L’economia trentina mostra sempre di più segnali di debolezza e di sofferenza, vuoi per il continuo mutare dello scenario internazionale che impedisce di delineare programmi di azione a media scadenza, vuoi per la mancanza delle categorie economiche locali di una forte capacità di influenzare le scelte della politica, con quest’ultima che preferisce ormai da lustri scelte di piccolo cabotaggio, di navigazione sottocosta senza affrontare le problematiche ormai strutturali di un sistema economico provinciale che non investe sulla crescita a maggiore valore aggiunto, a partire da quella delle tecnologie nonostante sul territorio esistano risorse e strutture di rilevanza internazionale per poterlo fare.
In un articolo della rivista della Camera di commercio di Trento dedicato all’accesso al credito da parte delle imprese, termometro molto sensibile sulle intenzioni del sistema produttivo locale circa l’attività economica a breve e a medio termine, Michele Andreaus (professore ordinario di economia e management all’Università di Trento) e Massimo Pavanelli (coordinatore dell’ufficio studi e ricerche della Camera di commercio) evidenziano come in Trentino si stia assistendo “all’illusione ottica della crescita dell’economia locale”, dove “l’erosione delle immobilizzazioni per effetto degli ammortamenti denota un’economia stagnante” e la “sensazione che emerge è quella di un’economia in fase di rallentamento”. Di fatto un quadro in netto contrasto con la comunicazione della provincia di Trento che parla di crescita e di sviluppo dell’economia locale.
Un quadro macroeconomico decisamente poco incoraggiante, che fotografa una realtà dove il sistema produttivo locale sconta per molti settori l’essere legato a doppio filo a settori a basso valore aggiunto, quasi sempre influenzati pesantemente dalla presenza di erogazioni pubbliche (l’ultima, in ordine di tempo, il Pnrr), dove la politica degli ultimi lustri non è riuscita a fare compiere al Trentino quel salto di qualità che è invece riuscito all’Alto Adige e che oggi si riflette clamorosamente anche nella diversa portata dei bilanci delle due Autonomie speciali, entrambe alimentate dal gettito fiscale prodotto in loco, dove il maggiore sviluppo dell’industria manufatturiera altoatesina in settori di forte crescita e sviluppo tecnologico hanno garantito anche maggiori margini di fatturato, profitto e gettito tributario, tanto che oggi le differenze si misurano in pesanti miliardi di euro, oltre tre, che staccano l’Autonomia trentina da quella altoatesina, con tutto quel che ne consegue in termini di minori disponibilità di bilancio per attivare politiche di sviluppo, crescita e supporto sia all’economia che, più in generale, a tutta la società locale e ai relativi servizi pubblici.
Una situazione che si è consolidata negli otto anni di governo delle due giunte di centro destra guidate da Maurizio Fugatti (Salvini premier), che non hanno dato una reale spinta all’economia provinciale. Secondo Andreaus, «l’economia trentina cresce meno per vari motivi, tutti direttamente e indirettamente legati ad un modello che nel tempo ha messo al primo posto la quantità e non la qualità, quindi produzioni a basso valore aggiunto. Il comparto manifatturiero che conta di più in Trentino è l’edilizia, che ha beneficiato di condizioni di contesto non replicabili in futuro. La giunta Fugatti ha indubbiamente beneficiato dei fondi Pnrr, che un impatto sulla crescita lo hanno avuto, ma una volta fermata la giostra, cosa resta?»
In questo contesto, pesa la riduzione dell’accesso al credito da parte delle imprese trentine, termometro sia di caro denaro che di incertezza sul futuro: «tutto sommato il credito costa relativamente poco in termini reali – afferma Andreaus -. Più preoccupante il fatto che la domanda di credito per investimenti sia in forte contrazione. Pessimismo, età media in crescita delle figure chiave, il rallentamento del passaggio generazionale stanno bloccando lo sviluppo. Direi anche un atteggiamento di certa politica e della società di ostilità verso le imprese, non aiuta».
Proprio il contesto complessivo del Trentino, dove la mano pubblica pesa decisamente sia in termini di occupazione diretta (dipendenti degli enti locali ai vari livelli di organizzazione territoriale) che indiretta (nel variegato mondo dei servizi pubblici e parapubblici come la sanità, la scuola, il turismo per citare i principali) ha finito con il depotenziare l’iniziativa privata e la voglia di imprenditorialità specie da parte dei giovani che spesso non vedono il loro futuro legato ad un concorso pubblico piuttosto che all’entrata in un’impresa, magari in affiancamento ad un imprenditore prossimo a lasciare per motivi di età e che ben volentieri vorrebbe avere la soddisfazione di trasmettere ai giovani il suo bagaglio esperienziale e di conoscenza. E questo lo si nota anche nella difficoltà che i giovani hanno nel mettere a terra idee che potrebbero essere promettenti, pure attraverso il sistema degli incubatori e delle start up, spesso afflitte da eccesso di burocrazia e da una certa ritrosia degli investitori a rischiare anche finanziamenti molto piccoli.
Un Trentino che arranca rispetto all’Alto Adige non è il migliore viatico per il consolidamento di un’Autonomia speciale che dipende dalla sua capacità di generare risorse sul territorio per prosperare. C’è una qualche possibilità che il Trentino possa riprendersi e colmare almeno parzialmente il divario finanziario che ormai lo separa dall’Alto Adige? «Molto difficile – sentenzia Andreaus -. Servirebbe un Trentino capace di mettere tutto in discussione, a partire da un modello di sviluppo che ha dato il meglio in passato, ma che ora è stanco. Poi c’è l’inerzia, ammesso che si decida di virare, la nave non vita subito, ci vogliono anni».
E anche l’appena presentato programma “Trentino 2040” non sembra nascere sotto una buona stella, specie temporale, visto che un piano simile avrebbe dovuto essere presentato all’inizio della seconda legislatura Fugatti, non quasi al suo termine (specie se l’attuale presidente del Trentino preferirà coltivare il suo futuro politico personale con una difficile candidatura alle Politiche 2027, specie con gli attuali risultati di consenso politico della Salvini premier). «Vedremo nei prossimi mesi. Come dicevo prima, lo scenario attuale richiede un cambiamento radicale nella società e scelte correnti, anche e soprattutto di allocazione delle risorse – sottolinea Andreaus -. Quanto a “Trentino 2040” è un documento di discussione. Ma immaginando che venga approvato, poi richiede che tutti facciano la loro parte. È interessante che in questo momento siano i sindacati più attenti alla crescita delle imprese che non la politica o le associazioni di categoria. Loro sanno che se non c’è crescita, non c’è nemmeno lavoro. E il loro è un vero e proprio campanello d’allarme per la politica e le stesse categorie economiche».
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