Andy Burnham ha scelto le bollette per mostrare ai britannici che il cambio a Downing Street può produrre effetti immediati. Dal primo ottobre l’Iva sull’elettricità domestica passerà dal 5% a zero, con un risparmio medio stimato dal governo in circa 45 sterline l’anno per famiglia. È la prima misura economica del nuovo premier, entrato in carica il 20 luglio dopo le dimissioni di Keir Starmer, e contiene già gli elementi centrali del suo progetto: maggiore intervento pubblico, attenzione al costo della vita e provvedimenti facilmente riconoscibili dagli elettori.
Nelle stesse ore Burnham ha aperto anche il dossier europeo. Dopo un primo colloquio con il presidente del Consiglio europeo António Costa, Londra e Bruxelles hanno concordato di rafforzare la cooperazione in vista del secondo vertice tra Regno Unito e Unione europea, previsto entro la fine dell’anno. Costa ha parlato di relazioni che negli ultimi due anni hanno acquisito un nuovo slancio e ha ribadito che britannici ed europei sono “più forti insieme”.
Le prime ventiquattro ore del governo Burnham si sono così sviluppate lungo due direttrici. Sul piano interno, il nuovo premier ha promesso uno Stato più presente, capace di intervenire sull’energia, sulle abitazioni, sull’industria e sulla povertà. Sul piano internazionale ha assicurato continuità agli alleati, dal sostegno all’Ucraina agli impegni nella Nato, accompagnando questa linea con la disponibilità ad approfondire il rapporto con l’Ue.
Tra questi due fronti ci sono i mercati. Dopo le dichiarazioni di Burnham sull’utilizzo di tutta la flessibilità consentita dalle regole fiscali, il rendimento dei titoli di Stato britannici a dieci anni ha superato il 5%. Non si tratta ancora di una crisi di fiducia, ma di un avvertimento: gli investitori vogliono capire come il Labour intenda finanziare i “cambiamenti più profondi degli ultimi quarant’anni” promessi dal nuovo primo ministro.
Dalle bollette allo “Stato preventivo”: le prime misure di Burnham
L’abolizione dell’Iva riguarderà esclusivamente l’elettricità domestica, non il gas. Secondo le stime diffuse dal governo, il provvedimento costerà circa 850 milioni di sterline nell’esercizio finanziario 2026-2027 e potrà ridurre l’inflazione di circa un decimo di punto percentuale. Downing Street si aspetta che il beneficio venga trasferito integralmente dai fornitori ai clienti, compresi quelli che hanno sottoscritto contratti a prezzo fisso.
Per una famiglia con consumi medi, il risparmio dovrebbe fermarsi intorno alle 45 sterline all’anno. È una cifra limitata se confrontata con il livello delle tariffe energetiche britanniche. Il tetto regolato da Ofgem, l’autorità britannica di regolazione di gas ed elettricità, per un nucleo con consumi tipici è salito a 1.862 sterline annue, con un incremento del 13% rispetto al trimestre precedente. Il taglio fiscale riduce quindi la bolletta di poco più del 2%.
L’effetto politico è però più ampio di quello economico. Burnham interviene su una voce di spesa percepita quotidianamente da milioni di persone, senza aspettare gli effetti incerti di un piano industriale o di un programma di crescita. Il nuovo premier vuole dimostrare che il passaggio da Starmer al suo governo non si limita a un cambio di leadership, ma produce un vantaggio immediatamente misurabile.
La misura consente anche di segnare una discontinuità rispetto all’esecutivo precedente. La copertura iniziale dovrebbe arrivare dalla cancellazione del progetto nazionale per l’identità digitale promosso da Starmer, il cui costo era stato stimato in 1,8 miliardi di sterline nell’arco di tre anni.
Qui emerge la prima criticità. Il programma digitale avrebbe comportato una spesa temporanea, mentre l’azzeramento dell’Iva rischia di trasformarsi in una riduzione permanente delle entrate. Le risorse individuate possono finanziare il provvedimento nella fase iniziale, ma non garantiscono una copertura strutturale. Il governo ha rinviato al prossimo budget le decisioni relative agli esercizi successivi.
