Il responso non è rassicurante: diversi prodotti presentano difetti tali da esporre gli utenti a scosse elettriche, incendi e possibili danni a smartphone, tablet e notebook. Non si parla solo del solito accessorio economico spuntato su un marketplace. Secondo i test di laboratorio citati dall’organizzazione britannica, una parte dei caricabatterie venduti da terze parti continua a non rispettare requisiti tecnici di base, nonostante regole più severe e controlli più frequenti. Un caricatore da pochi euro può sembrare una scelta innocua. Ma dentro quel piccolo involucro passa la corrente di rete.
L’indagine di Which?: 15 caricabatterie online, molti test falliti
I tecnici di Which? hanno acquistato 15 caricabatterie USB su diversi marketplace online, compresi alcuni tra i più usati dai consumatori. Poi li hanno portati in laboratorio per controllare sicurezza elettrica e rispetto delle norme britanniche. Il quadro emerso è pesante: 9 dispositivi hanno mostrato difetti tali da creare un rischio concreto di shock elettrico, mentre 8 modelli non hanno superato prove legate al rischio di incendio e, in alcuni casi di guasto, anche alla possibile rottura violenta dei componenti interni. Non semplici mancanze sulla carta, quindi. Ma difetti reali, fisici, misurabili.
Le anomalie più comuni riguardavano distanze troppo ridotte tra parti ad alta tensione, materiali isolanti non adeguati e una costruzione non in linea con gli standard previsti per spine e alimentatori. In altre parole, caricabatterie che da fuori possono sembrare simili ai prodotti originali, ma che dentro sono fatti con margini di sicurezza troppo bassi. “Il problema è che molti utenti guardano solo il prezzo e la potenza dichiarata”, ha spiegato Which? nei materiali diffusi dopo i test. La confezione promette ricarica rapida. Il circuito, però, racconta un’altra storia.
Scosse, incendi e archi elettrici: cosa accade dentro un alimentatore difettoso
Un alimentatore USB moderno non è un semplice adattatore da infilare nella presa. Al suo interno lavora un circuito switching che gestisce tensioni elevate e separa la parte collegata alla rete elettrica da quella che alimenta il dispositivo. Se questa separazione è fatta male, la corrente può prendere strade che non dovrebbe. È qui che entrano in gioco gli archi elettrici: scariche tra componenti che dovrebbero restare isolati.
Nei test, i tecnici hanno controllato anche le distanze di clearance e creepage, due parametri fondamentali negli alimentatori. La prima indica lo spazio minimo in aria tra parti con diverso potenziale elettrico; la seconda misura il percorso lungo la superficie dei materiali isolanti. Quando questi valori sono troppo bassi, cresce il rischio di scariche, surriscaldamenti e danni ai componenti. A quel punto il pericolo non è più un’ipotesi: un caricatore può scaldarsi, deformarsi, mandare in crisi il dispositivo collegato o, nei casi peggiori, innescare un principio di incendio.
Tra i casi segnalati da Which? ce n’è uno particolarmente eloquente. Un caricatore venduto su eBay come alimentatore Apple USB-C da 35 watt ha prodotto rumori riconducibili ad archi elettrici durante una prova di rigidità dielettrica, usata per verificare la tenuta dell’isolamento ad alte tensioni. Una volta aperto l’involucro, i tecnici hanno trovato all’interno un blocco di argilla modellabile. L’ipotesi è che servisse ad aumentare artificialmente il peso, così da far sembrare il prodotto più simile a un alimentatore originale. Un trucco rozzo, ma non senza conseguenze: materiale estraneo dentro un alimentatore può ostacolare la dispersione del calore e aumentare il rischio di surriscaldamento.
Certificazioni assenti, etichette false e componenti contraffatti sui marketplace
L’indagine ha messo in luce anche un altro problema: tutti i 15 caricabatterie USB analizzati erano privi di alcune informazioni obbligatorie sul prodotto, sull’imballaggio o nella documentazione allegata. In diversi casi mancavano i riferimenti dell’importatore; in altri non c’erano marcature richieste dalla normativa. Secondo Which?, queste carenze rendono illegale la vendita nel Regno Unito anche quando il prodotto supera una parte dei test elettrici. Una differenza che, quando si compra online, spesso passa inosservata.
Il marchio stampato sulla confezione, da solo, non basta. Nel settore degli accessori elettronici la falsificazione di etichette, loghi e presunte certificazioni è un problema noto, soprattutto tra i prodotti venduti da operatori terzi su piattaforme molto frequentate. Alcuni caricabatterie copiano colori, forme e perfino il peso degli originali. Altri usano descrizioni vaghe, con richiami a tecnologie come USB Power Delivery o Quick Charge, senza però offrire davvero i circuiti di controllo necessari. “Compatibile” non vuol dire sicuro. E non vuol dire originale.
Il punto riguarda anche ciò che non si vede: i componenti interni. Un alimentatore affidabile deve avere trasformatori isolati correttamente, condensatori adeguati, protezioni contro sovracorrente e sovratensione, fusibili e materiali resistenti al calore. Se uno o più di questi elementi vengono tolti per tagliare i costi, il caricatore può continuare a funzionare per settimane senza dare segnali evidenti. Poi basta un picco di tensione, una presa difettosa, una stanza calda, una ricarica lasciata andare per tutta la notte. Ed ecco che il difetto nascosto viene fuori.
Prezzo, venditore, surriscaldamento e rumori: i segnali da non ignorare
Non esiste un modo sicuro al cento per cento per riconoscere a colpo d’occhio un caricabatterie pericoloso, ma alcuni segnali dovrebbero far scattare l’allarme. Il primo è il prezzo troppo basso, soprattutto quando un alimentatore promette potenze elevate o ricarica rapida a cifre molto inferiori rispetto ai prodotti originali. Contano anche l’identità del venditore, la chiarezza della scheda prodotto, la presenza dei dati del produttore e dell’importatore, oltre alla qualità delle immagini. Recensioni tutte simili, pubblicate in poco tempo o scritte in modo generico, dovrebbero far alzare più di un sopracciglio.
Anche l’uso quotidiano può rivelare qualcosa. Un caricatore che diventa molto caldo, emette ronzii o sibili, odora di plastica riscaldata o presenta giochi anomali tra spina e presa va scollegato e non andrebbe più usato. Stesso discorso se la ricarica si interrompe e riparte senza motivo, se il telefono segnala velocità instabili o se il cavo sembra muoversi troppo nella porta USB. Sono piccoli indizi, ma concreti.
Per ridurre i rischi, le associazioni dei consumatori consigliano di comprare caricabatterie originali o prodotti di marchi riconosciuti, passando da canali ufficiali o rivenditori affidabili. Nei test citati da Which?, le criticità più gravi sono emerse soprattutto con dispositivi anonimi, contraffatti o venduti da terze parti a prezzi molto aggressivi. Risparmiare pochi euro può sembrare conveniente, specie quando serve solo “un caricatore in più” per casa o ufficio. Ma un alimentatore collegato alla rete non è un accessorio qualunque: gestisce energia ad alta tensione, resta spesso inserito per ore e può mettere a rischio sia i dispositivi sia l’abitazione.
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Silvia Dalia
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