Celebrazioni in tono minore e senza esponenti di primo piano del governo Meloni (a partire da quello alle Infrastrutture Matteo Salvini) a otto anni dal crollo del ponte di Genova che ha causato la morte di 43 persone il 14 agosto 2018, con il processo penale che si è appena concluso in primo grado che ha accertato le responsabilità degli allora vertici di Aspi e della controllata Spea – entrambe della galassia della famiglia Benetton – che avevano risparmiato sulle manutenzioni ordinarie e straordinarie per favorire la redditività del gruppo e, conseguentemente, i dividendi incassati dai soci, con premi di risultato anche in capo ai vari manager del gruppo autostradale.
E se sul piano penale il 16 luglio scorso il Tribunale di Genova ha accertato in primo grado le responsabilità per 32 imputati per un totale di 180 anni di galera, decisamente meno delle richieste dei pm Walter Cotugno e Marco Airoldi che chiedevano 400 anni di carcere per 56 persone, tra cui 12 anni irrogati all’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, riconosciuto colpevole dei reati di crollo colposo e omicidio stradale e molti esponenti di Aspi – Autostrade per l’Italia – società controllata, al momento del crollo, da Atlantia (la holding partecipata al 30% dalla famiglia Benetton, tramite la Edizione spa), di Spea (che si occupava delle manutenzioni della rete) e del ministero delle Infrastrutture allora retto dal tecnico Enrico Giovannini.
A ponte San Giorgio ricostruito, Aspi deve ancora realizzare le opere di indennizzo per il territorio concordate nel 2021, per un valore complessivo di 1,68 miliardi di euro, nonostante i fondi siano già stati messi a disposizione della concessionaria autostradale, evidenziando i soliti problemi del ministero delle Infrastrutture, ora retto da Matteo Salvini, di trasformare rapidamente i progetti in opere compiute, tanto più se il suo ministero non ci deve mettere i soldi.
Attorno alla vicenda del crollo del ponte Morandi e alla sua ricostruzione come viadotto San Giorgio si evidenzia l’incapacità della politica di tutelare compiutamente l’interesse pubblico. Nelle more del processo, la concessionaria di gran parte della rete autostradale italiana, strizzata come un limone per spremere dividendi a favore della famiglia Benetton e a discapito degli investimenti sulla manutenzione ordinaria e straordinaria, il governo Draghi a maggio 2021, appena dopo 4 mesi dall’insediamento del governo di unità nazionale con dentro tutti con l’eccezione di Fratelli d’Italia dopo la fine del Conte Due, decide di non seguire la via della revoca della concessione per giusta causa e di passare all’acquisto di Aspi per il tramite della Cassa depositi e prestiti che allestisce una cordata assieme ai fondi d’investimento internazionali Blackstone e Macquarie, pagando a peso d’oro, ben 9,1 miliardi di euro, una società colpevole di una strage ai Benetton responsabili morali di non avere adeguatamente controllato i propri manager, probabilmente soddisfatti dalla messe di dividendi che affluivano dalla società per accorgersi che qualcosa non andava, oltre all’accollo dei debiti finanziari per 8,8 miliardi della stessa Aspi. Dei 9,1 miliardi di spesa, 8 miliardi sono andati ad Atlantia (la holding di Aspi nell’arcipelago delle partecipazioni Benetton) e il resto alle assicurazioni Allianz e al fondo sovrano cinese Silk road fund. Di fatto, lo Stato ha concluso quello che a buon diritto non si può definire un buon affare, con in più l’aggravante di avere tirato in mezzo due fondi d’investimento che per il loro “disturbo” nel rilevare il 49% di Aspi hanno preteso la garanzia di una redditività elevata garantita nel tempo.
Del fatto che dalla vicenda la politica ne sia uscita cornuta e mazziata ne è convinto il segretario federale di “Patto per il Nord”, Paolo Grimoldi: «uno Stato serio e rispettoso dei cittadini, a partire dalle 43 vittime del ponte Morandi, avrebbe tenuto la barra dritta e revocato senz’appello la concessione ad Aspi per manifesta responsabilità oggettiva. Ma la politica dei governi Conte e Draghi è stata tutt’altro e i responsabili morali di tutta la vicenda sono stati coperti di denaro, mentre ai cittadini e utilizzatori della rete autostradale è solo stato presentato il conto di tutta la vicenda».
Grimoldi sparge sale sulla ferita dell’immane spesa: «si pensi cosa lo Stato, anzi la Nazione avrebbe potuto fare con quei 9 miliardi letteralmente regalati ai responsabili della tragedia. Si sarebbe potuto realizzare la Pedemontana Veneta senza averne scaricato i costi sul bilancio della regione Veneto per i prossimi trent’anni e sugli utilizzatori in termini di caro pedaggio. Caro pedaggio che affligge pure gli utilizzatori della Pedemontana lombarda e delle sue bretelle, oppure della Brebemi. O le opere ancora al palo per mancanza di fondi come la Lecco-Bergamo e la Tremezzina e la metropolitana per Segrate. Magari pure realizzando qualche altra infrastruttura a favore di un tessuto produttivo del Nord che soffre della mancanza di strade, autostrade e di ferrovie. E qui Salvini, il ministro in carica che non riesce a fare marciare i treni in orario, che non riesce a concretizzare l’ormai mitico – e probabilmente – irrealizzabile ponte di Messina nonostante la spesa che corre senza freni, a partire da stipendi e consulenze, dovrebbe iniziare a spiegare qualcosa agli italiani».
Se poi l’Italia si confronta con la vicina Spagna, l’esito è drammatico: «mentre in Italia si è preferito utilizzare la rete autostradale per arricchire indiscriminatamente pochi azionisti invece che fare manutenzioni e nuove opere, in Spagna i cantieri si sono fatti, tanto che oggi il paese iberico dispone di una rete autostradale di 15.500 km, più del doppio dei 7.500 italiani, spesso vetusti – attacca Grimoldi -. Ancora peggio, poi, il confronto su cosa accade alla fine delle concessioni utilizzate per realizzare le opere: mentre in Italia automobilisti e autotrasportatori continuano a pagare pedaggi sempre più cari in cambio di un servizio che è sempre più un disservizio, in Spagna al termine delle concessioni le autostrade diventano liberamente percorribili, tanto, che negli ultimi due anni ne sono stati liberalizzati ben 1.300 km. E se c’è un motivo per cui la Spagna cresce più dell’Italia, forse è anche nel diverso approccio, dove lì si privilegiano i cittadini, mentre in Italia si accontentano i soliti poteri forti rinnovando sempre e comunque le concessioni, quando un ministro serio e capace alle Infrastrutture dovrebbe avere le risorse sufficienti per subentrare alle concessioni scadute e liberalizzare anche in Italia la rete abbondantemente ammortizzata».
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