La scossa nera del cardamomo, mentre lo za’atar libera dall’olio un sentore d’erba e di pietra scaldata al sole. Lo sbuffo denso e dolce della pita spezzata. Poi il cumino punge il respiro e un afrore d’aglio annuncia lo shawarma che sfrigola sulla brace, rosso e acido di summacco. Vapori densi, viscerali, si confondono tra le finestre senza fermarsi al checkpoint.
Avvolgono le speranze mattutine di Samir e Noam. I due abitano a pochi chilometri di distanza. Il primo a Susiya, comunità palestinese a sud di Hebron; il secondo a Susya, insediamento israeliano fondato nel 1983. Lo stesso giallo della pietra macchia le stesse colline di ulivi e terra riarsa. Ma la porta di casa apre cieli diversi. La Cisgiordania è un teatro di vite sospese e parallele. Non ha i confini di uno Stato. È un bivio obbligato di documenti e divieti, paure e orari.
Le forze di sicurezza israeliane scortano i coloni mentre palestinesi, stranieri e attivisti israeliani partecipano a una cerimonia commemorativa per l’attivista Awdah Hathaleen nella Cisgiordania occupata.(BADER / AFP)
Samir esce di casa un po’ prima delle otto. Condivide l’ufficio con Noam, a Kiryat Arba, ma ci mette di più per arrivare. Per strada può trovare cancelli, blocchi di cemento, terrapieni. Ostacoli. Quanto possono incidere lo dimostra un’altra parte della Cisgiordania: dopo il 7 ottobre, attorno a Nablus, l’Organizzazione internazionale del lavoro registra un aumento medio dei tempi di viaggio del 77,9 per cento, 42 minuti in più a tratta.
È la prima frontiera interna. La seconda è in busta paga. Sulla carta, dal 2007, la Corte suprema israeliana stabilisce che ai palestinesi impiegati da datori israeliani negli insediamenti si applichi il diritto del lavoro ebraico. Nella realtà convivono due economie differenti. Il salario minimo israeliano supera i 6.440 shekel (circa 1.610 euro). Quello palestinese scende a 1.880 shekel al mese (circa 470 euro).
Ma ci sono palestinesi e palestinesi. Chi lavora in Cisgiordania raccatta 135,1 shekel al giorno, secondo i calcoli fatti dall’Ufficio centrale di statistica locale nel primo trimestre del 2026. Chi, invece, ha un impiego nel ‘48, come chiamano Israele al di là della linea verde, o negli insediamenti, porta a casa 278,1 shekel. Più del doppio. Un privilegio, ormai. Il 7 ottobre ha cambiato tutto: da 172mila che erano, i ‘transfrontalieri’ sono rimasti circa 48mila.
Soldati israeliani pattugliano la zona mentre i palestinesi vengono evacuati dal mercato nella Città Vecchia di Hebron (foto HAZEM BADER / AFP)
Samir è uno di questi. Ha quarantaquattro anni, due figli adolescenti, maschi, e una femminuccia in arrivo. Si chiamerà Noor, significa luce. Noam di anni ne ha quarantuno. Ha già tre bimbe, e anche lui è in attesa. Già si immagina il suo Yuval, veloce e brillante come un ruscello. A entrambi serve una stanza in più. Ne hanno parlato in ufficio tra una pratica e l’altra. Ma a Susya è più facile. “Nel 1975 sono stati creati Comitati speciali di pianificazione esclusivamente per gli insediamenti: possono avviare piani e rilasciare permessi”, spiega Alon Cohen-Lifshitz, architetto e urbanista israeliano, direttore del dipartimento Area C di Bimkom. E i palestinesi? “Devono affidarsi a sottocomitati militari nei quali non sono rappresentati”, risponde.
In cifre: “Nel 2025 neanche una domanda su oltre mille è stata approvata, mentre negli anni precedenti meno dell’un per cento”. Cohen-Lifshitz spiega che se da una parte “i piani regolatori degli insediamenti sono flessibili e favoriscono le espansioni”, dall’altra “i villaggi palestinesi sono sottoposti a mille vincoli e controverse interpretazioni del diritto fondiario ottomano”. Paletti che spesso si traducono in ordini di demolizione. Noam può immaginare la cameretta nuova. Samir, invece, teme la ruspa.
I pensieri rimbalzano sugli ammortizzatori lungo la strada del ritorno. Ha un altro giro da fare prima di tornare a casa. Quei serbatoi neri vicino a casa vanno riempiti. A differenza di Susya, infatti, la comunità di Susiya non è collegata alla rete idrica. E l’acqua costa. Già nel 2015 Ocha documentava il prezzo di quella distanza: fino a 25 shekel al metro cubo, cinque volte quanto pagato nel vicino insediamento servito a domicilio.
Su una giornata lunga cala un sipario stellato. Samir è stanco. Tariq, il figlio sedicenne, non è ancora rientrato. La notizia arriva per telefono: c’è stata una protesta lungo lo sterrato vicino all’ingresso del villaggio, qualche grido, qualche striscione, il fumo di un pneumatico bruciato. Tariq è finito nel mezzo, fermato da una pattuglia insieme con altri ragazzi. Sull’ansia del padre pesa l’angoscia di chi conosce quell’ingranaggio.
Karen Saar, direttrice delle relazioni internazionali dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele, la spiega così: “I coloni israeliani sospettati di reati vengono indagati dalla polizia israeliana e processati dai tribunali civili israeliani; i palestinesi invece vengono generalmente arrestati dai militari, processati dai tribunali militari e soggetti alle procedure militari”.
Dal 1967 la Cisgiordania è considerata dall’Onu territorio palestinese occupato da Israele. Da quei sei giorni di cinquantanove anni fa le colonie ebraiche si sono moltiplicate, così come i loro abitanti, che ora sono centinaia di migliaia. Ma per l’annessione è ancora presto. L’Autorità nazionale palestinese amministra quello che può senza sovranità. La riva occidentale del fiume Giordano, da cui West Bank in anglofonia, è un limbo. Il diritto domestico segue i coloni ad personam, come la chiocciola delle lumache. Invece, per i palestinesi, che abitano poco più in là e pagano con la stessa moneta, vige un diritto diverso. Il diritto di uno Stato che non esiste.
Neanche Noam e Samir esistono. Sono nomi inventati per raccontare vite vere. Vite inghiottite in un rompicapo mediorientale tra gli stessi profumi e bestemmie diverse.
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