In alto: Composizione, “Camera con vista” © Serena Acciai, 2026
«La signora non doveva fare una cosa simile», disse la signorina Bartlett. – « Non doveva farla assolutamente. Ci ha promesso delle stanze a sud, vicine e con una bella vista; invece queste sono stanze a nord, guardano su un cortile e sono molto distanti una dall’altra.»
È l’incipit di Camera con vista, il celebre romanzo di E. M. Forster, reso ancora più popolare dall’omonimo film di James Ivory. In quelle prime righe è già racchiuso il senso del viaggio come esperienza estetica: la camera non è solo un luogo dove dormire, ma un punto di osservazione privilegiato sul mondo. La finestra diventa una soglia, un’inquadratura sulla città, sul paesaggio e, in fondo, su se stessi. Viene da chiedersi cosa resti oggi del modo di viaggiare della signorina Bartlett e della giovane Lucy, che esploravano Firenze seguendo diligentemente le indicazioni del Baedeker, la mitica guida della borghesia europea tra Otto e Novecento.
Nell’epoca delle prenotazioni online e delle recensioni istantanee, esiste ancora il desiderio di una “camera con vista”? E gli architetti hanno contribuito, con le loro opere, a trasformare la finestra in uno strumento per contemplare la bellezza, progettando edifici capaci di instaurare un dialogo privilegiato con il paesaggio? Tra gli esempi più significativi dell’architettura europea del Novecento, alcuni edifici hanno fatto della relazione tra interno ed esterno uno dei loro temi fondamentali, offrendo ancora oggi la possibilità di vivere una vera e propria “camera con vista” d’autore dove poter dormire e soggiornare.
In epoca moderna fu sicuramente il Grand Tour a inserire, nel viaggio di formazione per eccellenza, la ricerca della bellezza da incorniciare: l’architetto Karl Friedrich Schinkel fece del suo viaggio in Italia un catalogo di suggestioni da riportare e celebrare nella madrepatria, che avrebbe poi riutilizzato, ad esempio, nell’Altes Museum di Berlino. Ma, a ben guardare, già a Pompei, nella Casa di Marco Lucrezio Frontone, come mostrano gli straordinari affreschi (35-45 d.C.) della sala del Tablinum, le ville marittime dell’epoca avevano già grandi aperture consecutive, dove il paesaggio incorniciato entrava nello spazio domestico.
Nel Novecento fu Le Corbusier che nel 1923, con la Petite Maison, costruita per la madre sul lago Léman, in Svizzera, mise al centro del progetto architettonico il recinto, la cornice sul paesaggio, perché esso potesse davvero valere. Le Corbusier infatti scriveva: «Perché il paesaggio conti, bisogna limitarlo, dimensionarlo attraverso una decisione radicale, chiudere gli orizzonti costruendo dei muri e rivelarli, con delle interruzioni negli stessi, solo in alcuni punti strategici». Tra queste righe leggiamo chiaramente i prodromi di uno dei cinque punti dell’architettura, ovvero quello delle finestre a nastro, che Le Corbusier avrebbe sviluppato più avanti nel suo Manifesto per una Nuova Architettura: Villa Savoye.
Delle tante architetture che hanno fatto della vista un tema progettuale, ne abbiamo selezionate quattro, facili da visitare e abitare, per vivere fisicamente il rapporto tra spazio costruito e paesaggio.
A Marsiglia, l’Unité d’Habitation ospita un hotel tra le abitazioni private, con le camere affacciate sul mare e sulle isole del Frioul. Nel convento de La Tourette, a Éveux, i domenicani vivono tuttora, ma le celle, con loggia sospesa sul vallone boscoso, sono aperte a chi voglia pernottarvi. Sulla costiera sorrentina il Parco dei Principi, dove Gio Ponti firma ogni dettaglio, dagli arredi alle celebri maioliche blu e bianche, apre la vista e le sue logge sul Golfo di Napoli. A Borca di Cadore, infine, l’Hotel Boite, riaperto da poco al pubblico dopo un rinnovamento fedele alle linee originali di Edoardo Gellner, ha camere affacciate sul bosco di abeti rossi e sul Monte Pelmo.
Marsiglia, Unité d’Habitation 1947-1952
Le Corbusier
Più che un edificio residenziale, una città popolare affacciata sul Mediterraneo.
