La comunicazione ha troppa fretta. E forse non sa più ascoltare


Viviamo nell’epoca in cui tutti possono parlare con tutti. Ma mentre aumentano messaggi, piattaforme e contenuti, rischiamo di perdere la cosa più importante: la capacità di ascoltare.

di Mario Modica

Viviamo in un tempo velocissimo.

Una notizia nasce, diventa virale e qualche ora dopo è già vecchia. Un video deve conquistarci nei primi secondi, altrimenti passiamo al successivo. Una mail rimasta senza risposta per qualche ora sembra dimenticata. Un messaggio visualizzato e non immediatamente seguito da una risposta può persino diventare motivo di preoccupazione.

Corriamo.

Corrono i giornali, corrono le televisioni, corrono le radio, corrono le agenzie, corrono gli uffici stampa.

Corrono soprattutto i social network.

Tutti vogliono essere i primi.

Primi a pubblicare, primi a commentare, primi a condividere, primi a intercettare il nuovo fenomeno del momento.

Ma in tutta questa corsa c’è una domanda che ogni tanto dovremmo avere il coraggio di farci:

abbiamo ancora il tempo di ascoltare?

Tutti parlano, pochi ascoltano

Non abbiamo mai avuto così tanti strumenti per comunicare.

Possiamo raggiungere in pochi secondi una persona dall’altra parte del mondo. Possiamo trasmettere in diretta con un telefono. Possiamo pubblicare un pensiero e mostrarlo potenzialmente a milioni di persone.

E adesso abbiamo anche l’intelligenza artificiale, capace di produrre testi, immagini, audio e video in tempi che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza.

Eppure ho l’impressione che, mentre aumentano le possibilità di parlare, diminuisca la disponibilità ad ascoltare.

Non mi riferisco soltanto all’ascolto delle parole.

Ascoltare significa comprendere.

Significa aspettare.

Significa lasciare all’altro il tempo di terminare un ragionamento senza pensare già alla risposta.

E questo vale anche nella comunicazione professionale.

Un’azienda vuole raccontarsi.

Un marchio vuole farsi conoscere.

Un politico vuole convincere.

Un giornale vuole informare.

Una radio vuole conquistare ascoltatori.

Ma prima di parlare dovremmo tutti farci una domanda molto semplice:

che cosa vuole ascoltare chi abbiamo davanti?

Quando la radio ci obbligava ad ascoltare

Forse questa mia riflessione nasce anche dalla mia storia.

Ho iniziato a fare radio cinquant’anni fa, quando stavano nascendo le radio libere.

Non esistevano social network.

Non esistevano smartphone.

Non esistevano piattaforme streaming.

Non esistevano algoritmi capaci di suggerirci quale canzone ascoltare dopo quella che avevamo appena sentito.

Avevamo un microfono.

Dei dischi.

Un telefono.

E soprattutto avevamo gli ascoltatori.

Quel telefono era il nostro social network.

Suonava.

Dall’altra parte c’era qualcuno che chiedeva una canzone, faceva una dedica, raccontava qualcosa, criticava un programma oppure semplicemente voleva parlare con la persona che in quel momento sentiva alla radio.

E noi ascoltavamo.

Non perché fossimo più bravi.

Semplicemente perché non avevamo alternative.

Se volevi capire il tuo pubblico dovevi parlarci.

O, meglio ancora, dovevi ascoltarlo.

Non era tutto migliore

Non voglio cadere nella trappola della nostalgia.

Non penso affatto che una volta fosse tutto migliore.

La tecnologia ha reso la comunicazione più democratica, più accessibile e infinitamente più ricca.

Oggi abbiamo possibilità che allora non avremmo nemmeno saputo immaginare.

E sono felice di poterle utilizzare.

Ma proprio perché abbiamo strumenti così potenti, dovremmo imparare a utilizzarli senza dimenticare ciò che c’era prima degli strumenti.

Le persone.

Un algoritmo può sapere quali contenuti guardiamo.

Può sapere quanto tempo rimaniamo davanti a un video.

Può conoscere la musica che ascoltiamo.

Può prevedere con una precisione sorprendente quale prodotto potrebbe interessarci.

Ma conoscere un comportamento non significa necessariamente conoscere una persona.

