30 aprile 1982, erano le 9 e 20 del mattino quando la Fiat 131 azzurra di Pio La Torre svoltò in via Turba, nel quartiere palermitano della Resuttana. Non fece in tempo a percorrerne più di pochi metri. Due motociclisti affiancarono l’auto e aprirono il fuoco con pistole calibro 9. La Torre fu colpita alla testa e al petto, il suo autista e compagno Rosario Di Salvo tentò di rispondere al fuoco ma fu abbattuto a sua volta. Entrambi morirono sul selciato di una città che da anni viveva sotto il peso soffocante della guerra di mafia.
Aveva 54 anni. Era nato a Palermo nel 1927, in una famiglia contadina di Altarello di Baida. Aveva conosciuto la miseria e la fatica dei campi, e da quella miseria aveva tratto il senso profondo dell’ingiustizia sociale che avrebbe guidato tutta la sua vita politica. Partigiano giovanissimo, poi dirigente delle lotte contadine nel dopoguerra, poi parlamentare e dirigente del Partito Comunista Italiano: La Torre era uno di quegli uomini che non separano mai la teoria dalla pratica, la politica dalla carne viva delle persone.
il ritorno in sicilia
All’inizio del 1982 La Torre era tornato in Sicilia come segretario regionale del PCI, lasciando Roma e il Parlamento. Non fu una scelta casuale né una retrocessione: fu una scelta deliberata, quasi una missione. La Sicilia stava attraversando uno dei periodi più sanguinosi della sua storia recente. La guerra tra i corleonesi di Totò Riina e le altre famiglie palermitane aveva già prodotto centinaia di morti, tra boss rivali, poliziotti, magistrati, giornalisti e semplici cittadini. Palermo sembrava una città in stato d’assedio.
Ma c’era anche un’altra emergenza, più silenziosa e forse più pericolosa: il governo italiano stava valutando l’installazione di missili nucleari Cruise a Comiso, in provincia di Ragusa, nell’ambito delle decisioni NATO sul riarmo europeo. La Torre si era battuto duramente contro quella scelta, organizzando una mobilitazione popolare che aveva pochi precedenti in Sicilia. Pacifismo e antimafia, nella sua visione, non erano battaglie separate: erano entrambe lotte contro chi usava il territorio siciliano come strumento di potere e di morte.
La legge che portava il suo nome
Ma è per un’altra battaglia che Pio La Torre è entrato nella storia della Repubblica italiana. Negli anni precedenti al suo assassinio, aveva lavorato intensamente a un disegno di legge destinato a rivoluzionare il modo in cui lo Stato italiano combatteva la mafia. Il problema fondamentale era questo: la legge penale vigente non prevedeva il reato specifico di associazione mafiosa. I giudici potevano condannare i boss per i singoli delitti commessi, ma non per il fatto di appartenere a Cosa Nostra. La mafia come organizzazione era, paradossalmente, invisibile alla legge.
La Torre propose di colmare questa lacuna introducendo nel codice penale l’articolo 416-bis, che puniva chiunque facesse parte di un’associazione di tipo mafioso. Non bastava commettere un crimine: era criminale già il semplice fatto di appartenere a quell’organizzazione, di parteciparvi, di rafforzarla. Era una svolta concettuale prima ancora che giuridica. La legge prevedeva anche la possibilità di confiscare i beni accumulati con i proventi delle attività mafiose: colpire la mafia nel portafoglio, non solo nelle galere.
La proposta giaceva in Parlamento da anni, ostacolata da resistenze politiche di ogni tipo. Quando La Torre fu ucciso, il disegno di legge non era ancora diventato legge. Dovette aspettare ancora qualche mese, e fu l’altro grande delitto dell’estate del 1982 — l’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, avvenuto il 3 settembre di quell’anno — a sbloccare finalmente l’iter parlamentare. La legge Rognoni-La Torre, così battezzata, fu approvata il 13 settembre 1982 e rappresenta ancora oggi il pilastro fondamentale della legislazione antimafia italiana.
Morì prima di vedere approvata la legge che aveva scritto. Ma quella legge porta il suo nome, e con essa ha vinto.
Un omicidio eccellente
L’uccisione di Pio La Torre fu uno degli «omicidi eccellenti» con cui Cosa Nostra, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, dichiarò guerra aperta alle istituzioni della Repubblica. In quella stagione terribile furono assassinati il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, il segretario provinciale della DC Michele Reina, il capo della squadra mobile Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova, il procuratore capo Gaetano Costa. Palermo era diventata la capitale mondiale della violenza mafiosa.
La Torre sapeva di essere nel mirino. Lo sapevano anche i suoi colleghi, i dirigenti del partito, i giornalisti che lo frequentavano. Ma lui non si nascondeva, non chiedeva scorte particolari, non cambiava abitudini. C’era in lui una specie di stoicismo, la consapevolezza che un uomo politico non può governare dalla trincea della paura. Lo stesso Rosario Di Salvo, il fedele autista che morì al suo fianco, incarnava quella lealtà senza riserve che spesso accompagna le figure destinate a diventare simboli.
Le indagini sull’omicidio portarono, molti anni dopo, a individuare i mandanti e gli esecutori materiali del delitto nei vertici di Cosa Nostra. Totò Riina, il capo dei corleonesi che aveva trasformato la mafia in una macchina di sterminio, era la mente di quella stagione di sangue. Ma la catena di responsabilità, come spesso accade nella storia delle stragi italiane, non si esaurisce nelle figure criminali: intorno agli omicidi eccellenti di quegli anni aleggia ancora, in parte, l’ombra di connivenze politiche e istituzionali che la giustizia ha faticato a illuminare fino in fondo.
La memoria e il lascito
A quarant’anni di distanza, Pio La Torre rimane una figura scomoda e necessaria. Scomoda perché la sua vita sfida ogni tentativo di ridurre l’antimafia a retorica di commemorazione. Era un comunista che combatteva la mafia non per ragioni astratte ma perché vedeva nella criminalità organizzata il principale ostacolo all’emancipazione dei lavoratori e dei cittadini del Sud. Credeva che la politica avesse il dovere di sporcarsi le mani, di scendere nei quartieri, di conoscere i nomi delle cose.
Necessaria perché la legge che porta il suo nome ha permesso nei decenni successivi di assestare colpi durissimi a Cosa Nostra, alla Camorra, alla ‘Ndrangheta. Il pool antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che istruì il maxiprocesso di Palermo a metà degli anni Ottanta, poteva operare anche grazie a quegli strumenti giuridici che La Torre aveva costruito con pazienza certosina. In un certo senso, ogni condanna inflitta a un boss mafioso porta in sé una traccia del lavoro di quell’uomo ucciso in via Turba una mattina di aprile.
Palermo gli ha dedicato piazze e scuole. La Sicilia lo ricorda ogni anno con cerimonie ufficiali. Ma il modo migliore per onorare Pio La Torre non è l’omaggio rituale: è continuare a credere, come lui credeva, che la mafia non sia un destino inevitabile ma una struttura di potere umana, e come tale smontabile. Che lo Stato abbia non solo la forza ma anche la volontà di farlo. Che la politica, quando è autentica, valga la vita di chi la pratica.
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Gabriele Mezzacapo
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