Marsiglia, Unité d’Habitation © danipuntoeffe, 2009
Monumento plastico, che regala un’esplosione di colori sulla facciata, nella profondità dei balconi, quasi una restituzione nelle tre dimensioni delle celebri composizioni di Piet Mondrian, perché per Le Corbusier l’accostamento dei colori era un tema fondamentale, un’arte applicata all’architettura, profondamente parte di essa.
Marsiglia, Unité d’Habitation © danipuntoeffe, 2009
La rue, l’asse, l’anima centrale dell’edificio, distribuisce i 337 alloggi, che sono appartamenti duplex e incorniciano il mare e l’orizzonte o le montagne dall’interno: hanno infatti tutti un doppio affaccio, mentre, con la loro doppia altezza, disegnano una specie di sezione a Tetris dell’edificio, come due mani chiuse una sull’altra, con al centro il cuore distributivo: la rue. Ogni duplex termina con un grande occhio-finestra che si affaccia in primis sulla loggia e poi sul paesaggio. Dall’interno, infatti, le finestre a tutta altezza e a tutta ampiezza del corrispondente vano interno sono vere e proprie cornici di quadri.
La terrazza sul tetto trasforma poi il panorama in uno spazio collettivo sul cielo e sul mare, aperto a tutti i residenti, che, insieme ai servizi che Le Corbusier aveva progettato, offriva, condensato in un unico edificio, tutto ciò di cui gli abitanti potevano necessitare, ovvero: casa, negozi, scuola, ristorazione, spazi per lo sport e il tempo libero.
Marsiglia, Unité d’Habitation © danipuntoeffe, 2009
Éveux, Convento Sainte-Marie de La Tourette, 1953-1960
Le Corbusier
Qui la vista diventa esperienza spirituale.
Le celle dei domenicani si aprono sul paesaggio collinare attraverso finestre studiate come strumenti di meditazione: non semplici aperture, ma dispositivi che regolano luce, silenzio e rapporto con la natura.
Convento Sainte-Marie de la Tourette, foto di Antoine Gravier su Unsplash
Le Corbusier durante l’ultima fase del viaggio in Oriente aveva visitato la Certosa di Ema, alle porte di Firenze, ed era rimasto profondamente colpito dalla regula di quegli spazi che sono le celle dei monaci, piccole stanze protese sul paesaggio che escono dal filo dell’edificio principale, caratteristica disposizione della cella monastica che a Firenze già era stata delle “romite del ponte” ovvero le monache di clausura che vivevano in stanze-finestra-minime sul Ponte alle Grazie (demolite nel 1876). Piccola addenda : Il ponte che vediamo oggi è invece quello della ricostruzione su progetto di Michelucci, Detti, Gizdulich e dell’ing. Melucci.
Certosa di Ema, Certosa oggettiva © Andrea Ponsi, 2023
Tornando a La Tourette, le celle dei monaci determinano il passo della struttura e quindi della pianta del complesso ed aggettano, come a Ema nella sezione del monastero. La sezione risulta rastremata verso il basso, protesa grazie alla struttura in cemento armato verso l’esterno, ma allo stesso tempo cittadella-recinto chiusa su sé stessa. In questo layout le finestre delle celle sono l‘ultimo avamposto tra la penombra del raccoglimento, dello studio e della preghiera, tra l’intimità di quelle piccole ruvide stanze e lo spettacolo del paesaggio tutt’intorno. Il pernottamento à La Tourette ha tutte le carte in regola per essere un’esperienza interiore tutta da scoprire.
Convento Sainte-Marie de la Tourette, foto di Elimende Inagella su Unsplash
Sorrento, Hotel Parco dei Principi, 1959-1962
Gio Ponti
Nato negli anni Sessanta sul sito che nel XVIII secolo ospitava Villa Poggio Siracusa, poi divenuta Villa Cortchacow e infine acquistata nel 1959 dall’imprenditore partenopeo Roberto Fernandes, l’hotel può essere definito un luogo scelto innanzitutto per la sua bellezza. Le caratteristiche del posto invitano infatti alla contemplazione, che si configura così come l’attività per eccellenza. Affacciato sul Golfo di Napoli, è forse una delle più raffinate interpretazioni italiane del tema della camera con vista: qui, infatti, Gio Ponti ha potuto sperimentare a tutto campo. Se iniziamo con un’ipotetica vista dal mare, l’hotel appare aggrappato alla roccia e ricorda quella stessa impressione romantica con cui Schinkel aveva dipinto il Duomo di Pirano in Istria.
