Tutto quello che sappiamo sull’accordo tra USA e Iran – PPN ADI


USA e Iran hanno annunciato un memorandum d’intesa per porre fine al conflitto iniziato il 28 febbraio. La firma è prevista il 19 giugno in Svizzera. Restano aperte le questioni sui missili balistici, gli alleati regionali e il ruolo di Israele.

Nella serata di domenica 14 giugno, il presidente americano Donald Trump ha annunciato sul suo social Truth Social che l’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è completo. Poco prima, il premier pakistano Shehbaz Sharif aveva reso noto su X che le due parti hanno concordato la cessazione immediata e permanente delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano, con cerimonia ufficiale di firma prevista per venerdì 19 giugno in Svizzera. Il documento non è però un trattato di pace definitivo: si tratta di un memorandum d’intesa preliminare che apre una finestra negoziale di sessanta giorni per affrontare le questioni più complesse, a partire dal dossier nucleare. Uno dei punti citati nei commenti a caldo riguarda il prolungamento del cessate il fuoco, che è però già in vigore e formalmente privo di scadenze. In sostanza, l’accordo di domenica è un accordo per negoziare un futuro accordo. Mediatori chiave del processo sono stati Pakistan e Qatar; per gli Stati Uniti hanno trattato Steve Witkoff e Jared Kushner, per l’Iran il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

I punti principali dell’intesa

Secondo quanto ricostruito da Axios, da fonti diplomatiche e dai media iraniani vicini al team negoziale di Teheran, i punti centrali del memorandum riguardano anzitutto la riapertura dello Stretto di Hormuz. Trump ha autorizzato immediatamente la revoca del blocco navale statunitense e l’apertura gratuita dello stretto, con l’obiettivo di stabilizzare i mercati energetici globali sconvolti dalla chiusura del passaggio. Sono previste inoltre la sospensione delle sanzioni americane sulle esportazioni petrolifere iraniane e lo sblocco di circa 25 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero, di cui una quota sarà disponibile prima dell’avvio dei negoziati finali. Teheran riconfermerebbe il proprio impegno nel quadro del Trattato di Non Proliferazione a non acquisire né sviluppare armi atomiche, mentre i dettagli sulla gestione dell’uranio arricchito attualmente in possesso dell’Iran saranno affrontati nella fase negoziale successiva. È previsto anche un meccanismo di supervisione internazionale, con eventuale ratifica da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per l’accordo definitivo.

Le due versioni in campo

Fin dall’inizio della fase negoziale più intensa è emersa una divergenza tra la narrativa americana e quella iraniana sui contenuti del memorandum. Già venerdì 12 giugno, quando i media iraniani avevano diffuso una bozza in quattordici punti, Trump era intervenuto per smentire che quella versione corrispondesse a quanto concordato per iscritto. Araghchi aveva a sua volta chiesto ai media di non speculare sui contenuti, assicurando che tutti i dettagli sarebbero stati resi pubblici al momento opportuno. Significativo è il fatto che la conferma iraniana sia arrivata non dal ministro degli Esteri ma dal vice ministro Kazem Gharibabadi, attraverso la tv di stato, che ha specificato come i sessanta giorni di negoziati inizieranno solo dopo che gli Stati Uniti avranno dimostrato concretamente di rispettare i propri impegni, a partire dalla revoca del blocco navale. Sul punto più delicato, lo Stretto di Hormuz, le agenzie iraniane hanno precisato che non si tratta di un ritorno allo status prebellico ma di un ripristino del numero di transiti ai livelli precedenti al conflitto, con Teheran che mantiene l’esercizio della propria sovranità sullo stretto. Trump, in un’intervista al New York Times, ha invece indicato che Hormuz sarà aperto in modo permanente e senza pedaggi.

Israele tra ostruzionismo e ambiguità

La posizione israeliana ha complicato sensibilmente le ultime ore della trattativa. Nella giornata di domenica, mentre si attendeva l’annuncio finale, l’esercito israeliano ha condotto raid nella periferia sud di Beirut e nel sud del Libano colpendo obiettivi di Hezbollah, attraversando una delle linee rosse poste dall’Iran. Funzionari iraniani hanno riferito al New York Times che il regime aveva predisposto una risposta militare contro Israele, poi annullata su richiesta di Trump. Il presidente americano aveva dichiarato in un’intervista ad Axios di essere stato molto arrabbiato con Netanyahu, accusandolo di non avere alcun giudizio e di aver ritardato la firma di alcune ore. Netanyahu ha risposto con una dichiarazione ambigua: prima ha precisato che Israele non è parte dell’accordo, poi ha aggiunto che sul punto del nucleare iraniano esiste pieno accordo con Trump. Il ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir ha sostenuto che l’intesa americana non vincola Israele, mentre il leader dell’opposizione Lapid ha definito il memorandum un fallimento totale, poiché il regime sopravvive, il programma missilistico rimane attivo e l’Iran potrà ricostruire le proprie capacità nucleari.

Cosa rimane fuori e cosa resta incerto

La struttura del memorandum lascia deliberatamente fuori dall’ambito dei negoziati immediati alcune delle questioni più sensibili. Il programma missilistico balistico iraniano non rientra nel perimetro dell’accordo preliminare, così come il sostegno di Teheran ai gruppi armati della regione, da Hezbollah agli Houthi. In un’intervista al New York Times, Trump ha minacciato di riprendere le operazioni militari contro Teheran qualora non si raggiunga un accordo definitivo sul nucleare, o in alternativa di fare degli Stati Uniti il garante del Medio Oriente in cambio del 20 per cento delle entrate della regione. Rimane aperta anche la questione del Libano: il Paese dei cedri non è parte dei negoziati diretti, e il suo ministro degli Esteri Joe Raggi ha dichiarato che Beirut non accetta che altri negozino o firmino accordi a suo nome. La tenuta del cessate il fuoco su quel fronte dipenderà in larga misura dal comportamento di Israele nelle prossime settimane. Anche la reazione interna iraniana è ancora da verificare: Parlamento e Guardie della Rivoluzione non si sono ancora espressi in modo definitivo, e la Guida Suprema Mojtaba Khamenei non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’intesa.

Il contesto e le reazioni internazionali

Il conflitto era iniziato il 28 febbraio 2026 con attacchi aerei congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che avevano causato oltre 7.500 morti, la maggior parte dei quali in Libano e in Iran, e provocato la chiusura dello Stretto di Hormuz con conseguente crisi energetica globale. Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno accolto con favore il memorandum d’intesa, sottolineando l’importanza della riapertura di Hormuz e ipotizzando la revoca delle sanzioni europee qualora Teheran onori gli impegni assunti. I prezzi del petrolio sono scesi nelle ore successive all’annuncio. La firma formale in Svizzera il 19 giugno rappresenterà il passaggio dall’intesa verbale a un documento giuridicamente rilevante, ma i nodi più complessi restano tutti da sciogliere nella finestra negoziale che si aprirà subito dopo.


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 Anna Petroni

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