Che fare con Vannacci – Il dibattito


Spegni la tv e ti pare che la banderilla si sia piantata. Ma nelle carni del governo

Luca Telese

Non è il centrodestra ad avere un problema con Vannacci. Siamo noi di centrosinistra, ma più in generale noi che ci riconosciamo in una democrazia costituzionale della quale Vannacci contesta i pilastri

Stefano Feltri

Questo articolo continua il dibattito aperto da un precedente scambio tra Luca Telese e Stefano Feltri a commento della puntata di Otto e Mezzo che ha visto ospite Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale

Caro Stefano,

Il tuo articolo fa tornare attuale un tema antico, e ci aiuta a capire molte cose sui termini del problema che l’ascesa del generale Roberto Vannacci pone alla destra, alla sinistra, e – tu dici – alla democrazia italiana.

La tua idea è: Vannacci va fermato, perché afferma idee e principi “pre-costituzionali”, ricordando che prima della Repubblica c’erano monarchia e fascismo, ovvero forme di governo antidemocratiche o parzialmente non democratiche.

Bene, capisco e comprendo il tema che poni, ma non condivido la tua proposta estrema.

Nel risponderti ricordo che questo tema si è già posto negli anni Cinquanta e Settanta (nella stagione oscura e terribile del terrorismo rosso e nero, quella delle stragi).

Nessuno sembra ricordare che, proprio in quel tempo, partì una campagna della sinistra extraparlamentare che chiedeva la messa fuori legge del Msi e (in parallelo) la campagna “Almirante non deve parlare”, per via di un bando firmato ai tempi della Repubblica sociale (in cui il futuro leader del MSI era segretario del ministro Mezzasoma). L’ordine aveva portato alla fucilazione di cinque partigiani.

Ebbene, in quegli anni, molti che avevano fatto la Resistenza, e alcuni partiti – a partire dal PCI – si opposero a questa idea di “squalifica”, persino per chi sognava un ritorno della dittatura (“Vogliamo i colonnelli!”) se non addirittura per il golpe. Divenne celebre una risposta di Giancarlo Pajetta (“Gli elettori non si sciolgono!”) a chi voleva “sciogliere il Msi”.

Nel 1972 la Fiamma sfiorò l’8 per cento, e il conflitto divampò. In alcune piazze, per impedire i comizi di Almirante ci furono morti e feriti.

A Genova un missino – Ugo Venturini – morì dopo aver frapposto il suo corpo tra il segretario e una bottiglia tirata da manifestanti di Lotta Continua. A Brescia, nel 1974, furono uccise otto persone (e ferite 102!) durante un comizio contro la violenza fascista.

Eppure, anche in quei mesi, la sinistra non massimalista si oppose alla pressione della piazza, e all’idea di mettere fuori dal gioco democratico un partito di destra (come invece accadeva in Germania).

Non era buonismo. Io sono convinto di due cose: 1) era la scelta giusta. 2) questo volevano i padri costituenti, quando nella XII disposizione transitoria della Carta stabilirono che persino chi era nella Rsi con ruoli dirigenti “avrebbe potuto candidarsi, dopo cinque anni dalla promulgazione della Costituzione”.

Persino Benito Mussolini – pensate – avrebbe potuto correre, nel 1953, se non fosse stato ucciso dal “comandante Valerio”.

Il punto di quei costituenti (molti ex partigiani) è questo: la democrazia è più forte di tutto. Più forte anche di chi non ama la democrazia, purché non operi per ricostruire la dittatura. Di questo primato sono convinto anche oggi: chi vuole fermare Vannacci deve farlo con il consenso, non con gli anatemi o con le manette.

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Caro Luca,

grazie per continuare questo importante dibattito, che riguarda la natura stessa della nostra democrazia.

Provo a spiegarmi meglio: la Costituzione garantisce la libertà di parola, ma garantisce anche molti altri diritti. E’ inevitabile che si crei una tensione tra le diverse parti. Garantisce anche il diritto alla salute ma impone il pareggio di bilancio, ripudia la guerra e prevede limitazioni di sovranità per partecipare ad alleanze internazionali anche militari.

Dunque certo che Vannacci può parlare, lo garantisce la Costituzione. Ma la Costituzione garantisce anche a milioni di altri cittadini protezione contro le idee di Vannacci e le politiche che potrebbero derivarne. Garantisce, per esempio, la protezione ai figli di immigrati che hanno la cittadinanza italiana di essere protetti contro ogni velleità di “remigrazione”.

Garantisce anche a tutti gli omosessuali di essere trattati, considerati e chiamati, semplicemente cittadini o cittadine, e non “anormali” secondo un uso distorto della statistica da parte di un generale che nasconde i suoi pregiudizi dietro una retorica piatta ma efficace (in percentuale sulla popolazione italiana ci sono più omosessuali che militari, dunque se normalità fosse soltanto una questione di distribuzione di frequenza Vannacci è più anormale di qualunque gay).

Se dovessi sintetizzare il problema, oserei dire questo: Vannacci ha tutto il diritto di dire quello che crede, ma non ha il diritto di trasformarlo in azione politica. Perché, semplicemente, c’è un perimetro ben chiaro che definisce cosa è lecito fare in politica. E non c’è da scandalizzarsi, lo diamo tutti per scontato: sarebbe altrettanto illegittimo un partito che vuole abolire la proprietà privata, abolire la scuola pubblica o chiudere le chiese.

Le proposte di Vannacci non hanno cittadinanza democratica e costituzionale. Dunque, il suo progetto è incostituzionale e antidemocratico.

