che di orrore, il “New York” così raccontò quel primo test nucleare: “Una luce non di questo mondo, la luce di molti soli in uno. Un’alba che il mondo non ha mai visto, un gran supersole verde che sale in una frazione di secondo fino a toccare le nuvole, accendendo la terra e il cielo tutto intorno di una luminosità abbagliante”. Nessuna notizia, invece, sull’apocalisse di Hiroshima e Nagasaki. Ancora due mesi dopo, un solo dettagliato e informato reportage sulle devastanti conseguenze pubblicato su un giornale locale, “Atlanta Daily World” scritto dal giornalista afroamericano, Charles Harold Loeb.
Gli Stati Uniti motivarono il ricorso alla bomba atomica con la necessità di stroncare le ultime resistenze del Giappone, ponendo così fine alla lunga guerra che in Europa era ormai conclusa, il 9 maggio, dopo la resa della Germania Nazista agli Alleati e ai Sovietici. In realtà il Giappone, ormai ricacciato nei propri confini, sistematicamente bombardato, con ridottissime scorte di armi e di derrate alimentari era allo stremo. Per di più, alla Conferenza di Potsdam, l’ultimo dei vertici, che si era tenuto dal 17 luglio al 2 agosto 1945, tra i “Tre Grandi” – Harry Truman per gli Stati Uniti, Clement Attlee per il Regno Unito e Iosif Stalin per l’Unione Sovietica – era pervenuta dal Giappone la disponibilità ad arrendersi. Per Truman, dal mese di aprile, dopo la morte di Roosevelt, nuovo presidente, la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, dopo anni di ricerche, con enormi investimenti di uomini e di risorse finanziarie, doveva costituire un potente messaggio geopolitico universale, rivolto segnatamente all’Unione Sovietica, che pur era ancora formalmente uno Stato alleato: gli Stati Uniti dispongono, in regime di assoluto monopolio, di un’arma nuova terribile e, di conseguenza, intendono svolgere un ruolo di superpotenza. La seconda bomba su Nagasaki servì anche a mostrare, più che al Giappone, al mondo e, sempre, all’Unione Sovietica, che gli Stati Uniti disponevano di un vero e proprio arsenale atomico.
Un arsenale oggi mastodontico: secondo i dati dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (SIPRI), nel mondo, nel 1926, sono computate 12.512 armi nucleari, di cui 3.844 sono dispiegate e operative e circa 2.000 di queste sono già pronte all’uso. Sono detenute da nove paesi. Stati Uniti e Russia (possiedono l’86% del totale), Regno Unito, Francia, Cina, Israele, Pakistan, India, Corea del Nord. E non si tratta più delle primitive “Little Boy” e “Fat Man”, ma delle bombe H (all’idrogeno) e N (al neutrone), di potenza distruttiva incommensurabilmente superiore. E in questo mastodontico arsenale, le bombe operative, pronte ad essere usate, sta crescendo di anno in anno. Senza evocare scenari apocalittici non si può non constatare che l’umanità nel suo insieme si trova oggi ad una decisiva fase di svolta della propria storia. L’arma nucleare minaccia di distruggere non solo quanto l’uomo ha realizzato nei secoli, ma anche lo stesso genere umano e persino la vita sulla Terra. È la ragione per la quale, con grande finezza, Papa Prevost come titolo del suo messaggio per la prossima Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato, che si terrà il 1° settembre, ha scelto delle suggestive parole del profeta Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra”.
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Carlo Felice Casula
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