La scelta presenta inoltre una complicazione legata alla Brexit. L’azzeramento dell’Iva non potrà essere applicato automaticamente in Irlanda del Nord, dove gli accordi post-Brexit mantengono una parziale applicazione delle norme europee sui beni, compresa l’elettricità. Londra trasferirà quindi all’esecutivo nordirlandese risorse equivalenti, affinché possa offrire un sostegno comparabile alle famiglie.
Il secondo intervento annunciato da Burnham riguarda le persone costrette a dormire in strada. Il governo ha stanziato 340 milioni di sterline aggiuntivi per avviare un piano nazionale contro il ‘rough sleeping’, coinvolgendo autorità locali, sindaci, sistema sanitario e servizi sociali.
La lotta ai senzatetto è uno dei temi sui quali Burnham ha costruito la propria esperienza politica nella Greater Manchester. Ora vuole trasferire quel metodo su scala nazionale: intervenire prima che la fragilità abitativa si trasformi in emergenza sanitaria, giudiziaria e di ordine pubblico.
È il principio dello “Stato preventivo” evocato dal premier nel discorso di insediamento. Burnham sostiene che il settore pubblico debba investire nel successo delle persone, anziché limitarsi a pagare le conseguenze del fallimento sociale. Secondo le stime citate da Downing Street, una persona che vive stabilmente in strada può generare costi pubblici annuali superiori a 20 mila sterline, mentre un intervento di prevenzione efficace ne richiederebbe poco più di 1.400.
La distanza tra i due valori spiega il ragionamento economico che accompagna la scelta sociale. Più spesa iniziale può significare minori costi futuri per ospedali, polizia, tribunali e servizi di emergenza. La validità del modello dovrà però essere dimostrata al di fuori di Manchester, in territori caratterizzati da disponibilità di alloggi, amministrazioni e reti assistenziali molto differenti.
Il nuovo premier ha promesso anche interventi sull’istruzione, sulla salute mentale e sull’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Sono elementi di un disegno più ampio che Burnham intende presentare entro la fine del 2026 attraverso un piano decennale per lo sviluppo del Regno Unito. Ogni impegno, ha assicurato, sarà associato alle relative possibilità di spesa.
Il nuovo governo Labour tra spesa pubblica e prudenza fiscale
Il primo giudizio dei mercati è arrivato rapidamente. Dopo le dichiarazioni di Burnham sulla volontà di rispettare le regole fiscali utilizzandone però tutta la flessibilità, il rendimento dei Gilt, i titoli di Stato britannici, a dieci anni è salito oltre il 5%. Quello dei titoli trentennali ha raggiunto circa il 5,75%, mentre la sterlina ha inizialmente perso terreno.
L’aumento dei rendimenti non può essere attribuito interamente al cambio di governo. Sui mercati pesano anche le tensioni geopolitiche, il prezzo dell’energia e i timori di una nuova pressione inflazionistica. Il movimento segnala tuttavia la cautela con cui gli investitori osservano il nuovo corso laburista.
Burnham ha promesso di reindustrializzare il Regno Unito, rafforzare il controllo pubblico sui servizi essenziali, costruire più abitazioni sociali e decentrare il potere da Westminster. Tutti obiettivi che richiedono risorse, in un Paese con spazi fiscali limitati.
Alla fine di giugno il debito netto del settore pubblico britannico era vicino ai 2.990 miliardi di sterline, pari a circa il 95% del prodotto interno lordo. Nei primi tre mesi dell’esercizio finanziario il disavanzo ha superato le previsioni dell’Office for Budget Responsibility. La crescita resta debole e l’inflazione, pur lontana dai picchi raggiunti dopo il 2022, continua a essere superiore all’obiettivo del 2% fissato dalla Bank of England.
Tassi elevati aumentano la spesa per interessi e sottraggono risorse agli investimenti. Rendono inoltre più difficile rispettare le regole fiscali ereditate dall’ex cancelliera Rachel Reeves, che impongono di portare in avanzo il bilancio corrente e di ridurre le passività finanziarie nette in rapporto al Pil entro la fine del decennio.
