Roma, 11 ago. (askanews) – L’Europa occidentale ha appena attraversato il giugno-luglio più caldo mai registrato e, mentre il continente fa i conti con siccità, incendi e terreni sempre più asciutti, nel Pacifico tropicale si sta sviluppando un El Ninho destinato a rafforzarsi ulteriormente nei prossimi mesi. I due fenomeni non sono la stessa cosa: il prima si inserisce nella tendenza di lungo periodo del riscaldamento climatico, il secondo rappresenta una grande oscillazione naturale del sistema oceano-atmosfera. Ma la loro sovrapposizione potrebbe rendere particolarmente delicato il passaggio tra la seconda metà del 2026 e il 2027.
Secondo il servizio europeo Copernicus, nell’Europa occidentale la temperatura media di giugno e luglio è stata di 21,62 gradi, 2,79 gradi sopra la media 1991-2020. E’il valore più alto della serie disponibile e supera di quasi 0,9 gradi il precedente primato, 20,73 gradi, registrato nel 2022. Presi separatamente, i dati mostrano una situazione più articolata: luglio è stato soltanto l’undicesimo più caldo per l’insieme delle terre europee, ma questo dato nasconde un fortissimo contrasto tra un’Europa occidentale eccezionalmente calda e condizioni più fresche nell’est del continente e in Fennoscandia (Norvegia, Svezia, Finlandia e parte della Russia nordoccidentale).
A rendere eccezionale l’estate occidentale è stata soprattutto la persistenza. Il caldo molto intenso era cominciato già nella seconda metà di maggio ed è proseguito attraverso ripetute ondate di calore. Francia, Spagna, Inghilterra, Svizzera, Germania occidentale e parte dell’Italia settentrionale hanno registrato anomalie molto elevate. In gran parte di Francia, Spagna, Belgio, Svizzera, Inghilterra e Galles, giugno-luglio è risultato il più caldo almeno dal 1979.
Al caldo si è aggiunta la mancanza d’acqua. A luglio, secondo Copernicus, vaste aree della Penisola iberica, Francia, Germania, Austria e Ungheria hanno registrato valori medi di umidità superficiale del suolo tra i più bassi, e in molte zone i più bassi in assoluto, almeno dal 1979. Nell’Europa occidentale l’umidità dei terreni è stata significativamente inferiore anche a quella del luglio 2022, quando il continente fu interessato da una delle più gravi siccità degli ultimi anni. Il caldo accelera l’evaporazione e asciuga suoli e vegetazione; a loro volta i terreni secchi riducono il raffreddamento prodotto dall’evaporazione, favorendo temperature ancora più elevate. E’ un meccanismo di retroazione che aumenta anche le condizioni favorevoli agli incendi.
Su questo scenario entra in gioco El Ninho. Il fenomeno consiste in un riscaldamento periodico delle acque superficiali del Pacifico equatoriale centrale e orientale. Si presenta in genere ogni due-sette anni, modifica la posizione delle grandi aree temporalesche tropicali e, attraverso le correnti atmosferiche, può cambiare la distribuzione delle temperature e delle precipitazioni in molte parti del pianeta. Non è provocato dal cambiamento climatico. Ma un El Ninho forte che si sviluppa su un pianeta e su oceani già eccezionalmente caldi può aggiungere temporaneamente ulteriore calore al sistema climatico.
L’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) prevede che El Ninho continui a intensificarsi tra agosto e ottobre. L’insieme dei modelli utilizzati dall’Omm indica anomalie medie stagionali della temperatura della superficie marina superiori a 2,9 gradi nelle principali regioni di monitoraggio del Pacifico. Contemporaneamente dovrebbe svilupparsi anche un’anomalia delle temperature dell’Oceano Indiano capace di modificare la distribuzione delle piogge tra Africa orientale, Asia e Australia.
La Noaa statunitense fornisce un’indicazione ancora più precisa sull’intensità possibile. Nel suo ultimo aggiornamento, del 9 luglio, stima nell’81% la probabilità che tra ottobre e dicembre El Ninho raggiunga la categoria ‘very strong’, molto forte. Un evento di tale intensità si collocherebbe tra i maggiori della serie storica Noaa, che risale al 1950. L’organizzazione statunitense considera inoltre molto probabile che il fenomeno prosegua nei primi mesi del 2027.
