Pino Musi (Salerno, 1958) è un autore fra i più interessanti e preparati della fotografia italiana. La sua ricerca è soprattutto dedicata al paesaggio e all’architettura. L’Università della Svizzera Italiana / Accademia d’Architettura sta dedicando al suo lavoro una grande mostra nel Teatro dell’Architettura di Mendrisio, dal titolo Continuum, curata da Michael Jakob, così come il libro, edito da Silvana Editoriale. Abbiamo chiesto a Musi il significato del particolare allestimento.
Intervista a Pino Musi
Come e perché nasce la mostra Continuum?
Continuum nasce da un’idea del curatore Michael Jakob e mia: restituire un campo di tensioni in cui immagini realizzate in momenti diversi entrino in relazione tra loro. Il titolo indica questa continuità: non solo quella temporale del mio percorso, ma soprattutto quella tra spazio, memoria e percezione. L’allestimento non segue una logica cronologica, perché non volevamo proporre un’evoluzione lineare del lavoro. Abbiamo preferito costruire un sistema di corrispondenze, quasi uno score lungo più di sessanta metri in cui ogni immagine potesse risuonare accanto alle altre. Le sezioni della mostra sono passaggi concettuali, diverse modalità di avvicinarsi ai luoghi, all’architettura e al paesaggio.
La mostra è divisa in sezioni, la prima delle quali ha il titolo Origini, con un chiaro riferimento all’architettura primitiva. Mi pare importante questo inizio. Perché questa scelta?
L’origine, per me, non coincide con un punto di partenza storico, ma con una condizione primaria dello spazio. L’architettura nasce dal gesto fondamentale di delimitare, di separare un dentro e un fuori, stabilendo una relazione tra l’uomo e il mondo. Le immagini raccolte in Origini cercano proprio questo livello essenziale: una dimensione in cui l’architettura non è ancora oggetto, stile o rappresentazione, ma struttura basilare del pensiero umano. Mi interessa partire da una sorta di grado zero, perché tutta la mia ricerca ha sempre cercato di andare oltre la superficie delle forme per interrogare ciò che le rende necessarie. Prima dell’edificio come immagine esiste l’idea dello spazio come esperienza.
Altre parti della mostra sono intitolate Metonimia, Iperbole, figure retoriche…
La scelta di queste denominazioni nasce dalla convinzione, mia e del curatore, che la fotografia non sia soltanto un linguaggio descrittivo, ma un sistema di trasformazioni. Le figure retoriche appartengono alla parola, ma riguardano anche il modo in cui osserviamo il mondo. La metonimia lavora sul rapporto tra parte e tutto: un frammento può evocare una realtà più ampia. È un meccanismo vicino alla fotografia, che seleziona, sottrae e concentra. L’iperbole riguarda invece l’amplificazione, la possibilità di portare un elemento oltre la sua dimensione abituale per renderlo più evidente, talvolta debordante. Le sezioni della mostra non sono, quindi, categorie rigide, ma strumenti per comprendere differenti movimenti dello sguardo.
La tua fotografia, realizzata spesso con una fotocamera di grande formato, sempre in bianco e nero, necessita di attenzione, di tempi lunghi di lettura, gli stessi tempi che sono stati necessari per la realizzazione. Tutto questo mi pare in controtendenza a un momento come il nostro in cui quasi tutto si realizza e si consuma con una superficiale velocità. Il tuo potrebbe essere anche un messaggio oltre che di natura linguistica, anche concettuale.
Credo che la lentezza non sia un valore in sé, ma una condizione necessaria per una certa forma di conoscenza. La fotografia non deve soltanto registrare ciò che esiste già, deve creare uno spazio aperto di riflessione. L’uso della camera di grande formato e del bianco e nero non sono scelte connesse alla tradizione della disciplina né a una distanza dal presente, ma strumenti per sottrarre l’immagine all’immediatezza e restituirle densità. Viviamo in un tempo in cui la quantità delle immagini sembra spesso sostituire la loro esperienza. Il mio lavoro cerca invece un’altra possibilità: l’immagine non come consumo rapido, ma come luogo in cui lo sguardo possa sostare.