L’argomento del consenso non mi convince. Capisco la logica con cui lo poni, Luca: le idee si combattono con altre idee, la democrazia presuppone che non ci siano idee migliori di altre ma alcune più popolari che dunque devono risultare più influenti. Altre rimangono minoritarie ma non per questo vanno cancellate.

Però ridurre la democrazia al solo momento elettorale, ricondurre la legittimità del potere al consenso espresso in un singolo giorno di votazioni o in qualche sondaggio è l’inizio della regressione democratica. E infatti è un approccio tipico di tutti i leader post-liberali o illiberali che affollano la scena politica occidentale.

Quella del “mercato delle idee” in cui c’è libera competizione è sempre stata una metafora fragile, visto che alcune idee potevano contare su risorse maggiori di altre, e che non tutti hanno la stessa capacità di farsi sentire nella discussione pubblica.

Oggi, poi, ci sono fin troppe distorsioni che possono rendere un’idea più popolare di quello che fosse se competesse alla pari con le altre: basta un aiutino a far salire un libro auto-prodotto su Amazon o cambiare i criteri di visibilità su un social network.

La sovranità appartiene al popolo, dice la Costituzione, ma subito precisa che questa sovranità si esercita entro limiti precisi e forme previste dalla stessa Costituzione.

Il referendum sulla Giustizia di marzo, al quale entrambi abbiamo sostenuto le ragioni del No, aveva come scopo ultimo di istituzionalizzare questa versione banalizzata della democrazia: usare il voto popolare come legittimazione per travolgere ogni contropotere.

Non c’è bisogno di essere vestali della Costituzione per opporsi a questo progetto. Basta avere una visione di democrazia più articolata rispetto a quella che propugnano forze che – non a caso – nel loro albero genealogico hanno esperienze autoritarie o aspiranti tali.

Dunque, che fare con Vannacci?

Provo a essere concreto: adesso che il suo partito, Futuro nazionale, si sta strutturando bisogna avere una discussione franca e aperta sulla legittimità stessa di una forza politica del genere.

Può esistere un partito che considera gli omosessuali “anormali”? E che vuole “remigrare” migranti?

Quando Marco Travaglio dice che si tratta soltanto di normali rimpatri, minimizza troppo: la remigrazione è un progetto diverso nell’accezione di Alternative fur Deutschland, che include campi di concentramento, trasferimenti forzati, negazione di ogni diritto. E che non è ben chiaro a chi si applichi (ai migranti irregolari? A quelli “non integrati”? Ai cittadini che non sono conformi all’ideale razziale di qualcuno?).

Mentre si discute sulla agibilità democratica del partito di Vannacci – bisognerà anche capire che forma prende – l’opinione pubblica e l’opposizione devono essere molto ferme sul ribadire i confini del suo spazio di azione.

Le manifestazioni per la remigrazione non possono essere autorizzate, la ricerca di consenso contro omosessuale e minoranze deve portare a denunce per istigazione all’odio.

Faccio notare che questa non è una mia bizzarra idea, ma è il codice penale, articolo 604-bis:

E’ vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per cio’ solo, con la reclusione da uno a sei anni.

Un partito come quello di Vannacci viola il codice penale. Dunque non è eccessivo definirlo un progetto criminale. Dobbiamo tollerarlo solo perché ha un po’ di consenso?

Se il movimento di Vannacci dovesse prendere la deriva di AfD, che è stata classificata come una minaccia all’ordine pubblico, andrebbe sciolto d’imperio. E poiché al momento la gestione della sicurezza è in mano alla destra, dovrebbe essere l’opposizione a fare pressione, cercando la sponda del garante ultimo della Costituzione che è il Quirinale.

Chiunque appoggi, tolleri, sostenga, legittimi le idee e le campagne di Vannacci dovrebbe essere oggetto di un boicottaggio culturale o commerciale comparabile a quello che ha colpito in questi anni Israele o la Russia: quelli erano nemici esterni che non erano molto toccati dalle proteste dal basso in Italia, Vannacci è un nemico interno che ha come obiettivo dichiarato distruggere i valori e le istituzioni che sono a garanzia della nostra libertà.

Dunque, schierarsi è un obbligo, non schierarsi è complicità.

Con limiti, censura e opposizione si garantisce a Vannacci popolarità e ulteriore consenso? Può essere, ma bisogna prendersi il rischio. Ignorarlo e trattarlo come marginale non mi sembra abbia fermato la sua ascesa.

E, d’altra parte, se non siamo disposti noi a difendere i principi che consideriamo importanti, chi lo sarà?

Bisogna fermare Vannacci adesso che è al 5 per cento. Se domani andasse al 15 per cento sarebbe troppo tardi.

Molti di noi, nati nel lungo Dopoguerra, si sono spesso chiesti: e io cosa avrei fatto di fronte all’ascesa del fascismo? Come avrei reagito? Avrei fatto finta di niente o avrei avuto il coraggio di prendere parte?

Questo è uno dei momenti nel quale ciascuno può cercare di dare una risposta.

La posta in gioco è alta: tutti i principali Paesi europei sono a rischio. La Gran Bretagna è spaccata da una guerra civile permanente – quelli con le idee di Vannacci provano a linciare gli immigrati e prendono a sassate le loro case – la Francia rischia l’estrema destra al potere, la Germania ha i nazisti come primo partito che potrebbe prendere il controllo del più grande esercito del continente.

L’Italia può essere, come in passato, parte del problema. O magari provare a essere parte della soluzione.

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