Il rendimento del Treasury decennale americano ha superato la soglia del 5%, toccando livelli che non si vedevano da 19 anni. Il debito pubblico ha sfondato il record di 40 trilioni di dollari. La guerra con l’Iran spinge il petrolio al rialzo e la Federal Reserve sembra intenzionata a proseguire con i rialzi dei tassi. In questo scenario, il Wall Street Journal ha interpellato sei tra i più influenti gestori del risparmio al mondo per capire dove sta andando l’economia – e come posizionare i portafogli. Ecco le loro indicazioni.
Dan Ivascyn (Pimco): “Rallentamento sì, recessione no”.
Chief Investment Officer di Pimco – gestore obbligazionario con 2.300 miliardi di dollari in gestione – Ivascyn riconosce che il rialzo dei rendimenti peserà sull’economia, e segnala che i segnali di debolezza sono già visibili nei settori più sensibili ai tassi, a partire dall’immobiliare. Tuttavia, Ivascyn non si aspetta un tracollo. Molti consumatori americani hanno bloccato mutui a tassi bassi negli anni scorsi, il che li protegge parzialmente dall’aumento del costo del credito. Allo stesso tempo, le aziende dell’intelligenza artificiale continuano a investire con vigore, sostenendo la crescita economica complessiva.
“Ci aspettiamo un rallentamento – dice Ivascyn – Ma non una recessione”. Se il prezzo del petrolio continuasse a salire, le obbligazioni potrebbero subire ulteriori pressioni. Sul lungo periodo, però, gli investimenti in IA potrebbero rendere l’economia più efficiente, tenendo l’inflazione sotto controllo e favorendo un recupero dei prezzi obbligazionari.
Nel frattempo, il consiglio operativo è chiaro: approfittare dei rendimenti elevati. “Si può costruire un portafoglio di alta qualità con rendimenti del 6-7%”, afferma, un dato che regge il confronto con un mercato azionario che tratta a valutazioni elevate.
Sonal Desai (Franklin Templeton): “Il mercato sta rivalutando la forza dell’economia americana”.
Global Chief Investment Officer per il reddito fisso di Franklin Templeton – dove supervisiona oltre 300 miliardi di dollari – Desai mantiene un tono ottimista nonostante le tensioni sui mercati obbligazionari. Gli utili aziendali, i mercati azionari e la crescita economica hanno tenuto bene, sottolinea. Il rialzo dei rendimenti non è necessariamente un segnale di crisi, ma piuttosto un riallineamento delle aspettative sulla solidità strutturale dell’economia americana.
“Penso che stiamo assistendo a una rivalutazione del mercato obbligazionario rispetto a ciò di cui l’economia americana è capace – dice Desai – Non credo che i tassi elevati schiacceranno l’economia. Penso che possiamo reggerlo”. Desai prevede che i rendimenti continueranno a salire, spinti dalla combinazione tra il record di emissioni di debito pubblico e la massiccia domanda di capitale per finanziare lo sviluppo dell’IA. Il suo messaggio agli investitori è di abbandonare l’aspettativa di rendimenti simili a quelli azionari dal reddito fisso – un’abitudine acquisita negli anni di tassi bassi – e concentrarsi invece sulla solidità delle cedole.
Sul piano operativo, Desai evita i titoli a scadenza più lunga, i più vulnerabili a ulteriori rialzi della Fed, e punta invece sulle obbligazioni degli hyperscaler dell’IA — Microsoft, Meta, Amazon e Alphabet — che offrono rendimenti interessanti pur mantenendo rating investment grade e bilanci solidi.
Rick Rieder (BlackRock): “Ho aspettato quarant’anni per questo momento”.
Chief Investment Officer per il reddito fisso globale di BlackRock – con oltre 2 trilioni di dollari in gestione – Rieder non nasconde il suo entusiasmo per l’attuale contesto di mercato. “I miei fondi rendono oltre il 7% con una duration di tre anni. Ho aspettato quarant’anni per poterlo fare”, afferma. Il messaggio è quello di un mercato che offre rendimenti storicamente attraenti senza costringere gli investitori ad assumersi rischi eccessivi. È anche ottimista sulla stabilizzazione dei prezzi dei Treasury a lunga scadenza, citando i dati storici a supporto: nelle precedenti occasioni in cui il rendimento decennale ha superato il 5%, i rendimenti totali nei dodici mesi successivi sono stati positivi. L’interesse degli investitori per il reddito fisso è, secondo lui, in forte espansione nonostante le perdite accumulate nell’anno in corso.
