Inaet, la transizione energetica africana vista dall’Africa


di: Ernesto Sii | 15 Giugno 2026

Guardare alla transizione energetica dell’Africa dal punto di vista del continente: è stato questo l’esercizio portato avanti durante la due giorni della conferenza dell’International Network on African Energy Transition (Inaet) tenutasi ad Abidjan per la sua terza edizione dopo le tappe di Roma prima e Nairobi dopo. A leggerlo così può sembrare una cosa apparentemente semplice, forse anche banale ma, in realtà, è molto rara.

Ricercatori, economisti, ingegneri, rappresentanti della finanza internazionale, imprenditori europei e di ogni angolo del continente, studiosi di università africane per due giorni lo hanno ripetuto con toni e parole diverse: la transizione energetica in Africa non può e non deve essere un obbligo di decarbonizzazione calato dall’esterno, ma un’agenda di sviluppo, definita da priorità, istituzioni e voci africane.

Il direttore del Policy Observatory della Luiss (tra i fondatori dell’iniziativa), Domenico Lombardi, l’ha riassunta affermando che non esiste un percorso credibile verso un pianeta sostenibile che non passi per la transizione africana, e che questa riguarda in primo luogo la costruzione di ciò che ancora non esiste, non la decarbonizzazione dell’esistente.

La transizione, ha detto aprendo la terza conferenza di Inaet Lapo Pistelli, direttore degli Affari Pubblici di Eni (altro partner dell’iniziativa) va adattata “alle realtà locali e alle priorità nazionali, seguendo percorsi che riflettono le circostanze specifiche di ciascun Paese” e bilanciando l’ampliamento dell’accesso all’energia, la crescita economica e la decarbonizzazione, perché “non esiste un’unica soluzione valida per tutti”.

“Vi è un traguardo, tra i molti, di cui questa rete può andare orgogliosa: l’aver saputo ricollocare i bisogni e le priorità del continente africano al centro dei propri processi deliberativi. Come ha giustamente osservato Abdulkadir Shettima, la proprietà delle narrazioni rappresenta un nodo imprescindibile. Accrescere la consapevolezza attorno alla natura e alle complessità intrinseche della transizione energetica in Africa costituiva, e continua a costituire, l’obiettivo fondante di Inaet. La sfida, ora, consiste nel veicolare e radicare questa nuova sensibilità all’interno dei consessi internazionali ed europei”.

“Un impegno che richiede di colmare il divario tra le priorità africane e le retoriche dominanti” ha sottolineato, chiudendo i lavori di una due giorni fitta di discussioni e confronti molto franchi, Marco Piredda, Head of International Public Affairs per Eni.

Uno spostamento di focus e cornice, quello emerso durante i lavori, che cambia le domande che ci si pongono quando si parla di transizione. La più ricorrente, attraverso quasi tutti i panel, è stata: chi disegna le regole, le tecnologie e i finanziamenti della transizione? E a vantaggio di chi? La risposta africana che ne è emersa è netta: il continente non vuole più essere il punto di estrazione di una catena del valore decisa altrove.

Una delle argomentazioni più solide ha riguardato il rapporto tra risorse e capacità. Il messaggio, ripetuto in più sessioni, è che il valore aggiunto non nasce dal sottosuolo ma dalle persone e dalle istituzioni. “Le infrastrutture si possono importare, le competenze vanno sviluppate”, ha sintetizzato il direttore della African School of Regulation, Abdulkadir Shettima, ricordando che gran parte della conoscenza che plasma le politiche energetiche africane è ancora prodotta fuori dall’Africa. Da qui il paradosso più citato: il continente esporta grezzo ciò che gli servirebbe per uscire dalla povertà energetica, per poi ricomprarlo lavorato.

