Non si può rinunciare all’AI senza rinunciare a competere nel mercato del lavoro, non si può smettere di usare i servizi digitali che la integrano senza isolarsi da una parte consistente della vita sociale ed economica e tanto meno si può costruire una carriera in finanza, diritto, tecnologia o comunicazione fingendo che lo strumento non esista
Laura Turini
Donald Trump ha vinto le elezioni appoggiato da Elon Musk e non ha mai nascosto la sua intenzione di lasciare campo libero alle imprese che sviluppano nuove tecnologie, anzi ne ha fatto uno dei punti del suo governo.
Primeggiare nell’intelligenza artificiale è un obiettivo che il presidente americano si è posto non solo imporsi sul mercato, ma anche per avere un ruolo geopolitico di una qualche rilevanza. E i cittadini sembravano avere creduto nella sua visione.
Negli ultimi mesi, però, l’umore sta cambiando e la cosa sorprendente è che il malessere che si sta diffondendo è trasversale, sia nel senso che coinvolge persone di opinioni politiche opposte, sia nel senso che riunisce soggetti di estrazione sociale, ceto ed età molto diverse.
Nelle campagne la popolazione scende in piazza a manifestare contro i cantieri dei nuovi data center necessari per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, mentre nelle università gli studenti protestano contro chi esalta le potenzialità dell’AI.
Per decenni i data center hanno goduto di una straordinaria invisibilità politica. Pensati come infrastruttura neutrale, al pari di un elettrodotto o un acquedotto, sono stati trattati dalle amministrazioni locali con poca attenzione o, meglio, attratti con esenzioni fiscali e approvazioni accelerate.
Dal 2021 la spesa per la costruzione di data center negli Stati Uniti è però cresciuta in modo esponenziale a causa dell’AI e in Virginia, che è lo Stato con il maggior numero di data center, il fabbisogno energetico di questi impianti sta salendo a dismisura.
In Texas si prevede un aumento considerevole del consumo idrico, con la particolarità che il raffreddamento dei server avviene per evaporazione per cui l’acqua non è più trattabile ma si dissolve nell’aria.
La tecnologia è così entrata rapidamente nelle case dei cittadini sotto forma di bollette elettriche più alte, di dighe prosciugate e di inquinamento, da qui le proteste negli ambienti rurali sempre più diffuse e organizzate.
In tutt’altro contesto, l’8 maggio 2026, all’Università della Florida Centrale, Gloria Caulfield ha iniziato il suo discorso definendo l’intelligenza artificiale “la prossima rivoluzione industriale” e inaspettatamente è stata coperta di fischi dal pubblico degli studenti. Quando, sbalordita, ha chiesto di proseguire e ha affermato che pochi anni fa l’AI non esisteva è stata sommersa di applausi, per tornare a prendersi tutti i fischi e i “boo” non appena ha provato ad elogiare l’AI come motore del futuro.
Gli studenti forse non pensano tanto alle bollette e ai campi verdi occupati da macchine, anche se hanno una forte sensibilità per il rispetto dell’ambiente. La loro preoccupazione è per i posti di lavoro che andranno persi, per cosa ne sarà di tutto ciò che hanno studiato e per il doversi piegare ad attività accessorie allo sviluppo dell’AI.
Mentre le proteste dilagano, un sondaggio di NBC News di marzo 2026, ha prodotto un risultato quasi surreale.
Da un lato si conferma il clima di avversità, con l’intelligenza artificiale che ha registrato un indice di gradimento netto pari a meno 20 punti, inferiore a quello dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, protagonista di una delle politiche più contestate degli ultimi anni, e a quello del Partito democratico e di Donald Trump.
Dall’altro, però, si evidenzia che il numero delle persone che dichiarano di usare strumenti di intelligenza artificiale ogni giorno è salito al 56 per cento, dodici punti in più rispetto a dicembre 2025.
