La notizia ha lasciato tutti increduli. Non tanto perché la morte arriva sempre inattesa, ma perché era difficile associare a Marcella Russo l’idea stessa di una fine. Marcella sembrava appartenere a quelle persone che hanno sempre qualcosa da fare, qualcuno da coinvolgere, un’idea da inseguire. Pensarla ferma, più ancora che immaginarla assente, è forse la cosa più difficile da accettare. Generosa e appassionata, nell’arco di quattro decenni di attività è stata al centro di moltissime iniziative, anche internazionali, scegliendo Pescara come baricentro di operazioni visionarie e contribuendo a dare forma alla scena artistica locale di quegli anni. Amici e colleghi la ricordano, oggi, attraverso questo abbraccio corale.
Il ricordo di Miriam Di Francesco
Eravamo a letto in una camera d’albergo vicino alla fiera. Marcella non perdeva occasione per ricordarmi in quei giorni che lei, nella stessa camera, nello stesso letto, per tutti quei giorni con una persona amica, non era solita stare bene. Me lo spiegava guardando il soffitto, quasi incredula. Non facevo fatica a crederle. Entrava e usciva dalla camera zompettando con quelle gambette così sottili, senza il minimo riguardo per la propria goffaggine.
Quella sera era particolarmente in vena. Mi mitragliava di parole: raccontava di incontri, episodi, aneddoti… Lei, al mio fianco, piangeva dal ridere. Io prendevo una pausa toccandomi gli addominali resi sofferenti dalle risate.
Ricordo che si era fatto tardissimo. L’indomani ci sarebbe stata un’altra giornata intensa di lavoro e con quel briciolo di senso di responsabilità che ci era rimasto ci augurammo la buonanotte.
Mi sporsi dal letto per spegnere la luce. La luce non si spense.
Lei fece lo stesso dall’altra parte. Anche stavolta nessuna luce si spense. Ci guardammo di sottecchi per poi rivolgere lo sguardo alla grande lampada da tavolo che illuminava la stanza.
“Vado io”, disse Marcella.
Spostò le coperte e con un balzo fulmineo inciampò all’angolo del letto colpendo il mignolino del piede. In preda all’urlo di dolore arrivò sulla scrivania alla meno peggio. Appoggiò il ventre sullo schienale della sedia, si allungò con le ultime forze rimaste, cercò a tentoni il pulsante della lampada. Non lo trovò.
Fu in quel momento che Marcella sganciò il suo repertorio migliore – non si può dire che Marcella non sapesse scegliere il linguaggio giusto a ogni contesto. A quel punto, mi diressi anch’io verso il lampadario. Finimmo entrambe per terra come due adolescenti contorcendoci tra urla di dolore (le sue) e urla di divertimento (le mie). Mi domando ancora come sia possibile che dalla reception non ci abbiano richiamati per il tanto baccano. Naturalmente la colpa era sempre di Marcella e di quella sua risata urticante, fragorosa, così disturbante da risultare, talvolta, simpatica.
Non ho il dono di commemorare i morti, Marcella questo lo sapeva. “È per questo che dovrai scrivere quando morirò”, mi ripeteva. Me lo fece promettere più volte. “E mi aspetto che faccia ridere”.
Il ricordo di Giacinto Di Pietrantonio
Nonostante tutto, molti di noi devono qualcosa a Cesare Manzo, io, tra le altre cose, lo devo ringraziare per avermi fatto conoscere Marcella, invitandomi a curare Fuori Uso nel 1994. Al di là del nome Fuori Uso, che Marcella aveva contribuito a fondare, gli incontri che questa manifestazione generava non andavano mai “fuori uso”, si risolvevano in amicizie destinate a durare per la vita. Così è stato per Marcella con cui da allora non ci siamo mai più persi di vista. Con lei ho lavorato a sei edizioni di Fuori Uso, rinsaldando sempre più la nostra amicizia. Amicizia nata e cresciuta sulla forte passione per l’arte, e forse non ci sarebbe modo migliore che definire Marcella come una “Pasionaria dell’Arte”. Marcella aveva una energia empatica contagiosa e una generosità senza confini. Non era mai gelosa dei successi altrui, anzi li sosteneva. Aperta solare, proprio grazie alla nostra amicizia nata a Fuori Uso stavamo da tempo progettando, col comune amico Franco Mancinelli, di fare qualcosa per rendere omaggio a quella manifestazione e al suo ideatore Cesare Manzo. Spero che ora si possa comunque fare con gli altri amici comuni di quella stagione e oltre. Ora più che mai è tempo di dare a Cesare quel che è di Cesare, ma anche di Marcella.