“Le persone si rendono conto che una volta che il decennale supera il 5%, di solito si guadagna – dice -La domanda è se oggi sia il momento giusto per entrare”. La sua risposta è un cauto sì. Rieder ha iniziato a incrementare l’esposizione sui titoli a più lunga scadenza, che beneficerebbero di un calo dei rendimenti governativi.
Ray Dalio (Bridgewater Associates): “Il debito sta iniziando a strangolare l’economia”.
Fondatore di Bridgewater Associates, il più grande hedge fund al mondo, Dalio porta avanti da anni il suo monito sul debito pubblico in espansione incontrollata. In questo momento, dice, siamo arrivati al punto critico in cui il peso del debito inizia a farsi sentire sull’economia reale. Gli Stati Uniti spendono ogni anno oltre 1.000 miliardi di dollari per pagare solo gli interessi sul proprio debito. Le spese per il servizio del debito – interessi più rimborso dei capitali a scadenza – stanno iniziando a “comprimere” le altre voci di spesa pubblica, un fenomeno che Dalio osserva anche in altri Paesi occidentali. I rendimenti obbligazionari globali continueranno a salire, prevede, perché l’offerta di debito governativo supera ormai la domanda. L’esito finale sarà un rallentamento dell’indebitamento e, di conseguenza, della crescita. La sua indicazione agli investitori è costruire portafogli ben diversificati, tenendosi alla larga dagli investimenti sensibili alle variazioni dei tassi di interesse.
Bryan Whalen (TCW): “Più della metà della crescita americana non risente dei tassi”.
Chief Investment Officer per il reddito fisso di TCW – gestore con 200 miliardi in gestione – Whalen invita gli investitori a non farsi prendere dal panico di fronte al rialzo dei tassi. L’elemento centrale della sua analisi è la composizione del debito americano: i principali emittenti sono oggi gli hyperscaler che costruiscono infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Queste società sono redditizie, hanno bilanci solidi e possono permettersi di ignorare il rialzo dei tassi senza particolari difficoltà.
“Più della metà della crescita americana proviene da prenditori di debito insensibili ai tassi di interesse”, sottolinea. “Anche se la Fed dovesse alzare i tassi una, due o tre volte ancora, per quella fetta di economia non cambierebbe nulla.”
Whalen vede con favore il fatto che gli investitori non abbiano abbandonato in massa i fondi obbligazionari nonostante le perdite dell’anno, e segnala che gli spread creditizi rimangono contenuti, un segnale di salute per l’economia. Non prevede un prolungamento del ciclo di rialzi, in parte perché l’inflazione non dovrebbe impennarsi nonostante la guerra e i prezzi energetici più alti. La sua conclusione è rassicurante: “La guerra finirà e i prezzi delle materie prime scenderanno”.
Rob Arnott (Syzygy Asset Management): “L’IA è reale, ma le large cap sono in una bolla”.
Fondatore e presidente di Syzygy Asset Management (già noto come Research Affiliates), Arnott condivide l’ottimismo di lungo periodo sull’intelligenza artificiale come tecnologia trasformativa capace di aumentare la produttività. Ma avverte che questo entusiasmo si è tradotto in valutazioni azionarie distorte. “Sono dell’opinione che stiamo guardando a una bolla”, dice Arnott. Il flusso massiccio di denaro verso i fondi indicizzati ha gonfiato ulteriormente le valutazioni delle grandi capitalizzazioni, secondo lui in modo impossibile da replicare in bolle precedenti come quella del 1999-2000. Sul fronte macroeconomico, Arnott considera temporanee le pressioni inflazionistiche legate alla guerra, ma ammette che il vero problema è capire quando finiranno. “È la domanda chiave: Trump vorrebbe farci credere che finirà presto. Lo spero anche io, ma non vedo molte prove che sia così”.
Il suo posizionamento strategico privilegia le small cap rispetto alle grandi aziende dell’S&P 500: il divario di valutazione tra le prime 500 e le successive 500 società americane per capitalizzazione è, a suo avviso, storicamente estremo. Le aziende più piccole, in questo scenario, sono destinate a sovraperformare nei prossimi anni.
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