il Golfo torna a respirare


Let the oil flow“.

Con queste tre parole, domenica sera, Donald Trump ha annunciato al mondo la fine di 107 giorni di guerra. Il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che l’America aveva raggiunto un accordo per porre fine alla guerra con l’Iran dopo oltre cento giorni, aprendo lo Stretto di Hormuz, con la firma ufficiale prevista per il 19 giugno a Ginevra.

Non è una notizia. È un terremoto e l’epicentro è qui, nel Golfo.

Prima di parlare di futuro, è necessario capire da dove si viene, che cosa è successo e perché il contesto non è secondario: è tutto.

Lo Stretto di Hormuz è una rotta commerciale stretta ma vitale che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e al più ampio Mar Arabico. Si trova tra l’Iran a nord e Oman ed Emirati Arabi a sud. Attraverso questo passaggio transita normalmente circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto del mondo.

Per oltre tre mesi, quel passaggio era chiuso. Non parzialmente, non a singhiozzo: chiuso. Le forniture di petrolio, gas e altre materie prime erano state strozzate, spingendo i prezzi molto più in alto rispetto a prima della guerra. L’Europa ha alzato i tassi di interesse per la prima volta dal 2023. Le rotte commerciali globali si erano riorganizzate in fretta e male attorno all’assenza di questo corridoio.

Ora quel corridoio riapre definitivamente con Donald Trump che ha dichiarato che l’accordo consente la navigazione gratuita attraverso lo Stretto di Hormuz, e ha autorizzato contestualmente la rimozione del blocco navale statunitense ai porti iraniani.

Stati Uniti e Iran hanno concordato un’intesa per porre fine alla loro guerra durata oltre tre mesi, con entrambe le parti che hanno annunciato la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano. L’annuncio è stato fatto dal Premier pakistano Shehbaz Sharif, che insieme al Qatar ha svolto un ruolo cruciale di mediazione.

I dettagli confermano che le due parti hanno finalizzato un memorandum d’intesa che rimuoverà il blocco navale americano ai porti iraniani ed estenderà l’attuale cessate il fuoco.

Ma attenzione: ogni parola qui va pesata. Un memorandum d’intesa non è un trattato di pace. È un punto di partenza, non un punto di arrivo. La riapertura dello Stretto è benvenuta, ma l’assunzione che i mercati energetici torneranno rapidamente alle condizioni pre-conflitto merita cautela. Molto resta incerto, a partire dal futuro del programma nucleare iraniano e dalla durabilità dell’accordo stesso.

Detto questo e detto chiaramente, le implicazioni per il Golfo sono già reali, già visibili, già in movimento.

I Paesi del Golfo hanno vissuto questi 107 giorni in una posizione scomoda e peculiare: geograficamente al centro del conflitto, diplomaticamente equidistanti, economicamente vulnerabili nonostante la loro solidità strutturale.

Dubai ha stanziato pacchetti di sostegno per miliardi di dirham. Abu Dhabi ha congelato gli affitti. I governi hanno assorbito l’urto con gli strumenti che avevano. Ma la verità è che nessuno strumento di policy locale può compensare la chiusura dello Stretto di Hormuz per tre mesi.

Ora che quello Stretto riapre, la domanda non è “quanto ci vorrà a riprendersi?”. La vera domanda è: “chi sarà pronto a muoversi per primo?”

E la risposta, guardando agli ultimi mesi, è già scritta.

Infatti c’è il turismo che può ripartire e che ripartirà in fretta poiché è stato tra i settori più colpiti dalla crisi. Le prenotazioni alberghiere erano crollate. I voli si erano ridotti. Le conferenze internazionali erano state cancellate o spostate.

Ora, con l’accordo, il contesto cambia radicalmente. La regione del Golfo, con Dubai in testa, ma anche Abu Dhabi, Doha e Riyadh, ha un vantaggio competitivo che nessuna crisi ha intaccato: infrastrutture eccezionali, connettività aerea capillare, un’offerta di intrattenimento e cultura in continua espansione.

La Sphere di Abu Dhabi è in costruzione. Disney sta arrivando a Yas Island. I grandi eventi torneranno a riempire i calendari. Il turismo MICE (meetings, incentive, conferenze ed esposizioni) è il primo comparto che riparte dopo ogni grande crisi, perché ha contratti, budget e piani già pronti.

Il rimbalzo, nel Golfo, non sarà graduale. Sarà verticale.

Il vero snodo però, a mio parere, riguarda l’energia: è qui che si gioca il rimbalzo più atteso dal mondo intero.