Il ricordo di Enzo de Leonibus
Marcella, una forza della natura. Schietta, positiva e leale, grande amore per la vita e per l’arte. Il suo sguardo pronto alla complicità, alla vita.
Il ricordo di Benedetta Carpi De Resmini
“Buongiorno, mi scusi sono Benedetta Carpi De Resmini sto facendo un progetto di arte pubblica con Bianco-Valente, mi hanno suggerito di rivolgermi a lei per seguire la comunicazione del progetto. Progetto complesso, non so se…”. “Che problema c’è? Niente è complesso!”
Da quel giorno, di quattro anni fa, non ci siamo più lasciate. Abbiamo scherzato più volte sul fatto che, in realtà, ci eravamo conosciute trent’anni prima, ma che il destino aveva voluto che fossero Pino e Giovanna a farci incontrare di nuovo: altrimenti, forse, non avrebbe funzionato. Da allora Marcella ha seguito ogni progetto con l’amore e la passione di chi non si limita ad accompagnarlo, ma se ne prende cura.
Questa parola, che negli ultimi anni è diventata quasi di moda, lei la conosceva già profondamente. Aveva capito che prendersi cura non è soltanto una questione di attenzione: significa empatia, capacità di entrare in sintonia con l’artista, con lo spazio, con il progetto e, soprattutto, con le persone. Perché Marcella sapeva che sono le persone l’anima di ogni progetto e che senza di loro non si riesce davvero a comunicare nulla.
Lei, infatti, non si limitava a comunicare: tesseva legami. E, forse non casualmente, il progetto che ci fece conoscere era connesso al “nodo”. Il nodo era la metafora del legame, delle relazioni che tengono insieme una comunità. Perché quel nodo potesse esistere era necessaria la presenza dell’altro: soltanto attraverso l’ascolto, la fiducia e la capacità di accordarsi era possibile realizzare insieme qualcosa che, da soli, sarebbe stato impossibile.
Ecco, Marcella era quel nodo. Era quel punto d’incontro capace di tenere insieme una comunità grande e diversa, fatta di artisti, curatori, giornalisti, amici e persone incontrate lungo il cammino.
Ora quel nodo resta nelle nostre mani. Sta a noi continuare a intrecciare i fili che Marcella ha saputo unire, a prenderci cura delle relazioni che ha costruito e delle persone che ha fatto incontrare. Perché forse è proprio questo ciò che rimane di chi ha saputo davvero creare legami: non un vuoto, ma una trama che continua a tenerci insieme.
Il ricordo di Roberto Sala
Vedere il corpo inerme di Marcella in obitorio è stato straziante ma anche surreale. Avrei voluto salutarla, abbracciarla per l’ultima volta. E invece lei, quando a giugno ha conosciuto il suo atroce destino, ha voluto tenere il segreto. Forse per non farsi commiserare o forse per una uscita di scena delicata e di classe.
Aveva tanta classe Marcella, a dispetto della sua inconfondibile risata molto chiassosa, riusciva a portare classe e serietà in ogni situazione. Ho vissuto con lei diverse situazioni dell’arte contemporanea ma anche momenti intimi di confidenze e pettegolezzi. Mi diceva sempre che le piaceva il mio stare a mio agio nelle diverse situazioni istituzionali e non. Inaugurazioni, presentazioni, ma anche cene e feste. Mi chiamava Gastone perché pensava io fossi fortunato nei miei incontri. E con lei lo sono sicuramente stato!
Il ricordo di Massimo Mattioli
Se devo dare forma plastica al primo pensiero che mi suscita il ricordo di Marcella vado alla sua speciale schiettezza, una cosa molto rara: lei era fisiologicamente incapace di non dire senza filtri quello che pensava, anche se sapeva che quello che stava per dire non ti avrebbe fatto piacere. Questo, sul piano professionale, la trasformava in una necessaria, indispensabile coscienza critica. Sul piano personale, non posso non sottolineare la sua iconica risata: un gesto catartico, quasi apotropaico, capace di sdrammatizzare qualsiasi problema e di rammentare agli astanti la bellezza della vita.
