Il Business Breakthrough Barometer 2026 del WBCSD mostra che il 92% dei business leader considera la sostenibilità un vantaggio competitivo e l’89% continua a investire nella transizione climatica. Cresce però il timore di una “disorderly transition”: il 68% teme che instabilità normativa, tensioni geopolitiche e infrastrutture insufficienti rallentino la decarbonizzazione e ne aumentino i costi.
Nonostante le pressioni economiche e geopolitiche degli ultimi mesi, manager e dirigenti non frenano sulla sostenibilità, anzi. A fronte dell’aumento dei costi derivanti proprio, anche, dagli impatti della crisi climatica, continuano a investire in resilienza e decarbonizzazione, ma temono che le politiche non sostengano gli sforzi, bensì li frenino perchè non sostenuti da strategie di transizione ordinate e da stabilità normativa. È la fotografia scattata dal Business Breakthrough Barometer 2026 del World Business Council for Sustainable Development (WBCSD), network guidato dai massimi dirigenti di oltre 200 aziende internazionali, da cui emerge che per il 92% dei business leader, la sostenibilità rappresenterà un vantaggio competitivo nei prossimi cinque-dieci anni e che quasi nove aziende su dieci (89%) hanno mantenuto o aumentato gli investimenti nella transizione climatica nell’ultimo anno, nonostante un contesto caratterizzato da tensioni internazionali, inflazione e incertezza regolatoria.
Realizzato attraverso il coinvolgimento di oltre 500 imprese leader a livello globale, il report del WBCSD immortala il sentiment del settore privato in una fase cruciale per la transizione.
Il vero rischio, per il panel intervistato, non è tanto un arretramento dell’impegno delle imprese, bensì una transizione disordinata. Il 68% ritiene infatti oggi più probabile rispetto a un anno fa uno scenario in cui politiche incoerenti, frammentazione geopolitica, ritardi infrastrutturali e segnali di mercato contraddittori rallentino la decarbonizzazione, aumentando i costi per le aziende e riducendo l’efficacia degli investimenti già avviati.
La sostenibilità non viene più percepita principalmente come una risposta agli obblighi di compliance o alle aspettative degli stakeholder. Per un numero crescente di imprese rappresenta una leva di competitività, resilienza e creazione di valore nel lungo periodo. Non a caso stando ai dati emersi l’89% delle imprese intervistate ha mantenuto o aumentato gli investimenti nella transizione nell’ultimo anno, puntando soprattutto su soluzioni come energia pulita, elettrificazione, economia circolare e agricoltura rigenerativa, mentre il 38% ha rafforzato i propri target climatici nel 2025, il doppio rispetto all’anno precedente, e solo il 4% li ha ridotti.
Il rapporto racconta di un settore privato che non mette in discussione gli obiettivi climatici, ma che chiede ai governi un quadro politico e regolatorio più stabile e prevedibile per accelerare la diffusione delle tecnologie pulite e trasformare gli investimenti in risultati concreti.
La sostenibilità come fonte di resilienza e competitività industriale
Il Business Breakthrough Barometer evidenzia una trasformazione profonda nel modo in cui il mondo corporate interpreta la sostenibilità.
Per anni la transizione climatica è stata tendenzialmente associata alla responsabilità ambientale, agli impegni volontari delle imprese e alla pressione degli stakeholder. Oggi, secondo il WBCSD, la logica sta cambiando. Le soluzioni sostenibili stanno diventando sempre più strumenti per migliorare la resilienza operativa, ridurre i rischi e generare valore economico.
Come sintetizza il report, “le soluzioni che guidano la transizione non sono più alternative, ma stanno diventando le scelte più competitive, resilienti e sicure per le imprese”.
La sostenibilità entra quindi direttamente nelle strategie industriali e la decarbonizzazione resta una priorità strategica.
Nonostante un contesto globale caratterizzato da tensioni geopolitiche, inflazione e maggiore incertezza regolatoria, il settore privato non sta riducendo il proprio impegno finanziario sulla transizione.
L’89% dei leader aziendali dichiara infatti di aver mantenuto o aumentato gli investimenti in mitigazione, adattamento e resilienza nell’ultimo anno e il 38% delle aziende ha rafforzato i propri target climatici nel 2025 (il doppio rispetto all’anno precedente), mentre solo il 4% li ha indeboliti.
A guidare l’iniezione di capitali non è solo la conformità normativa, citata dal 52% degli intervistati, ma la resilienza e la gestione del rischio (52%), le future opportunità di crescita (46%) e una sempre più pressante domanda dei clienti (35%). Le aziende, quindi, non investono soltanto per rispettare meri obblighi di compliance, ma perché alcune delle tecnologie core della transizione stanno diventando vantaggiose anche dal punto di vista economico.
L’energia rinnovabile, ad esempio, viene considerata sempre più una leva per ridurre l’esposizione alla volatilità dei prezzi energetici; l’elettrificazione dei processi industriali e dei trasporti viene valutata come uno strumento per aumentare l’efficienza; la circolarità come un modo per ridurre la dipendenza dalle materie prime e rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento.