Hotel Parco dei Principi, vista dal mare © Serena Acciai, 2026
Dall’interno, invece, si ha la sensazione di dormire sul mare. Anche la dimensione uditiva contribuisce all’esperienza: lo sciaguattare dell’acqua sugli scogli amplifica la percezione delle bianche logge dell’hotel, che ne incorniciano l’orizzonte. Ponti progetta ogni dettaglio, dagli arredi alle celebri maioliche blu e bianche, fino agli elementi degli spazi esterni, come il trampolino per i tuffi e il molo proteso verso l’acqua.
Il mare diventa così il vero protagonista dell’esperienza dell’ospite, mentre le grandi aperture trasformano il paesaggio in un quadro in continuo mutamento: una scenografia nella quale ogni elemento contribuisce a definire, per sottrazione o per accento, la giusta nota cromatica del prospetto osservato.
Sorrento Hotel Parco dei Principi © danipuntoeffe, 2022
Borca di Cadore, Hotel Boite, 1961-1963
Edoardo Gellner
Nel cuore delle Dolomiti, Gellner interpreta il moderno attraverso un profondo dialogo con la montagna. Le camere si aprono sul bosco e sulle vette, mentre l’uso del legno, della pietra e delle ampie vetrate alleggerisce il confine tra architettura e natura, offrendo un’esperienza immersiva nel paesaggio alpino, congiuntamente a uno spirito comunitario alla base di tutto il Villaggio Eni di Borca di Cadore.
Gellner era nato ad Abbazia, oggi Opatija in Croazia, e si era formato nell’ambiente viennese e poi veneziano: fu allievo di Hoffmann e di Carlo Scarpa. Arrivò a Cortina seguendo la sua clientela e fu un profondo conoscitore e studioso dell’architettura ampezzana, tanto che nel 1981 pubblicò “Architettura anonima ampezzana nel paesaggio storico di Cortina“, per le Edizioni Muzzio di Padova. L’Hotel Boite fa parte del più ampio Villaggio Eni di Borca di Cadore, una di quelle esperienze illuminate volute da Enrico Mattei, in questo caso sulle pendici dell’Antelao, che permettono a Gellner di sviluppare un linguaggio architettonico ad hoc per Cortina, riproponendo, nei vari elementi del masterplan, il villaggio, la chiesa, gli hotel, il campeggio, le diverse declinazioni del linguaggio architettonico della Valle d’Ampezzo e della Val Pusteria, reso contemporaneo attraverso materiali e scelte compositive innovative fortemente legate alla tradizione.
Hotel Boite vista dall’esterno, Fotografie © Vetroblu
Hotel Boite, vista camera interna, Fotografie © Vetroblu
Ne è un esempio la loggia che corre lungo i sei piani dell’Hotel Boite e si rifà ai tabià dell’architettura vernacolare, ovvero i fienili. Luoghi di stoccaggio e di essiccazione del foraggio erano una parte fondamentale delle case rurali e al contempo diventavano spazi di ritrovo e di gioco per i bambini, ma anche di fuga per gli innamorati. Gellner ci ripropone tutto questo traslandolo di significato nell’hotel e creando, nelle camere, questo affaccio sul paesaggio, filtrato da un intimo spazio aperto abitato.
Architettura ampezzana da Gellner © Serena Acciai, 2026
Dalla costa mediterranea alle Alpi, passando per il raccoglimento di un monastero, queste architetture dimostrano come il Novecento abbia saputo reinterpretare un’antica aspirazione umana: trovare una stanza da cui guardare il mondo. Perché una camera con vista non è soltanto una questione di orientamento o di panorama, ma il risultato di un progetto capace di mettere in relazione lo spazio costruito col luogo che lo ospita.
Aveva allora ragione la signorina Bartlett, a pretendere “una camera con vista” per il suo soggiorno a Firenze perché negli spazi che abitiamo, ognuno, come dice un famoso proverbio orientale, ha diritto alla vista, nel senso ottocentesco di bella veduta.
– Villa “Le Lac” Le Corbusier
– Hotel Le Corbusier
– Couvent de La Tourette Le Corbusier
– Hotel Parco dei Principi Gio Ponti
– Hotel Boite Edoardo Gellner
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