L’Africa genera oltre il 70% dell’estrazione mondiale di cobalto ma meno del 5% della capacità di raffinazione, ha ricordato Yagouba Traoré, della Commissione africana per l’energia. E la stessa nozione di “minerale critico”, ha osservato Veronica Bolton Smith del Critical Minerals Africa Group, riflette le priorità delle economie occidentali: per l’Africa sarebbe critico ciò che serve a industrializzarsi o a nutrirsi, come la potassa per i fertilizzanti.

Alla base di tutto poi resta un vincolo che la retorica della sostenibilità tende a rimuovere: l’energia. O meglio la disponibilità di energia, scontata in Occidente forse ma non sempre in alcune zone o fasce di popolazione del continente. “Senza energia di base affidabile, infrastrutture e acqua non c’è alcuna trasformazione”, ha avvertito Bolton Smith, citando la Guinea, dove “un singolo impianto di alluminio richiederebbe più potenza dell’intera rete nazionale”.

Il consumo elettrico pro capite africano resta circa un decimo di quello cinese, ha ricordato Vincent Kitio di Un-Habitat, che ha ricordato a tutti come, in un continente che sta conoscendo la seconda ondata di urbanizzazione della storia dell’uomo, le città africane restano “consumatrici e non motori di industrializzazione”. L’accesso, ha aggiunto Shettima, va orientato all’uso produttivo dell’energia, non alla sola connessione delle famiglie.

E’ proprio su queste consapevolezze che poggia la diffidenza esplicita verso le formule importate o verso alcune politiche decise nelle capitali occidentali e che troppo spesso si pretende di calare dall’alto. È stato criticato il concetto, divenuto “cliché”, di salto tecnologico, invocato quando l’ecosistema di base ancora non esiste; sono state messe in discussione politiche guidate da partner di sviluppo con interessi propri, e imprese che arrivano, non rispondono alle domande di fondo e ripartono senza lasciare beneficio, come ha lamentato Anthony Kamara dalla Sierra Leone. Lo stesso sospetto ha investito i mercati del carbonio e la finanza climatica, concepiti spesso altrove.

C’è poi un limite che gli stessi africani hanno riconosciuto: la difficoltà degli attori del continente di fare sistema. Andrew Kamau, della Columbia University, ha descritto il “trilemma” tra integrazione economica profonda, sicurezza nazionale e rivalità geopolitica, raccontando di ministri che pretendono ciascuno la propria centrale per sfiducia nei vicini. La via d’uscita indicata non sono le dichiarazioni, ma regole chiare e meccanismi di applicazione, e un mercato unico africano dell’energia elettrica ancora da costruire.

Sul piano finanziario, Traoré ha quantificato un fabbisogno non coperto tra 30 e 50 miliardi di dollari l’anno, invocando strumenti pensati in Africa, dal blended finance ai diaspora bond. E il direttore generale dell’Irena, Francesco La Camera, ha ribaltato la prospettiva: la domanda non è più se l’Africa abbia le risorse per alimentare il proprio futuro, ma quanto rapidamente saprà mobilitare investimenti e competenze.

Un’ultima questione, troppo spesso ignorata, è chi resta ai margini: oltre l’80% degli operatori del settore energetico sono microimprese, in larga parte giovani e donne ai livelli più bassi delle filiere, ha rilevato Anne Kingiri dell’African Centre for Technology Studies. Una transizione che le ignorasse mancherebbe il proprio obiettivo.

Il segnale di metodo è arrivato alla fine: l’ambizione di trasformare Inaet da appuntamento annuale in piattaforma permanente, capace di tradurre il dibattito in conoscenza utilizzabile e di dare continuità alla presenza africana nell’arena globale. Perché, come ha osservato La Camera, il futuro della transizione si deciderà anche dove i nuovi sistemi energetici si costruiscono: e cioè, sempre di più, in Africa.

La conferenza non ha offerto risposte definitive. Ha però riscritto la domanda. Non più se e quanto l’Africa debba decarbonizzare, ma a quali condizioni, con quali competenze e sotto quale regìa potrà trasformare le proprie risorse in sviluppo. È in questo spostamento di prospettiva il vero punto sulla transizione africana.


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 Ernesto Sii

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