l’unica remigrazione che piace a Repubblica


Alt, fermi tutti, Europa fattela finita e non rompere più i coglioni per qualche strage, qualche testa mozzata: Repubblica, la succursale d’inchiostro rosso del PD, rosso ma per una volta pure nero, ti spiega quello che ti è sfuggito: il Marocco brilla ai Mondiali coi suoi “calciatori raffinati” e i suoi impianti all’avanguardia.

Problema risolto e Vannacci a casa, remigrato. Repubblica, uno c’inciampa e subito pensa, Padre perdonali perché non sanno quello che scrivono: l’ultimo pippone pallonaro è incredibile, va oltre l’immensità sovrannaturale della propaganda, tutto uno sdilinquirsi per la nazionale marocchina e ce la senti la coda di paglia per spazzare le sacrosante paure, per tirare alla propaganda integrazionista. Solo che nell’orgasmone non si accorgono di sconfessare l’intento o confermare il rovescio.

Repubblica ha scoperto la remigrazione, a senso inverso, e le piace da matti: “In questo Mondiale quasi un giocatore su 4 non è nato nel Paese che rappresenta”; dopodiché passa, come neanche “Actu Maroc”, a soffermarsi su tutti i casi di atleti usciti dai vivai francese, inglese e, oh bella, tornati a casa per il torneo globale, insomma potevano restare dove sono nati, giocare nelle rispettive nazionali e invece il richiamo della patria, non nativa ma percepita, è stato più forte (presumibilmente insieme alle ragioni degli ingaggi e di una minore concorrenza).

E questa me la chiami integrazione? No, questa è la conferma degli scetticismi: giovani sportivi che debbono tutto a chi li ospita ma restano marocchini dentro e tornano appena possono, per il comodo loro. Non è neppure sorprendente, e non è sbagliato: è solo un dato di fatto e se uno non è ipocrita o inebetito, è tenuto a prenderne atto: l’integrazione è univoca, solo prendere, ma a rendere si torna indietro. E passi se il calcolo è per una incruenta carriera sportiva, ma se si passa alle miserie spicciole, ecco che si ottiene il maranzato, la pretesa sistematica, qui non è casa mia ma è la diventa fin che rivendico tutto, poi la mollo. Altro che “la mescolanza delle scuole, il tocco spagnolo, la baldanza francese, l’organizzazione olandese e belga che insieme fanno lo stile neoafricano”.

Lo stile neoafricano è sempre lo stesso: “Europa di merda”. E ci vuole il coraggio di Repubblica a giustapporre questo processo in sé drammatico per quanto spiattellato come incoraggiante, agli oriundi degli anni Sessanta, i Sivori, gli Altafini: è l’esatto contrario, quelli avrebbero giocato in Nazionale se solo o appena possibile, e dovevano se mai rinunciarci proprio per i veti dei Paesi originari.

Qui sono i giovani campioni, nati, sia ripetuto ad nauseam, a Parigi, Londra o Molenbeek, a fare la loro scelta e la fanno in un certo senso da fuorilegge: figli legittimi di Francia, Belgio, Regno Unito, pretendono e ottengono di vestire una maglia nazionale che tecnicamente non è la loro: allora che fine fanno le chiacchiere sulla cittadinanza, lo ius di qua e di là, la naturalizzazione, se sono proprio loro a non sentirsi italiani, peggio di Giorgio Gaber?

E se, nati e cresciuti in altre patrie, allevati nel trionfo delle opportunità europee, restano di un’altra patria, la “loro” patria, un motivo ci sarà; ed è il vincolo di sangue, il retaggio che neppure la forza della religione riesce a spezzare. O, per dir meglio, la nostra religione compromessa, duttile, sconfitta, che cede oratori e spazi, dei preti felloni avvolti nella kefiah, non può niente contro un Islam che sbarcando in Europa, lungi dal lasciarsi sedurre dalle delizie consumistiche, le ha consumate, le ha sfruttate tutte ma allo stesso tempo radicalizzandosi nel credo d’origine, che lo porta a diffidare, a malsopportare, a odiare chi gli ha garantito un futuro confortevole. “Europa merda, Modena è caduta, Parigi è presa”.

Repubblica non ha più alcuna consistenza, il suo spirito di servizio per la sottoideologia woke, che in soldoni viene a dire per il PD come editore di riferimento, è sconfortante, induce compassione, compatimento, ma la questione sottesa resta importante e resta grave: una Nazionale di calcio i cui giocatori sono tutti, e diciamo tutti, nati, cresciuti e sportivamente allevati in altri Paesi, una Nazionale creata e resa competitiva grazie all’Europa, i cui campioni si ritrovano per i Mondiali e, compatti, giocano contro quei Paesi che li hanno generati.

E questa sarebbe la integrazione che piace a Repubblica, cioè al PD, e allo stesso modo la remigrazione agli stessi gradita! Di più, il giornale piddino arriva a informare che le scelte di questi minorenni o appena diciottenni sarebbero influenzate pure dalla prospettiva del prossimo Mondiale anche in Marocco, con tutte le opportunità che ne conseguirebbero: prosit, ma allora di che stiamo a parlare?

I giocatori viziatissimi e osannati, in Europa come in Marocco, tornano; a noi resta la schiuma dei tagliagole e i tagliateste nel trionfo del fallimento delle buone intenzioni, che tanto buone non sono state mai, con un epilogo grottesco: di là il Marocco ricco, evoluto, colto, all’avanguardia si pasce anche dei suoi figli partoriti, ma appena appena, ma fino a un certo punto, in Europa, in Europa resta, e l’Europa diventa, il maranzato dei primitivi che praticano violenza e si stringono in gang, in bande, in mafie.

Ma che bel mondo, che bell’idea di integrazione! E siccome nessuno può essere tanto sciocco da non capirlo, non resta che concludere per il solito disegno disintegrazionista della sinistra sorosiana, quella che s’impegnava per “prenderli tutti noi”: e non esattamente per cogliere pomodori, se mai i frutti avvelenati di scelte scriteriate, criminali. Forza Marocco, non fermaarti al Brasile, vincilo il Mondiale così tutti capiranno, anche i più stupidi, che l’occidente s’impegna per perdere, costruendo chi lo sconfigge. Nello calcio come sul marciapiede, se è vero che lo sport è metafora della vita.

Max Del Papa, 15 giugno 2026

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