Le strutture di stoccaggio petrolifero in tutto il Golfo rimangono ben rifornite, pronte ad offrire sollievo immediato ai mercati, mentre migliaia di ingegneri e tecnici stanno già lavorando per riportare la produzione e le infrastrutture di esportazione ai livelli pre-guerra.

Questo è il punto che i mercati guardano con più attenzione. Il prezzo del petrolio ha già reagito con un calo significativo solo all’annuncio dell’accordo, prima ancora che fosse firmato. I futures per l’S&P 500 sono saliti, mentre i prezzi del greggio sono scesi di oltre il 3% dopo che Trump ha annunciato il passo avanti nei negoziati.

Quando lo Stretto aprirà davvero e i tecnici stimano che ci vorrà qualche settimana per la bonifica e la sicurezza della rotta, il flusso di petrolio e gas del Golfo tornerà a livelli normali. Per i Paesi produttori, è un recupero di entrate enormi. Per i consumatori globali, è un sollievo sul costo della vita. Per l’inflazione europea e americana, è ossigeno puro.

C’è un Paese del Golfo che esce da questa crisi con una posizione geopolitica rafforzata rispetto a prima: il Qatar, che si è contraddistinto per essere il mediatore silenzioso in questa vicenda, confermando ancora una volta la linea tracciata anni fa da Tamim Al Thani, che punta sul valore diplomatico e politico del suo Paese.

Il Ministero degli Esteri del Qatar ha dichiarato di accogliere con favore l’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran, considerandolo «un passo importante verso il consolidamento di una pace sostenibile e la promozione della crescita economica a livello regionale e internazionale».

Non è un comunicato di routine ma è la firma di un Paese che ha mediato nei momenti più critici, che ha mantenuto canali aperti con Teheran quando nessun altro poteva, e che ora raccoglie il dividendo diplomatico di quella pazienza.

Doha ha già dimostrato, con l’accordo di Abraham e con i negoziati su Gaza negli anni precedenti, di saper stare in uno spazio che pochi riescono a occupare: amico degli americani, interlocutore degli iraniani, neutrale abbastanza da essere utile a tutti.

Questa crisi ha consolidato quella posizione in modo definitivo, confermando quello che dicevo già dieci anni fa esatti, quando dopo i primi mesi ero approdato a vivere a Doha e avevo intuito bene quali fossero le intenzioni del loro leader. Già allora, in tempi non sospetti, costruiva conglomerati destinati ad ospitare ambasciate straniere e investiva in visite globali di altissimo profilo, aprendo le porte della città a figure politiche eminenti da ogni parte del mondo.

Per Dubai e Abu Dhabi, l’accordo arriva in un momento particolarmente significativo. Entrambi gli emirati avevano già dimostrato, nei mesi di crisi, una capacità di risposta istituzionale fuori dal comune con pacchetti di aiuti, riforme legislative, cantieri aperti nonostante la guerra.

Ora, con la pace all’orizzonte, quelle fondamenta mostrano tutto il loro valore. Le infrastrutture ci sono. I cantieri sono aperti. I contratti sono firmati. Quello che mancava era la stabilità del contesto regionale. La stabilità, adesso, torna.

Non sarà perfetta né immediata. Ma la direzione è chiara, e il Golfo si trova nella posizione migliore possibile per cavalcare ciò che viene dopo.

Sarebbe disonesto chiudere questo articolo senza una mia nota di cautela. I funzionari iraniani hanno espresso ragionamenti sui tempi e hanno respinto alcune bozze riportate dai media. Le tensioni tra Israele e Libano hanno rischiato di far saltare l’accordo nelle ultime ore. Il programma nucleare iraniano rimane una questione aperta, su cui le negoziazioni tecniche dovranno ancora trovare un’intesa definitiva.

Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha accolto l’accordo come «un passo critico», ma ha avvertito che il conflitto sta avendo un «impatto devastante» sull’economia globale e ha esortato tutte le parti a mostrare «massima moderazione» in un momento cruciale.

La pace, come tutte le cose fragili, richiede di essere costruita ogni giorno. Un memorandum non basta. Ci vogliono fiducia, implementazione, verifica, tempo.

Ma oggi, 15 giugno 2026, il giorno dopo l’annuncio, il Golfo torna finalmente a respirare. E quel respiro dopo 107 giorni di apnea vale più di qualsiasi analisi.

“Let the oil flow”. Tre parole. Tre mesi di guerra. E un futuro che, per la prima volta da febbraio, torna a sembrare possibile.


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 Carlo Scavone

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