Si pedonalizza una strada, si libera una piazza rimasta per decenni carreggiata o parcheggio e arriva la sentenza: “Eh, ma gli alberi?”. La formuletta, ormai dilagante, consente a chiunque di sentirsi climatologo, paesaggista, storico dell’arte e urbanista senza conoscere il progetto o ciò che c’era prima. Poi però se quegli alberi e quelle aiuole compaiono in qualche quartiere residenziale la sentenza è opposta: “Eh, ma dove parcheggiamo ora?“.
Il manierismo degli indignati del verde mancato
C’è un tema storico, artistico, urbanistico, identitario, distintivo e architettonico. Esistono piazze composte da edifici, proporzioni, monumenti, statue, torri, palazzi e facciate che devono restare visibili. L’ellisse di Piazza Cordusio dovrebbe essere qualcosa di leggendario e sacrale (lì sarebbe ‘nata’ Milano), non un luogo da “abbellire” con tre aiuole come fossimo in una piazza della periferia di Cassino; la conchiglia di Piazza del Campo, il colonnato di Piazza San Pietro, le proporzioni di Piazza della Signoria sono luoghi che andrebbero rispettati senza addizioni vegetali forzate, ipocrite e strumentali. Il vuoto urbano è una scelta dell’urbanistica e dell’architettura. E una piazza non è necessariamente e automaticamente un giardino o un boschetto. Dobbiamo portare il verde quasi dappertutto in città, è condivisibile, ma dentro quel “quasi” ci sono anche luoghi dove questa cosa non è opportuna e non è sensata: da Piazza del Plebiscito a Napoli a Piazza San Marco a Venezia.

Cordusio e Piazza Affari a Milano: proteste selettive selettivo (verde solo dove non nuoce alle auto)
Torniamo a Milano. In Piazza Cordusio la mobilitazione per il verde è stata sproporzionata, da lì e da Piazza San Babila è partita questa moda di criticare le nuove piazze pedonali prendendo a pretesto la mancanza di verde. Eppure dietro l’angolo c’è l’altrettanto importante Piazza degli Affari: Palazzo Mezzanotte, la Borsa, il teatro romano sepolto e L.O.V.E. di Maurizio Cattelan. Una relazione fra storia, potere e arte pubblica, quotidianamente mortificata da decine di automobili, parcheggiate selvaggiamente attorno al “Dito”.
Piazza Affari è interamente minerale: marmo, pietra, asfalto. Secondo voi qualcuno ha mai chiesto che fosse dotata almeno di un filo d’erba? Giammai. Lì ci sono le auto, dunque va benissimo così. A Cordusio, appena liberata e riordinata, cinque aiuole diventano una questione nazionale. La selettività della protesta spiega quanto poco c’entri l’ecologia: se gli “ambientalisti delle aiuole” fossero stati autentici e intellettualmente onesti li avresti trovati a protestare per lo scempio quotidiano in Piazza Affari, invece magari ci parcheggiano illecitamente pure loro…

“Alberi dovunque” è ideologia
Le nostre città devono puntare alla riforestazione urbana e alla presenza di quante più piante possibile. Il maggior numero possibile è una strategia; “alberi dovunque” è ideologia. Specie se il tuo “dovunque” significa dovunque fuorché dove devi passare con la tua macchina o dove devi parcheggiarla.
Tra il serio e il faceto, proporrei perfino una regola: solo chi davvero conduce una vita sostenibile ed ecologica in città rinunciando al possesso dell’auto dovrebbe avere titolo di parlare di alberi, qualità dell’aria e sostenibilità urbana. Lagnarsi per una piazza progettata senza abbastanza verde e poi possedere quattro auto, magari posteggiate sopra le radici di un bagolaro secolare, è una cosa che dovrebbe essere vietata!
L’Italia è il paese più motorizzato dell’Unione europea: 709 automobili ogni mille abitanti nel 2025. Le auto in città come Milano salgono sulle aiuole, torturano le radici e devastano il suolo. Pensiamo ai cinque alberelli che avremmo potuto mettere a dimora in Piazza San Babila quando ne abbiamo ettari di verde profondo sacrificati per far parcheggiare autovetture in larga parte superflue? In molti casi la depavimentazione è già fatta: basta ridurre le auto private.

Alberi, piazze storiche e soprintendenze
L’adattamento climatico si gioca soprattutto nelle zone piene di automobili e asfalto posato per farle transitare e (soprattutto) posteggiare, non nelle pochissime piazze storiche pedonali. Sotto San Babila s’incrociano due metropolitane e la Soprintendenza ha detto no alle alberature; a Cordusio ci sono M1, sottoservizi e un altro diniego. Non basta bucare il granito e infilarci un tiglio…
È possibile che, con tutti gli alberi che potremmo piantare a Torino eliminando auto e catrame da piazze, viali e corsi, la polemica debba concentrarsi sulla povera Via Roma che è un asse storico, monumentale e come tale più legittimo ad essere minerale? È evidente che la questione non è ambientale, ma è il fastidio strisciante e malcelato nel vederla finalmente pedonalizzata e con un arredo urbano omogeneo.
A Roma Piazza Risorgimento e Piazza dei Cinquecento offrono argomenti veri ai critici: buoni progetti realizzati malissimo dal committente al punto che gli architetti hanno dovuto disconoscere. San Giovanni in Laterano è invece uno spazio monumentale con prati e giochi d’acqua, non una radura incompiuta: davvero vogliamo mettere arbusti di fronte alla Cattedrale del mondo? Se vogliamo riforestare è sufficiente girare l’angolo e piantare filari di alberi su Via Emanuele Filiberto, al posto delle auto in sosta.

Prima l’infrastruttura verde a spese delle macchine. Poi le piazze-cartolina
Non escludo che una feroce strategia di adattamento ci porti a ripensare il cento per cento delle nostre città, trasformando in una foresta perfino Piazza della Rotonda davanti al Pantheon. Parigi del resto ha piazzato un bosco di fronte all’Hôtel de Ville, ma dal 2014 ha piantato 213mila alberi in città, trasformando in verde profondo migliaia di ex posti auto ottenendo due risultati in uno: maggiore ecosistema e infrastruttura botanica e minore circolazione di auto in città (ormai a Parigi si gira solo in bici). Insomma prima la rete, poi il simbolo. Prima gli ettari da rigenerare, poi i piccoli appezzamenti da cartolina. Riportato in Italia, prima liberiamo i parterre alberati di Milano usati impropriamente come autorimesse (parliamo di 12 mila automobili che comprimono suolo fertile), poi pensiamo semmai alle aiuolette in Cordusio e a come far stare degli arbusti in San Babila sopra il solaio in calcestruzzo delle metro. Altrimenti si finisce come a Roma, dove l’amministrazione che ha piantato cinque volte più alberi rispetto a quella precedente viene messa in croce per essere nemica degli alberi. Ma è solo una rappresaglia perché Gualtieri sta cercando di arginare lo strapotere delle auto in città. È lo strano ambientalismo italiano che parla di verde in maniera selettiva, tattica e chirurgica, con un secondo fine tutt’altro che sostenibile: difendere più o meno consapevolmente difendere lo status quo delle ultime città europee ancora disegnate per le auto.
Massimiliano Tonelli
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