Tuttavia, parallelamente alla crescita degli investimenti aumentano anche gli impatti economici legati agli effetti del cambiamento climatico. Il 47% delle imprese ha registrato un aumento dei costi climatici nell’ultimo anno, determinato principalmente dalle conseguenze fisiche degli eventi estremi.
Gli effetti si manifestano lungo tutta la catena del valore: interruzioni delle forniture (54%), danni fisici alle infrastrutture, maggiore volatilità dei prezzi delle materie prime e aumento dei premi assicurativi (38%) stanno trasformando il rischio climatico in un elemento concreto di gestione aziendale.


Il clima entra quindi nei bilanci delle imprese non soltanto come rischio futuro, ma come costo già presente.
Cresce il timore di una transizione disordinata
È proprio questa crescente pressione economica a spiegare perché il tema della transizione disordinata occupi una posizione centrale nel Barometro. Per il WBCSD, una transizione disordinata non significa necessariamente un rallentamento degli obiettivi climatici, ma un percorso caratterizzato da politiche incoerenti, investimenti bloccati, infrastrutture insufficienti e segnali di mercato contraddittori.
Il dato più significativo è che il 68% dei business leader considera oggi più probabile una transizione disordinata rispetto allo scorso anno.
La percezione del rischio è estremamente diffusa. Il 98% delle imprese considera la transizione disordinata una minaccia per il proprio modello di business, mentre il 40% la definisce un rischio significativo o critico.
Eppure solo una quota ridotta di aziende si sente completamente preparata ad affrontare questo scenario: appena il 15% dei leader ritiene di avere strumenti sufficienti per gestire gli effetti di una transizione non coordinata.
La distanza tra ambizione e capacità di attuazione rappresenta quindi uno dei principali nodi della fase attuale.


Politica climatica: le imprese chiedono stabilità e prevedibilità
Uno degli elementi più rilevanti del rapporto riguarda il ruolo attribuito alle istituzioni pubbliche.
In un momento in cui il dibattito sulla transizione è spesso associato al tema della semplificazione normativa e della riduzione degli oneri regolatori, il messaggio delle aziende intervistate dal WBCSD è diverso: il settore privato chiede soprattutto stabilità e prevedibilità.
L’85% dei leader preferisce un rafforzamento delle politiche climatiche rispetto a ulteriori rinvii, mentre soltanto il 4% ritiene preferibile posticipare l’azione normativa.
Non solo. Il 37% delle imprese dichiara di essere disposto ad accettare costi più elevati nel breve termine se questo permette di ridurre i rischi futuri legati agli impatti climatici e alle interruzioni economiche.
La certezza regolatoria viene considerata una condizione essenziale per orientare gli investimenti: oltre la metà delle aziende (56%) indica infatti la chiarezza e la stabilità delle politiche di transizione come un fattore determinante nelle decisioni di investimento.
Secondo le imprese, senza un quadro coordinato a livello nazionale e internazionale, i principali rischi saranno l’instabilità delle catene di approvvigionamento, la volatilità dei costi energetici e l’aumento dei prezzi per i consumatori.


Energia, elettrificazione e circolarità: dove si concentra la nuova competitività
L’analisi settoriale del Barometro mostra che la sfida della transizione non riguarda più tanto la disponibilità delle tecnologie quanto la loro diffusione su scala industriale. Se in molti comparti le soluzioni a basse emissioni sono ormai competitive, persistono infatti colli di bottiglia infrastrutturali, costi elevati per le tecnologie più mature e un’incertezza normativa che continua a frenare gli investimenti.
Nel settore energetico, ad esempio, solare ed eolico rappresentano ormai il 90% della nuova capacità installata a livello globale, trainati soprattutto dalla Cina, che concentra il 62% delle nuove installazioni, contro il 12% dell’Europa e il 7% degli Stati Uniti. Il limite non è più rappresentato dalla competitività delle rinnovabili o dal costo delle batterie, ma dalla capacità delle reti elettriche di assorbire la nuova produzione. Nei Paesi sviluppati sono infatti quasi 3 TW i progetti in attesa di connessione, mentre la crescente domanda di elettricità alimentata da data center e intelligenza artificiale aumenta ulteriormente la pressione sulle infrastrutture.


