La guerra ha parlato, ora bisogna ascoltare la pace


Negli ultimi anni il mondo ha vissuto dentro una lunga illusione: che la guerra potesse risolvere ciò che la politica non riusciva più a governare. Dall’Ucraina al Medio Oriente, da Gaza al Libano, fino allo scontro diretto tra Stati Uniti e Iran, si è ripetuta la stessa promessa: un colpo decisivo, una pressione militare sufficiente, una vittoria capace di cambiare definitivamente i rapporti di forza.

Ma dopo anni di distruzioni, morti, sfollamenti, crisi energetiche e diplomazie interrotte, una domanda si impone con forza: quale guerra ha davvero risolto qualcosa?

La guerra tra Russia e Ucraina doveva, nelle intenzioni di Mosca, ridefinire rapidamente gli equilibri strategici dell’Europa orientale. È diventata invece una guerra lunga, logorante, costosa, senza una vera soluzione politica. La Russia non ha ottenuto una vittoria definitiva. L’Ucraina non ha potuto riconquistare interamente il proprio territorio. L’Europa ha scoperto la propria vulnerabilità strategica. Gli Stati Uniti hanno dovuto sostenere un impegno enorme. Il risultato è un continente più armato, più diviso, più insicuro.

Anche in Medio Oriente, la logica della forza ha mostrato tutti i suoi limiti. La guerra di Israele contro Hamas ha prodotto devastazione immensa a Gaza, ma non ha cancellato la questione palestinese. Ha colpito duramente Hamas, ma non ha risolto il problema politico da cui Hamas stesso trae parte della propria forza: l’assenza di uno Stato palestinese, la frustrazione di un popolo, la mancanza di un orizzonte credibile. Una guerra può distruggere tunnel, arsenali, quartieri interi. Ma non può distruggere da sola una domanda di giustizia, di dignità, di riconoscimento.


Lo stesso vale per Hezbollah e il Libano. Israele può colpire depositi, comandanti, infrastrutture militari. Hezbollah può rispondere con razzi e attacchi. Ma alla fine il sud del Libano resta instabile, Israele resta sotto minaccia, il Libano resta ostaggio di equilibri regionali più grandi di lui. Nessuno vince davvero. Tutti restano prigionieri della prossima esplosione.

Poi è arrivato lo scontro tra Stati Uniti e Iran. Anche qui, la guerra sembrava presentarsi come una scorciatoia: colpire, piegare, costringere l’avversario a cedere. Ma alla fine, dopo settimane di tensione e il rischio di una crisi energetica mondiale, si torna comunque a un memorandum, a una trattativa, a un tavolo negoziale. È forse questa la lezione più evidente: anche quando la guerra sembra inevitabile, alla fine deve lasciare spazio alla politica. Il problema è che spesso lo fa dopo aver prodotto distruzioni che si potevano evitare.

Il punto non è negare il diritto alla difesa. L’Ucraina ha diritto a difendersi dall’aggressione russa. Israele ha diritto alla sicurezza. I palestinesi hanno diritto a vivere liberi dall’occupazione e dalla devastazione. Gli Stati hanno il diritto di proteggere i propri cittadini. Ma il diritto alla difesa non può trasformarsi in una religione della guerra permanente. La sicurezza, quando non è accompagnata da una visione politica, diventa solo amministrazione della paura.

La vera domanda, oggi, non è se la guerra possa talvolta essere necessaria. La vera domanda è: può la guerra essere una strategia sufficiente? Gli ultimi anni sembrano rispondere di no. La guerra può fermare un’avanzata, indebolire un nemico, modificare temporaneamente un equilibrio. Ma non costruisce fiducia, non crea istituzioni condivise, non riconcilia popoli, non produce futuro.

In Ucraina, prima o poi, si dovrà discutere di garanzie di sicurezza, confini, ricostruzione, rapporti tra Russia ed Europa. A Gaza, prima o poi, si dovrà tornare alla questione politica palestinese. In Libano, prima o poi, si dovrà affrontare il nodo dello Stato, delle milizie e della sovranità. Con l’Iran, prima o poi, si dovrà parlare di nucleare, sanzioni, sicurezza regionale e ruolo delle potenze esterne.


Questo “prima o poi” è il vero fallimento della politica contemporanea. Perché quasi sempre arriva tardi. Arriva dopo i cimiteri, dopo le città distrutte, dopo milioni di profughi, dopo economie devastate, dopo generazioni traumatizzate.

La pace, invece, continua a essere trattata come un’ingenuità. Chi parla di pace viene spesso accusato di debolezza, di idealismo, di non capire la realtà. Ma forse è vero il contrario: oggi è proprio la guerra permanente a essere diventata la grande illusione. L’idea che si possa bombardare un problema fino a farlo sparire è una delle più pericolose semplificazioni del nostro tempo.

La pace non è buonismo. Non è resa. Non è dimenticare le responsabilità. La pace è una costruzione politica difficile, spesso più difficile della guerra. Richiede coraggio, compromessi, garanzie, memoria, giustizia possibile e non solo vendetta. Richiede leader capaci di pensare oltre il giorno dopo, oltre il sondaggio, oltre la pressione dei falchi.

Forse è arrivato il momento di rovesciare la domanda. Non più: “Chi ha paura della guerra?”. Ma: “Chi ha paura della pace?”. Perché la pace obbliga a immaginare un ordine diverso. Obbliga a riconoscere l’esistenza dell’altro. Obbliga a rinunciare alla comodità del nemico assoluto. Obbliga a costruire, mentre la guerra permette solo di distruggere e rimandare.

Le guerre degli ultimi anni hanno parlato abbastanza. Hanno dimostrato la loro potenza distruttiva, ma anche la loro povertà politica. Hanno mostrato che si può vincere una battaglia e perdere comunque il futuro. Hanno confermato che nessuna regione può vivere indefinitamente dentro la logica dell’assedio, della rappresaglia e della vendetta.


Ora bisogna avere il coraggio di ascoltare un’altra logica: quella della pace. Non come sogno astratto, ma come necessità storica. Perché senza una visione di pace, il mondo continuerà a passare da una guerra all’altra, da una tregua fragile a una nuova esplosione, senza mai uscire davvero dalla propria prigione.

La guerra ha avuto il suo tempo. Ha promesso soluzioni e ha prodotto nuovi problemi. Se vogliamo evitare che il futuro sia soltanto la ripetizione più tecnologica delle tragedie del passato, bisogna tornare a pensare la pace non come una pausa tra due guerre, ma come il vero progetto politico del nostro tempo.


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