1 / 6
2 / 6
3 / 6
4 / 6
5 / 6
6 / 6Nel suo testo Jakob scrive: “Soprattutto le moltissime facciate immortalate da Musi sembrano fare parte di quel tipo di oggetti che aspirano allo status postmoderno dello slogan ‘I am a Monument’. L’architettura – una certa architettura, e comunque non necessariamente solo quella collegata alle opere delle archistar, con edifici altamente iconici – intende “farsi vedere”, partecipa a una agitazione silente, cui Musi presta il suo occhio clinico”. Le tue immagini di facciate, che danno vita alla sezione Superficie, sono una sorta di trama urbana di grande potenza, senza soluzione di continuità. Che parte occupa tutto questo nella tua ricerca?
La superficie, nel mio lavoro, non è soltanto una trama che esprime il proprio disegno. È il luogo in cui l’architettura manifesta trasformazioni e contraddizioni. La facciata è una soglia, ciò che l’edificio offre allo sguardo, ma anche ciò che nasconde. Attraverso la superficie si può leggere una struttura sociale, culturale e temporale. Mi interessa il momento in cui l’architettura diventa immagine di se stessa e della propria storia, quando cerca di affermare la propria presenza nello spazio urbano. Il mio sguardo non cerca di giudicare, ma di registrare una tensione: quella tra costruzione e rappresentazione, tra presenza reale e desiderio di apparire.
Transizione è il titolo di un’altra sezione, che sottolinea la possibilità di attraversamento dell’architettura in cui un ruolo portante è quello dell’uomo che, tuttavia, non compare nelle tue immagini.
L’assenza della figura umana non significa assenza dell’uomo. Al contrario, credo che l’uomo sia presente in una condizione di latenza: attraverso le tracce e i segni che lascia nello spazio si può immaginare il suo passaggio. L’architettura è una forma di sedimentazione dell’esperienza umana dove ogni apertura, ogni modifica dice di un uso, un’abitudine, un tempo vissuto. In Transizione mi interessa il concetto di attraversamento, non solo fisico ma anche mentale. L’architettura diventa un dispositivo attraverso cui lo sguardo si muove tra profondità e memoria.
Incompiutezza è l’ultima sezione, in cui in una foto mi pare di leggere un rimando a Gordon Matta Clark. Vi è qui un riferimento al concetto di decontestualizzazione che mi sembra particolarmente interessante…
L’incompiutezza è una condizione che considero estremamente fertile. Un’opera conclusa tende a presentarsi come forma definitiva; quando rimane aperta, conserva invece una possibilità di trasformazione. Il riferimento a Matta-Clark è interessante perché il suo lavoro ha mostrato come tagliare, aprire, interrompere, significa modificare il nostro modo di vedere. Nella fotografia la decontestualizzazione permette di sottrarre un elemento alla sua funzione abituale e restituirlo come esperienza percettiva. Non mi interessa documentare semplicemente un luogo, ma creare le condizioni perché esso possa essere nuovamente interrogato.
Giusto un’ultima domanda che mi sembra pertinente. Mi pare di leggere in questi lavori un legame profondo con la musica. Mi sbaglio?
Non ti sbagli affatto. Più che con la musica, il legame è con il suono. La dimensione sonora è una presenza importante nel mio modo di pensare l’immagine, soprattutto per il suo rapporto con il tempo. Una fotografia è immobile, ma contiene una durata. Come nella struttura dei suoni esistono ritmo, pausa, ripetizione, variazione, anche in un’immagine si può costruire un tempo interno, una scrittura di segni che può essere interpretata e svolta come una partitura. Forse Continuum nasce proprio da questa idea: le fotografie non sono elementi isolati, ma parti di una composizione più ampia. Ogni immagine è una notazione, una pausa, una variazione su un tema che continua a trasformarsi…
Angela Madesani
Mendrisio // fino al 20 dicembre 2026
Pino Musi. Continuum
TEATRO DELL’ARCHITETTURA – Via Alfonso Turconi, 25
Scopri di più
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Angela Madesani
Source link