Anche l’elettrificazione dei trasporti procede a velocità diverse. Nel 2025 i veicoli elettrici hanno raggiunto il 54% delle nuove immatricolazioni in Cina, contro il 31% in Europa e circa il 10% negli Stati Uniti. Per i costruttori, tuttavia, la vera criticità è rappresentata dall’incertezza delle politiche industriali: il rinvio di alcune misure sul phase-out dei motori endotermici in Europa e le modifiche agli incentivi statunitensi stanno costringendo molti produttori a finanziare contemporaneamente lo sviluppo delle motorizzazioni tradizionali e di quelle elettriche, con un conseguente aumento dei costi di investimento.
Più complessa resta invece la decarbonizzazione dei settori industriali ad alte emissioni, come acciaio e cemento. Nel comparto siderurgico alcune tecnologie già disponibili, come i forni elettrici, consentono di ridurre significativamente le emissioni, ma le soluzioni più innovative basate sull’idrogeno verde sono ancora frenate dagli elevati costi dell’energia pulita. Nel settore del cemento, invece, i progressi si concentrano soprattutto sull’impiego di materiali alternativi al clinker, il componente più emissivo del processo produttivo, mentre tecnologie come la cattura e lo stoccaggio della CO2 (CCUS) restano economicamente sostenibili solo con un forte sostegno pubblico.
Più selettiva anche l’evoluzione del mercato dell’idrogeno a basse emissioni. Nel 2025 gli investimenti globali sono scesi a 22,1 miliardi di dollari, in calo dell’11% rispetto al 2024 e di oltre il 50% rispetto al 2023. Il Barometro interpreta però questa dinamica non come un arretramento della tecnologia, bensì come una fase di consolidamento del settore: i progetti meno solidi vengono progressivamente abbandonati, mentre continuano a svilupparsi quelli sostenuti da basi industriali più robuste o da politiche pubbliche favorevoli.
Nel complesso, l’analisi dei diversi comparti conferma il messaggio del WBCSD: la transizione è entrata in una fase in cui la competitività delle tecnologie pulite è sempre meno in discussione. La sfida si concentra ora sulla capacità di creare le condizioni economiche, infrastrutturali e regolatorie necessarie per accelerarne la diffusione su larga scala.
La sfida: trasformare gli investimenti in risultati concreti
Il dibattito sulla sostenibilità d’impresa sta definitivamente cambiando. Se negli ultimi anni la sfida era dimostrare che la transizione climatica fosse compatibile con la crescita economica, oggi il nodo riguarda la capacità di trasformare gli investimenti già avviati in risultati concreti e scalabili. Per il WBCSD il problema non è più tecnologico, ma di architettura economica e politica.
Cruciale sarà il ruolo dei decisori pubblici. Le imprese chiedono innanzitutto meccanismi di sostegno all’offerta, indicati dal 35% dei leader intervistati, attraverso incentivi e strumenti fiscali in grado di ridurre il green premium delle tecnologie ancora meno competitive, come l’idrogeno a basse emissioni e la cattura e stoccaggio della CO2 (CCUS). Parallelamente, il 30% ritiene necessario rafforzare le politiche di creazione della domanda, tramite appalti pubblici verdi e requisiti di mercato che favoriscano materiali a basse emissioni come acciaio, cemento e fertilizzanti sostenibili.
Un’altra priorità riguarda gli investimenti nelle infrastrutture. Sempre il 30% degli intervistati individua nell’espansione delle reti elettriche, delle infrastrutture per l’idrogeno e delle reti dedicate alla CO2 uno dei principali fattori abilitanti della transizione, mentre numerose imprese sottolineano la necessità di armonizzare gli standard internazionali per ridurre la frammentazione normativa e facilitare il commercio di prodotti a basse emissioni.


Nel complesso, il Barometro fotografa un settore privato che non arretra rispetto agli obiettivi climatici, nonostante un contesto segnato da tensioni geopolitiche, volatilità normativa e impatti climatici sempre più frequenti. La sostenibilità non è più percepita come un costo da sostenere o un obiettivo reputazionale da perseguire, ma come una leva di competitività, resilienza e creazione di valore nel lungo periodo. Proprio per questo, conclude il WBCSD, il rischio maggiore non è che la transizione rallenti, bensì che proceda in modo disordinato. Evitare questo scenario richiederà un’azione coordinata tra imprese, governi e istituzioni internazionali, affinché le tecnologie già disponibili possano essere implementate alla velocità necessaria per coniugare competitività industriale e decarbonizzazione.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Valentina Carella
Source link