E questa differenza, nel mondo della comunicazione, è enorme.

La dittatura dell’immediatezza

C’è poi un’altra parola che sta condizionando profondamente il nostro lavoro:

subito.

Tutto deve accadere subito.

Una campagna deve produrre risultati subito.

Un post deve ottenere engagement subito.

Una notizia deve generare traffico subito.

Un investimento pubblicitario deve dimostrare immediatamente il proprio ritorno.

Ma non tutto ciò che ha valore produce risultati immediati.

La reputazione richiede tempo.

La credibilità richiede tempo.

La fiducia richiede tempo.

E soprattutto le relazioni richiedono tempo.

Abbiamo costruito un sistema della comunicazione nel quale misuriamo praticamente tutto: visualizzazioni, impression, clic, condivisioni, conversioni, tempo di permanenza.

Sono dati preziosi.

Ma c’è qualcosa che nessuna dashboard riesce ancora a misurare perfettamente.

La qualità di una relazione.

Anche noi giornalisti dovremmo rallentare

Vale anche per il nostro mestiere.

Ogni giorno nelle redazioni arrivano decine, a volte centinaia, di comunicati stampa.

Tutto viene definito importante.

Tutto è innovativo.

Tutto è rivoluzionario.

Tutto meriterebbe immediatamente una pubblicazione.

Ma il lavoro di una testata non dovrebbe essere quello di pubblicare tutto.

Dovrebbe essere quello di scegliere.

Leggere.

Capire.

Contestualizzare.

E qualche volta decidere che una notizia non merita spazio.

Anche questo significa ascoltare.

Ascoltare il proprio lettore prima ancora che il lettore ci dica cosa pensa.

Chiedersi se quello che stiamo pubblicando gli offre davvero qualcosa oppure contribuisce soltanto ad aggiungere un’altra voce al rumore che già lo circonda.

Forse dobbiamo recuperare il silenzio

C’è una cosa che la comunicazione contemporanea sembra temere moltissimo.

Il silenzio.

Se un brand non pubblica per qualche giorno sembra scomparso.

Se un personaggio pubblico non interviene immediatamente su un argomento qualcuno gli domanda perché non abbia ancora preso posizione.

Dobbiamo continuamente esserci.

Parlare.

Commentare.

Produrre.

Ma qualche volta il silenzio è parte della comunicazione.

Perché il silenzio permette di osservare.

E osservare permette di capire.

Forse dovremmo tornare ad accettare che non abbiamo necessariamente qualcosa da dire su tutto.

La prossima rivoluzione potrebbe essere molto semplice

In questi mesi discutiamo continuamente di intelligenza artificiale.

Ci chiediamo quale sarà la prossima piattaforma.

Come cambieranno i social.

Come evolverà la pubblicità.

Quali professioni scompariranno e quali nasceranno.

Sono domande importanti.

Ma comincio a pensare che la prossima grande rivoluzione della comunicazione potrebbe non essere tecnologica.

Potrebbe non avere bisogno di software.

Potrebbe non richiedere aggiornamenti.

Potrebbe essere qualcosa che conosciamo da sempre.

Tornare ad ascoltare.

Ascoltare i clienti.

Ascoltare i lettori.

Ascoltare gli ascoltatori.

Ascoltare i collaboratori.

Ascoltare persino chi non è d’accordo con noi.

Perché comunicare non significa semplicemente riuscire a far arrivare un messaggio dall’altra parte.

Significa creare le condizioni perché dall’altra parte qualcuno abbia voglia di riceverlo.

Cinquant’anni fa avevamo un microfono, un telefono e pochi strumenti.

Oggi abbiamo praticamente il mondo dentro uno smartphone.

Non tornerei indietro.

Ma una cosa di allora la conserverei gelosamente.

Prima di parlare, provavamo ad ascoltare.

Forse dovremmo ricominciare proprio da lì.

«Forse la prossima rivoluzione della comunicazione non sarà una nuova piattaforma, un nuovo algoritmo o una nuova intelligenza artificiale. Sarà tornare ad ascoltare.»

La Domenica di Spot and Web

Uno spazio per fermarsi, osservare e provare a capire dove sta andando il nostro mondo. Senza la fretta di arrivare primi. Con la curiosità di andare un po’ più a fondo.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Mario Modica

Source link