Il ricordo di Alessandra Galletta
Ci sono persone che non occupano semplicemente un posto nel mondo, ma lo rendono più abitabile. Da oltre trent’anni condivido con Marcella un amore ostinato per l’arte: le mostre esplorate insieme, gli artisti scoperti o discussi, le intuizioni che continuavano a lavorare in noi anche dopo avere lasciato un’installazione.
Era un’amicizia privata e, insieme, una professione scelta e attraversata con la stessa passione.
Marcella aveva cominciato collaborando alla produzione di grandi collettive internazionali, imparando l’arte dell’attenzione: quella che tiene insieme opere, persone, tempi, imprevisti e desideri. Poi aveva fatto della comunicazione per l’arte il proprio linguaggio, con una dedizione senza misura. Instancabile, precisa, generosa, sapeva trovare le parole senza ridurre la complessità, rendere visibile un progetto senza tradirne il mistero.
Sapeva far sentire chiunque incontrasse parte di qualcosa che meritava di essere guardato. Ma ciò che resta più difficile da dire è la sua intelligenza limpida, il suo ottimismo senza ingenuità, la sua bellezza fatta di presenza e di ascolto. Marcella possedeva un’empatia esigente e naturale, di chi riconosce negli altri non un ruolo, ma una storia. Da lei ho imparato cose vere. Che la cura non è un dettaglio, che il lavoro è una forma d’amore, che la competenza non deve mai rinunciare alla gentilezza.
Ci resta un vuoto immenso, ma ci resta anche la scia luminosa della sua vita: nelle opere che ha aiutato a incontrare il loro pubblico, nei progetti resi possibili dalla sua energia, negli affetti che ha saputo custodire. E, sopra ogni cosa, ci resta la sua risata esplosiva, capace di interrompere la gravità del mondo e di restituircelo, per un istante, più vivo.
Il ricordo di Santa Nastro
Aveva occhio per i bei progetti e per le cose che funzionavano, per le notizie e per la comunicazione ben fatta. Lei, che pur non proponendosi mai come protagonista, riusciva ad esserlo sempre. Con quella risata scatenata, quel piglio sempre sincero, quella fierezza tipica delle persone di Foggia. E dalle sue origini pugliesi aveva preso anche quella bellezza tonica baciata dal sole che tuttavia in Marcella non appariva mai smorfiosa. Il suo look era sportivo ed elegante al tempo stesso, con quell’aria composta e allo stesso tempo selvaggia, raccolta e rockettara. Di lei ho solo bei ricordi e tanti amici in comune, quali Franco Mancinelli e Letizia Paiato, che ci hanno fatto incontrare e apprezzare. Belle serate, bei momenti, per ultima la presentazione del mio libro lo scorso marzo alla Fondazione La Rocca, dove grazie a Luciano Sozio abbiamo condiviso risate, ma anche accurate riflessioni, soprattutto quelle di Marcella. E chi se lo aspettava tutto questo dopo solo pochi mesi. Con Marcella ci siamo sentite spesso: telefonate che dovevano essere di lavoro e invece diventavano chiacchierate fiume di un’ora a parlar della vita, di amore, di animali. Lo scorso Capodanno mi ha scritto un messaggio: “Buon anno cara, ti ho sognata. Eravamo io e te, tipo due gladiatrici romane, in una situazione di fiera… tanta gente. Noi eravamo stese sulle chaise longue a ridere, bere mangiare e a parlare dei fatti nostri. Ogni tanto arrivava qualche volto noto… brindavamo e tornavamo a conversare tra di noi :)”. Marcella, ti aspetto al prossimo giro, sulla chaise longue.
Il ricordo di Giovanni Gaggia
Non è stato un colpo di teatro. Io, che ti ho vissuta quotidianamente negli ultimi tre anni, sono stato al tuo fianco anche in questi ultimi due mesi. Mi hai dato una possibilità irripetibile: accompagnarti e, nello stesso tempo, accompagnarmi, permettendomi di prepararmi. Ci siamo scelti. La nostra non è stata un’amicizia, ma qualcosa di più: un amore bianco, fatto di tanto.