L’Omm avverte tuttavia che la definizione ‘super El Ninho’, spesso utilizzata sui media per gli eventi più intensi, non appartiene alla classificazione meteorologica ufficiale. E soprattutto la forza dell’anomalia oceanica non si traduce automaticamente in effetti meteorologici altrettanto eccezionali in ogni regione: intensità, durata, periodo dell’anno e interazione con altri fenomeni atmosferici determinano conseguenze diverse da un continente all’altro.
Una delle proiezioni più estreme arriva dal materiale elaborato dal Washington Post in un articolo pubblicato oggi. I modelli esaminati dal quotidiano statunitense indicano che il tradizionale indice di temperatura utilizzato per seguire El Ninho potrebbe raggiungere intorno a dicembre un’anomalia di circa 4,1 gradi, un livello superiore a quello osservato nei grandi eventi del passato. Ma questo dato richiede due precisazioni fondamentali.
La prima è che quei 4,1 gradi non rappresentano un aumento della temperatura mondiale: si riferiscono alla temperatura superficiale di una specifica porzione del Pacifico rispetto al periodo di riferimento utilizzato. La seconda è che una parte dell’anomalia riflette il riscaldamento generale degli oceani. Proprio per questo le agenzie meteorologiche hanno cominciato a utilizzare anche un indice relativo, che confronta la temperatura della regione di El Ninho con quella del complesso degli oceani tropicali. Nella proiezione del Washington Post la differenza tra l’indice tradizionale e quello corretto per il riscaldamento di fondo arriverebbe a circa 0,65 gradi al momento del possibile picco di dicembre.
Che cosa dobbiamo dunque aspettarci da qui all’autunno? La previsione globale dell’Omm per agosto-ottobre mostra una probabilità elevata di temperature superiori alla norma su gran parte del pianeta. Il segnale interessa ampie aree delle medie e basse latitudini dell’emisfero settentrionale e si estende a numerose regioni dell’emisfero meridionale. El Ninho dovrebbe inoltre produrre la sua caratteristica redistribuzione delle precipitazioni: condizioni più umide della norma sono favorite nel Corno d’Africa, in alcune parti dell’Asia centrale, dell’Europa meridionale, dell’America settentrionale occidentale e del Sud America sudorientale; condizioni più secche sono invece più probabili nel subcontinente indiano, in Australia meridionale e orientale, in parte dell’America centrale e dei Caraibi, nel nord-ovest del Sud America e nell’Europa settentrionale.
Le elaborazioni contenute nell’articolo del Washington Post offrono un’altra misura della possibile estensione del fenomeno: circa 2,9 miliardi di persone vivrebbero in aree con almeno il 10% di probabilità di sperimentare tra agosto e ottobre temperature medie comprese nel 5% dei valori più elevati storicamente osservati per quel periodo dell’anno. Le regioni interessate comprendono vaste parti dell’Europa e dell’Africa, il Medio Oriente, l’India, l’Indonesia e il Sud-est asiatico. Non significa che 2,9 miliardi di persone subiranno necessariamente temperature record, né permette di prevedere una determinata ondata di calore con mesi di anticipo, ma indica delle probabilità.
La stessa cautela è necessaria per l’Europa durante l’autunno e soprattutto l’inverno. Il rapporto tra El Ninho e il clima europeo è meno diretto rispetto a quello osservabile in molte regioni tropicali o lungo le coste americane del Pacifico. Sul continente europeo intervengono l’Atlantico settentrionale, l’Oscillazione nord-atlantica, la posizione della corrente a getto e numerosi altri fattori. Non è quindi possibile affermare oggi che l’inverno 2026-2027 sarà necessariamente più caldo, più piovoso o più tempestoso per il solo fatto che El Ninho sarà molto forte.
Quello che sappiamo è che il fenomeno dovrebbe raggiungere la sua fase più intensa tra l’autunno e l’inverno e che gli effetti di El Ninho sulla temperatura media globale tendono a manifestarsi pienamente nell’anno successivo al suo sviluppo. E’ questo che pone il 2027 al centro dell’attenzione. L’Omm sottolinea esplicitamente che super-El Ninho previsto per la fine del 2026 aumenta le possibilità che l’anno successivo stabilisca un nuovo record di temperatura.