Lo stesso dato si trova anche in un altro sondaggio di Quinnipiac dell’aprile 2026 in cui si nota che il 76 per cento degli americani dichiara di non fidarsi dell’AI, ma solo il 27 per cento non l’ha mai usata.
Insomma, gli americani sembrano usare ChatGPT per scrivere le email di lavoro e fare ricerche la mattina, per poi la sera firmare petizioni contro i data center o fischiare i docenti che esaltano la tecnologia che essi stessi usano.
Sembra contraddittorio, ma forse non lo è del tutto.
È come se i cittadini fossero razionalmente intrappolati in una realtà da cui non possono sfuggire. Usano l’AI perché il mercato glielo impone e non possono non farlo, ma la contestano perché capiscono cosa sta facendo alla loro vita.
Non siamo di fronte a una forma di luddismo, ma a un fenomeno nuovo.
I luddisti erano lavoratori che rifiutavano un futuro in cui non si riconoscevano e si rifiutavano di utilizzare le nuove macchine per non perdere le abilità dei propri mestieri.
Gli americani del 2026 protestano contro qualcosa che è pienamente nelle loro corde, che conoscono bene e che per certi versi hanno anche alimentato e questo è il punto di rottura con tutte le precedenti ondate di scetticismo tecnologico.
Non c’è una dicotomia tra chi capisce la tecnologia e chi la teme, tra chi la usa e chi non la usa, ma una popolazione che non può farne a meno e ne comprende le capacità, ma non approva il futuro che si sta costruendo sulla sua base.
Non si può rinunciare all’AI senza rinunciare a competere nel mercato del lavoro, non si può smettere di usare i servizi digitali che la integrano senza isolarsi da una parte consistente della vita sociale ed economica e tanto meno si può costruire una carriera in finanza, diritto, tecnologia o comunicazione fingendo che lo strumento non esista.
I fischi alle cerimonie di laurea sono una protesta verso una sorta di ipocrisia e manifestano una crisi di fiducia.
Per anni l’industria tecnologica americana ha goduto dei benefici di una sorta di patto sociale implicito, in cui in cambio di tanti sacrifici si sventolava l’illusione della partecipazione alla vita democratica e della libertà di pensiero. Internet avrebbe dato voce a tutti, i social media avrebbero connesso il mondo, il cloud avrebbe abbassato i costi e l’AI avrebbe liberato gli esseri umani dai lavori ripetitivi per permettere loro di dedicarsi a quelli creativi.
Questi erano gli impegni, non espressi ma chiari, che giustificavano la concentrazione di potere nelle mani di un numero sempre più ristretto di aziende e fondatori.
Oggi quell’equilibrio si è rotto.
I chatbot confermano falsità con tono sicuro, i deepfake distruggono reputazioni, le decisioni algoritmiche su mutui e assunzioni sono opache e inappellabili, mentre la raccolta di dati per addestrare modelli avviene senza compensare chi quei dati li ha prodotti. Soprattutto, la promessa del lavoro liberato dai compiti ripetitivi si è trasformata nell’eliminazione dei lavori “entry-level” , che sono proprio quelli che la nuova generazione va cercando.
Tutto questo è il risultato di una governance assente e di promesse non mantenute.
Il problema non è la tecnologia in sé ma chi stabilisce come viene sviluppata ed usata e su chi ricadono i costi.
Per chi ha il potere di decidere sarebbe giunto il momento di ascoltare attentamente queste voci di dissenso prima di lanciarsi nel vortice dell’entusiasmo dell’intelligenza artificiale che dovrebbe risolvere tutti i problemi di un paese e di un sistema.
Il flusso normativo, invece, più che il risultato di analisi economiche e sociali ponderate sembra una corsa disperata dettata dall’urgenza di correre ai ripari.
La riflessione e l’ascolto sarebbero un dovere nell’interesse di tutti, o anche solo egoisticamente, una necessità per la stessa sopravvivenza di un sistema politico sempre più inutile.
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