Il nostro incontro del 2017 in un trabocco di Pescara ha segnato l’inizio di questa alleanza di pensiero e di dialoghi costanti. In quello stesso posto avresti voluto tornare con un progetto di cucitura collettiva pensato per la tua Pescara, quella per cui ti sei sempre tanto spesa, come tutti ora ricordano.
Oggi eravamo con te e tu eri con noi. C’erano le tue sorelle e Teto, tuo marito. L’ha osservato Alessandra Galletta, in una conversazione che, nonostante tutto, trovava spazio per il sorriso. Ciascuno di noi, per averti avuta accanto, porta con sé qualcosa di te. E così, in ciascuno di noi, Teto ritrova ancora qualcosa di sua moglie.
Ti ho sentita fino a venerdì. Mi hai riportato indietro, con una fotografia, alla nostra The Colours of Changement. Attraverso questi progetti si comprende una parte vitale di te. Per un anno intero, abbiamo parlato, attraverso l’arte, di integrazione della comunità LGBTQAI+ nello sport e di Palestina, con la determinazione a non esitare nel prendere posizione.
Ci sono alcune parole che mi ripetevi spesso e che proprio non ricordo. Mi sforzo da ieri di ritrovare la frase che avresti voluto lasciarmi, ma la commozione non me lo permette. Forse arriverà.
Lunedì scorso mi hai chiamato, volevi farmi sentire la tua voce. È passata una sola settimana. Abbiamo parlato a lungo, di allucinazioni e di dolore. Questa è la parte più stronza: tu non te lo meritavi. Mi hai detto: “Sai, mi accade una cosa bella: incontro, una ad una, tutte le persone care e stanno tutte bene”.
Tu sarai sempre con me, e non è una frase fatta. Per fortuna, le pagine dei libri che abbiamo scritto insieme ne saranno testimonianza e memoria indelebile.
In queste ore mi sembra di vivere una beffa, uno dei tuoi scherzi accompagnati da quella risata che conosciamo così bene. Torneremo insieme sul trabocco a guardare il Mediterraneo. Berrò un gin tonic in tuo onore, come abbiamo fatto oggi, e fumerò una sigaretta, come facevo ogni volta che viaggiavamo insieme: scroccandotela.
Mi stanno arrivando messaggi di amicizia da parte di tante amiche e amici con cui in questi ultimi anni abbiamo condiviso un progetto, una conversazione, un’idea da sviluppare insieme. Ti sono testimone di un grande affetto condiviso, di stima che ti sei conquistata con quel tuo piglio rock – come dice Manuela Gandini –, quella determinazione cordiale e sincera. Susanna, Fosco, Francesco, Eugenia, Michela, Sergio, Dino, Greta, Gaia, Anna, Pietro, Mattia, Martina, Paolo, Riccardo, Serena, Mona Lisa Tina e tante, molte attestazioni accorate, continuano a ricordare: “Ciao Marcella! Ci mancherai, sei tornata una stella danzante – rock…”.
Il ricordo di Maria Letizia Paiato
Conoscere Marcella era destino. Io originaria di Ferrara, lei di Foggia trapiantata a Pescara. Proprio la cittadina adriatica è stata il luogo del nostro incontro. Eppure, di lei avevo sentito parlare fin da ragazza, negli Anni Novanta. A Pescara la mia famiglia la conosceva bene; il suo carisma e la sua travolgente bellezza erano leggendari nei luoghi che frequentava, come il The Great American Disaster o la Cantina di Jozz, dove Cesare Manzo, che con Marcella ha vissuto un intenso pezzo di vita, era solito portare gli artisti che ospitava. Tante erano le trame e i legami che ci univano ancora prima di conoscerci personalmente, non ultima la mia collaborazione alla Rivista Segno, che spesso mi portava a seguire le sue iniziative.