E’ però necessario distinguere due tipi di previsione. Il Washington Post, sulla base dei dati previsionali esaminati, indica una probabilità superiore all’80% che il 2027 diventi l’anno più caldo mai registrato. L’Omm non attribuisce invece al solo 2027 una probabilità numerica di questo genere. La sua previsione ufficiale di medio periodo dice qualcosa di diverso: c’è l’86% di probabilità che almeno uno degli anni compresi tra il 2026 e il 2030 superi il 2024, attuale detentore del record globale. Secondo gli esperti che hanno preparato il rapporto, El Ninho aumenta in particolare la possibilità che proprio il 2027 sia quell’anno, ma non consente ancora di trasformare questa indicazione in una previsione certa. E’ passando dai prossimi mesi ai prossimi cinque anni che il peso del cambiamento climatico diventa ancora più evidente.
Secondo il Global Annual-to-Decadal Climate Update dell’Omm, prodotto dal Met Office britannico utilizzando le previsioni di tredici centri climatici internazionali, la temperatura media globale di ciascun anno tra il 2026 e il 2030 dovrebbe collocarsi tra 1,3 e 1,9 gradi sopra la media preindustriale del 1850-1900. La probabilità che almeno uno dei cinque anni superi il 2024 come anno più caldo mai osservato è dell’86%.
Ancora più significativo è il rapporto con la soglia di 1,5 gradi. L’Omm calcola una probabilità del 91% che almeno un anno tra il 2026 e il 2030 superi temporaneamente 1,5 gradi rispetto al livello preindustriale. E c’è ormai una probabilità del 75% che persino la temperatura media dell’intero quinquennio 2026-2030 si collochi oltre quella soglia.
Questo non significa che l’obiettivo di 1,5 gradi dell’Accordo di Parigi venga automaticamente considerato fallito nel momento in cui un singolo anno o un quinquennio supera quel livello. L’obiettivo riguarda il riscaldamento climatico di lungo periodo, normalmente valutato su un arco di circa vent’anni. Ma la crescente frequenza dei superamenti temporanei mostra quanto il sistema climatico si stia avvicinando a quella soglia anche come condizione strutturale.
Per l’Europa il problema è ancora più marcato. Copernicus indica il continente come quello che si sta riscaldando più rapidamente: negli ultimi trent’anni la temperatura europea è cresciuta di circa 0,56 gradi per decennio, contro circa 0,27 gradi per la media globale. Rispetto al periodo preindustriale l’Europa si è già riscaldata di circa 2,5 gradi.
Ciò non vuol dire che ogni estate sarà automaticamente più calda della precedente, che non torneranno inverni freddi o che ogni siccità e alluvione possa essere attribuita direttamente al cambiamento climatico. La variabilità naturale continuerà a produrre oscillazioni anche molto forti. Ma cambia il punto di partenza sul quale quelle oscillazioni si sviluppano. Un’ondata di calore si forma oggi in un’atmosfera mediamente più calda; una precipitazione estrema avviene in un’aria capace di contenere una quantità maggiore di vapore acqueo; una siccità estiva può essere aggravata da temperature che accelerano l’evaporazione e asciugano più rapidamente il terreno.
Gli ultimi anni mostrano quanto rapidamente stia cambiando questo scenario. Nel 2025 almeno il 95% dell’Europa ha registrato temperature annuali superiori alla media; la temperatura superficiale dei mari europei ha raggiunto il valore annuale più alto mai osservato e l’86% della regione marina europea ha sperimentato almeno un’ondata di calore marina classificata come forte. Tutte le regioni glaciali europee hanno perso massa e gli incendi hanno bruciato circa 1,03 milioni di ettari, la maggiore superficie registrata nelle serie disponibili.
L’orizzonte dei prossimi mesi e quello dei prossimi anni devono quindi essere letti insieme, ma senza confonderli. Nel breve periodo l’incognita maggiore sarà l’evoluzione di El Ninho: quanto diventerà forte, come modificherà le precipitazioni e quali regioni subiranno gli effetti più marcati tra l’autunno e l’inizio del 2027. Nel medio periodo, invece, la direzione è molto meno incerta. Il fenomeno del Pacifico prima o poi si indebolirà. Il riscaldamento prodotto dall’accumulo dei gas serra resterà.
Il dato forse più importante non è dunque stabilire oggi se il 2027 batterà o meno il record mondiale. E’ che un nuovo record nei prossimi cinque anni viene ormai considerato molto probabile dall’Omm e che l’Europa è entrata in questa fase climatica riscaldandosi a una velocità più che doppia rispetto alla media del pianeta. El Ninho può imprimere un’accelerazione temporanea. La traiettoria di fondo, però, era già stata tracciata prima del suo arrivo.
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