Il Global Telecom Health Index 2026 di Kearney assegna al mercato italiano 52 punti e lo colloca in fondo alla classifica. Ricavi compressi, frammentazione e costi infrastrutturali riaprono il confronto sul consolidamento degli operatori.
di Luca Bernardi
L’Italia dispone di reti avanzate, investe nelle infrastrutture digitali e applica ai consumatori alcune delle tariffe telefoniche più competitive d’Europa. Eppure il suo mercato delle telecomunicazioni si colloca all’ultimo posto tra i 34 Paesi analizzati dal Global Telecom Health Index 2026 di Kearney.
Con un punteggio pari a 52, il sistema italiano non riesce a trasformare le proprie infrastrutture e gli investimenti sostenuti dagli operatori in ritorni economici adeguati. Il problema non riguarda quindi soltanto la qualità o la diffusione delle reti, ma la sostenibilità industriale dell’intero settore.
L’indice prende in considerazione cinque dimensioni: solidità finanziaria, capacità commerciale, livello tecnologico, contesto nel quale operano le imprese e percezione dei clienti. In testa alla graduatoria si trovano Emirati Arabi Uniti e Qatar, seguiti da Svezia, Norvegia e Svizzera.
Le difficoltà non riguardano esclusivamente l’Italia. La Germania occupa il terzultimo posto e il Regno Unito il penultimo, dimostrando che la dimensione economica di un Paese e la ricchezza del suo mercato non garantiscono automaticamente un settore delle telecomunicazioni sano.
Il paradosso delle tariffe basse
La lunga competizione sui prezzi ha offerto ai consumatori italiani servizi mobili e fissi a costi contenuti. Questa condizione, spesso presentata come un vantaggio assoluto, ha però progressivamente ridotto ricavi e margini degli operatori.
Le reti richiedono investimenti continui. La crescita del traffico dati, l’espansione della fibra, l’evoluzione del 5G, la sicurezza informatica e il consumo energetico delle infrastrutture comportano costi sempre più elevati. Se le entrate diminuiscono o rimangono ferme, le aziende dispongono di meno risorse per finanziare gli aggiornamenti futuri.
Il risultato è un settore che continua a essere indispensabile per la trasformazione digitale del Paese, ma fatica a produrre il valore necessario per sostenere quella stessa trasformazione.
Le telecomunicazioni vengono spesso percepite come una semplice utenza. In realtà rappresentano l’infrastruttura sulla quale si appoggiano servizi pubblici, imprese, piattaforme digitali, intelligenza artificiale, industria connessa e comunicazione.
Labriola: «È l’ultimo momento per decidere»
Pietro Labriola, amministratore delegato di TIM e presidente di Asstel, ha richiamato l’urgenza di una scelta sulla struttura industriale del settore.
Secondo Labriola, occorre decidere se l’Italia voglia operatori capaci di investire oppure un comparto destinato a un progressivo impoverimento. Il consolidamento, sostiene il manager, non dovrebbe continuare a essere valutato attraverso schemi elaborati vent’anni fa, ma essere considerato anche come uno strumento per ricostruire capacità di investimento e innovazione.
Il tema è particolarmente delicato. Ridurre il numero degli operatori può migliorare la sostenibilità economica e limitare la duplicazione degli investimenti, ma può anche indebolire la concorrenza e produrre conseguenze negative sui prezzi e sulla libertà di scelta degli utenti.
La vera questione non consiste quindi nello stabilire se la concorrenza sia positiva o negativa. Si tratta di trovare un equilibrio tra tutela del consumatore e possibilità, per le aziende, di sostenere il costo delle reti future.
Consolidamento, ma con quali regole?
Nel mercato italiano il processo di riassetto è già iniziato. Il completamento dell’operazione tra Poste Italiane e TIM ha modificato gli equilibri del settore, mentre continua a essere discussa la possibilità di ulteriori aggregazioni.
Tra le ipotesi ricorrenti compare quella di un avvicinamento tra Wind Tre e Iliad, anche se al momento resta uno scenario di mercato e non un’operazione definita.
Lo studio Kearney suggerisce che una frammentazione elevata possa essere associata a risultati peggiori non soltanto nel mobile, ma anche nelle reti fisse. Questo non significa che qualsiasi fusione produca automaticamente efficienza. Il consolidamento può liberare risorse e razionalizzare gli investimenti soltanto se accompagnato da impegni precisi sulla qualità, sulla copertura e sull’innovazione.
Il nodo delle frequenze
Un altro passaggio decisivo riguarda il rinnovo dei diritti d’uso delle frequenze mobili in scadenza alla fine del 2029. L’Agcom ha avviato una consultazione pubblica che resterà aperta fino al 5 ottobre.
L’Autorità propone di rinnovare fino al 31 dicembre 2037 i diritti relativi a diverse bande utilizzate per i servizi mobili, prevedendo obblighi per gli operatori in materia di investimenti, copertura, qualità e accesso alle reti da parte di altri fornitori.
Non è prevista una nuova asta. La determinazione degli importi che gli operatori dovranno versare spetterà al Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Anche questa decisione inciderà sulla capacità finanziaria del settore. Un costo eccessivo delle frequenze potrebbe sottrarre risorse agli investimenti; condizioni troppo favorevoli rischierebbero invece di non valorizzare adeguatamente un bene pubblico scarso.
Una crisi che riguarda l’intero sistema digitale
Il posto occupato dall’Italia nella classifica di Kearney non rappresenta soltanto un problema per gli azionisti delle compagnie telefoniche. Un settore indebolito può rallentare lo sviluppo delle reti, ridurre la qualità dei servizi e aumentare la dipendenza tecnologica del Paese.
La sfida è costruire un mercato nel quale gli operatori possano tornare a investire senza scaricare inefficienze e costi sui consumatori. Servono regole capaci di premiare gli investimenti reali, favorire la condivisione delle infrastrutture dove è utile e mantenere una concorrenza basata sulla qualità, non esclusivamente sulla riduzione delle tariffe.
L’Italia ha trascorso molti anni a discutere di come portare la connessione a tutti. Il nuovo problema è assicurarsi che chi costruisce e mantiene quelle connessioni disponga delle risorse per continuare a farlo.
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