Da quel momento potrei stendere un infinito elenco di nomi fra amici e colleghi, ma forse quest’ultima parola è sbagliata: per noi sono sempre stati soprattutto amici. Con Marcella ci sono stati anche momenti di confronto, ma sempre orientati alla crescita di progetti comuni e delle nostre personali identità. Abbiamo condiviso generosamente conoscenze, relazioni professionali e umane. I miei amici sono diventati i suoi e i suoi i miei; per noi i concetti di rete e relazione hanno sempre avuto un peso autentico e reale. Entrambe ci siamo costruite dal basso e abbiamo conosciuto il senso dell’impegno, della costanza e la fatica del lavoro, comprendendo l’importanza di aiutarsi. La sua profonda attenzione per la natura si ritrova in tanti progetti che ha lasciato sul territorio, come il Terzo Paradiso di Fontecchio, realizzato con le macerie del terremoto. L’altrettanta attenzione verso i più giovani e le pratiche relazionali che hanno tracciato negli ultimi anni l’identità dell’arte contemporanea di Spazio Matta di Pescara. Questo mondo non è mai stato una moda per lei, ma una passione vera e autentica, misurata nella sostanza delle opere degli artisti con cui ha lavorato. Ha conosciuto figure straordinarie e girato il mondo con un curriculum ricco che non ha mai ostentato. Mi piacerebbe che oggi si comprendesse il valore profondo di questo mestiere, di una vita morsa con forza come ha sempre fatto lei. Pescara ha salutato troppe persone che hanno davvero dato tanto alla città e alla sua crescita artistica. Mi auguro che questo dolore spinga, soprattutto le nuove generazioni, a ritrovare il senso profondo dell’arte, a scansare la nube dell’artificio che ci distrae per tornare a celebrare l’immaginazione. Quella di Marcella era inesauribile. Ora tocca a noi amici portare avanti il suo lavoro.
Il ricordo di Alex Urso
Rileggo uno degli ultimi messaggi tra noi. Ti eri offerta, come spesso facevi, di aiutarmi a spingere le mie mostre da FIUTO (“Se mi mandi i materiali ti aiuto”). Ti mando il materiale richiesto, ma qualcosa manca (l’indirizzo, qualche dettaglio tecnico, non ricordo); provvedi tu e io ti rispondo: “Ci metti sempre una pezza”. Di seguito scherziamo: io, che mi occupo di comunicazione, nel seguire mille cose in galleria finisco per mancare di attenzione proprio su questo tema. Al che, con la tua solita schiettezza, dolce e popolana, mi rispondi: “Lo scarparo va con le scarpe rotte”. E io ribatto: “Ma rende le scarpe di tutti gli altri più belle. Quindi lunga vita a noi”.
Di “scarpe” Marcella ha contribuito a renderne belle tante. Generosa e passionale, amica degli artisti; una della vecchia scuola, di quella scena Anni Novanta un po’ punk e turbolenta, certamente poco modaiola, che nell’arco di qualche decennio sarebbe stata spazzata via dall’ansia del progetto, dai bandi, dalla popolarità a tutti i costi.
Ma i puri col tempo si distinguono dal resto, continuano ad accendersi anche col passare degli anni, perché hanno la scintilla buona dentro. Gente che si sporca le mani e che il proprio tempo lo passa a fare, orchestrare, tirare fuori il bello dal marcio, piuttosto che a leccare culi.
Nel contesto di provincia in cui Marcella lavorava, e nel quale io ho scelto di lavorare, di leccate di culo se ne vedono tante. E anche per questo, in opposizione a questo, nel tempo si era creato tra noi un sodalizio sincero, fatto di simpatia e rispetto reciproco. La distanza d’età non equivaleva a una distanza di intenti.
Il concetto di “fare rete” spuntava spesso fuori nei discorsi insieme a Giovanni Gaggia, con la speranza di riuscire a costruire un discorso comune intorno alle nuove energie artistiche tra Marche e Abruzzo. Lei quelle energie le vedeva, forse anche più di noi.
“Fare rete”. Un concetto abusato, spesso svuotato di significato quando a pronunciarlo sono quelli che nel senso di squadra e nel valore umano dell’incontro non hanno mai creduto davvero. Ma che assumeva tutt’altro tono se a farsi portavoce di questo pensiero era una come Marcella: professionista, figlia della Pescara ruggente dei Fuori Uso, una che di artisti ne aveva visti crescere e ne aveva fatti crescere, grazie a quel frullatore di idee e iniziative in cui spesso veniva coinvolta e di cui, altrettanto spesso, diventava portabandiera.
“Va bene Marcè, facciamo!”. E come facevi a non farti trascinare da una così?!
Alex Urso
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Alex Urso
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