A Oakland, in California, è in corso in queste settimane quello che gli stessi procuratori generali americani definiscono “il processo più importante mai celebrato sulla responsabilità delle piattaforme social nei confronti dei minori”.
Davanti alla giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers, quattro Stati — California, Colorado, Kentucky e New Jersey — stanno sostenendo in aula, a nome di una coalizione di 29 procure generali, l’accusa che Meta abbia progettato Instagram e Facebook per creare dipendenza nei bambini e negli adolescenti, mentendo pubblicamente sui rischi reali dei propri prodotti.
A rendere il caso così clamoroso non è soltanto la sua portata simbolica, ma anche quella economica: secondo lo scenario massimo calcolato dalla stessa Meta — applicando la sanzione massima prevista dalla legge a ogni singola violazione contestata — le penalità potrebbero teoricamente sfiorare i 1.400 miliardi di dollari, una cifra quasi pari all’intero valore di mercato dell’azienda, anche se gli Stati indicano una richiesta più realistica, vicina ai 200 miliardi. A pesare sull’attenzione mediatica contribuisce inoltre il fatto che la giuria ha qui un ruolo puramente consultivo — sarà la giudice a decidere in via definitiva su responsabilità e sanzioni — e che sul banco dei testimoni sono attesi, uno dopo l’altro, i vertici stessi dell’azienda: l’amministratore delegato Mark Zuckerberg e il responsabile di Instagram Adam Mosseri, chiamati a rispondere personalmente, sotto giuramento, di anni di scelte aziendali documentate da migliaia di pagine di ricerche e comunicazioni interne.
Come si è arrivati fin qui, in breve
Il percorso che ha portato al processo di Oakland comincia nell’autunno 2021, quando l’ex product manager di Facebook Frances Haugen consegnò al Wall Street Journal e al Congresso americano migliaia di documenti interni — le “Facebook Papers” — che mostravano quanto l’azienda fosse consapevole dei danni psicologici di Instagram sugli adolescenti.
Poche settimane dopo, nel novembre 2021, una coalizione bipartisan di procuratori generali avviò un’indagine congiunta su Meta, proseguita per quasi due anni, fino a sfociare il 24 ottobre 2023 nella causa vera e propria: 33 Stati in tribunale federale, altri otto nei rispettivi tribunali statali. Da allora quel fascicolo si è intrecciato con un contenzioso ancora più ampio — la Multidistrict Litigation che dal 2022 riunisce migliaia di cause di famiglie e distretti scolastici contro Meta, Google, Snap e TikTok — e ha prodotto i primi verdetti pilota nel 2026, prima di arrivare al processo attualmente in corso a Oakland, scelto come banco di prova decisivo per l’intera causa delle 29 procure statali.
Che cosa rischia davvero Mark Zuckerberg
Sul piano formale, l’amministratore delegato di Meta non è imputato individuale nel processo di Oakland: la causa dei 29 Stati è rivolta contro la società, non contro di lui, e la sua presenza in aula è quella di un testimone chiamato a rispondere delle scelte aziendali, non di un convenuto che rischia condanne dirette.
Diverso, e più delicato, è il discorso nel filone parallelo della Multidistrict Litigation, dove centinaia di famiglie hanno provato più volte a citarlo personalmente in giudizio, sostenendo che fosse stato ripetutamente avvertito dei rischi per i minori senza intervenire. Proprio la giudice Gonzalez Rogers, competente anche su quel fronte, ha però respinto per due volte i tentativi di riconoscergli una responsabilità individuale, ritenendo che le accuse non soddisfacessero gli standard legali richiesti per superare lo scudo che il diritto societario americano offre solitamente ai dirigenti d’azienda, specie nelle grandi corporation dove le decisioni passano attraverso più livelli. Ciò non significa che per Zuckerberg il processo di Oakland sia indolore: il whistleblower Arturo Béjar, ex ingegnere Meta per otto anni, ha testimoniato in aula il 19 agosto accusandolo esplicitamente di aver “creato una cultura aziendale” che anteponeva la crescita degli utenti alla sicurezza dei minori, pur avendo “il potere di cambiarla” e non avendolo fatto; ha inoltre definito “non veritiera” la celebre dichiarazione pubblica del 2021 in cui il fondatore di Meta negava che l’azienda anteponesse il profitto alla sicurezza.
Il rischio più concreto per Zuckerberg, dunque, non è oggi una condanna penale o un risarcimento a suo carico, ma un logoramento reputazionale e mediatico legato a un controinterrogatorio pubblico su documenti e conversazioni interne che gli Stati considerano estremamente compromettenti. Resta aperta, sull’altro fronte giudiziario, la possibilità che nuove versioni delle denunce tentino ancora di coinvolgerlo personalmente.
I casi drammatici che hanno reso il contenzioso una questione nazionale
Dietro le cifre miliardarie in discussione ci sono storie di adolescenti che i tribunali americani hanno già iniziato a esaminare una per una, e che oggi vengono citate come precedenti nel processo di Oakland.
Il caso più noto è probabilmente quello di Kaley G.M., la giovane che a marzo 2026 ha ottenuto a Los Angeles il primo verdetto della storia in questo tipo di contenzioso: iniziò a usare Instagram a 9 anni, sviluppò secondo la giuria una forma di dipendenza compulsiva legata alla progettazione della piattaforma, e la giuria ha riconosciuto Meta responsabile al 70% e Google, per YouTube, al 30%, per un risarcimento complessivo di 6 milioni di dollari. Ancora prima di lei, la vicenda di Alexis Spence — che aprì un account Instagram a 11 anni, due anni sotto l’età minima consentita, sviluppando negli anni successivi anoressia, autolesionismo e pensieri suicidari — è stata tra le prime a portare all’attenzione pubblica, sulla base proprio delle Facebook Papers, l’accusa che gli algoritmi della piattaforma la esponessero ripetutamente a contenuti che glorificavano i disturbi alimentari.
Altrettanto citata è la storia di Selena Rodriguez, morta suicida a 11 anni dopo un uso intensivo di Instagram e Snapchat che secondo la famiglia le aveva causato privazione del sonno, depressione e disturbi alimentari, così come quella di Christopher “CJ” Dawley, morto suicida a 17 anni nel 2015, la cui famiglia sostiene che la dipendenza da Facebook e Instagram avesse contribuito a privazione del sonno e problemi legati all’immagine corporea. Non mancano infine casi legati direttamente alle accuse di adescamento e sfruttamento sessuale online, come quelli citati nella causa del New Mexico che ha già portato a una condanna complessiva di 942 milioni di dollari, mentre altre famiglie hanno intentato causa dopo la morte dei propri figli in seguito a episodi di sextortion, cioè le truffe in cui adulti si spacciano per coetanei per estorcere immagini intime e poi denaro alle vittime minorenni.
È proprio l’accumularsi di queste storie, insieme alla mole di documenti interni raccolti nel corso di cinque anni di indagini, a rendere il processo — nelle parole degli stessi procuratori generali — “il più importante finora celebrato sulla responsabilità delle piattaforme social nei confronti dei minori”.
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