La nomina di John Healey a cancelliere dello Scacchiere risponde alla necessità di rassicurare la City. Ex ministro della Difesa ed esponente considerato prudente sui conti, Healey ha il compito di trasformare le promesse di Burnham in un programma sostenibile. La sua scelta ha contribuito a contenere la pressione sulla sterlina dopo il primo nervosismo dei mercati.
Il nuovo governo combina figure legate alla tradizione socialdemocratica con ministri incaricati di garantire continuità istituzionale. Ed Miliband, già responsabile dell’Energia, è stato nominato ministro degli Esteri. Wes Streeting ha assunto la guida della Difesa, mentre Shabana Mahmood è stata confermata all’Interno. Louise Haigh è rientrata nell’esecutivo al Cabinet Office.
Diversi collaboratori stretti di Starmer, tra cui Rachel Reeves e David Lammy, sono invece usciti dal governo. Burnham marca così una discontinuità politica senza consegnare il Tesoro all’ala più radicale del Labour.
Il riavvicinamento all’Ue e la continuità su Ucraina e Nato
Il colloquio tra Burnham e António Costa ha riportato al centro il rapporto con l’Unione europea. Il presidente del Consiglio europeo ha parlato di un’“ottima prima chiamata” e ha annunciato che le due parti lavoreranno per rafforzare la cooperazione in vista del secondo vertice Ue-Regno Unito, previsto a Bruxelles entro la fine dell’anno.
Le congratulazioni arrivate dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dalla presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola si inseriscono nella stessa linea. Entrambe hanno insistito sulla necessità di rafforzare il partenariato tra Londra e Bruxelles, richiamando la sicurezza del continente, la prosperità economica e le opportunità per cittadini e imprese. Le istituzioni europee vedono nell’arrivo di Burnham la possibilità di consolidare il riavvicinamento avviato durante il mandato di Keir Starmer e di trasformarlo in una cooperazione più stabile.
Sul tavolo ci sono questioni concrete. Londra e Bruxelles devono proseguire i negoziati sull’energia, sulla riduzione dei controlli sanitari e veterinari per i prodotti agroalimentari, sul possibile collegamento tra i rispettivi sistemi di scambio delle emissioni e sulla partecipazione britannica ai programmi europei.
L’Ue ha aperto anche alla possibilità di un ritorno del Regno Unito in Erasmus+ dal 2027. Restano da definire i costi, le condizioni per gli studenti e il rapporto con un eventuale accordo sulla mobilità giovanile.
Per Burnham il dossier europeo è direttamente collegato alla promessa di reindustrializzare il Paese. Le imprese britanniche hanno bisogno di energia a prezzi più competitivi, catene di fornitura stabili e minori ostacoli commerciali con il principale mercato vicino. Il premier può mantenere formalmente le linee rosse del Labour – nessun ritorno immediato al mercato unico, all’unione doganale o alla libera circolazione – ma il suo programma economico lo spinge verso una crescente integrazione settoriale.
Il paradosso è evidente. Burnham vuole costruire un nuovo modello economico nazionale dopo quella che ha definito la “svolta negativa degli anni Ottanta”, ma per realizzarlo potrebbe avere bisogno di un rapporto più profondo con Bruxelles. L’accesso al mercato europeo dell’elettricità, per esempio, richiederebbe un maggiore allineamento normativo e probabilmente un contributo finanziario britannico.
L’Ue chiederà quindi risultati concreti, non soltanto dichiarazioni di disponibilità. Il secondo vertice bilaterale sarà la prima occasione per verificare se Burnham intende limitarsi alla continuità con Starmer oppure accelerare il riavvicinamento.
Sul resto della politica estera il nuovo premier ha escluso cambiamenti. Nel colloquio con Volodymyr Zelensky ha assicurato che il sostegno britannico all’Ucraina resterà “saldo” e che Londra continuerà a essere al fianco di Kiev. La risposta del Cremlino è stata immediata: Mosca ha dichiarato di non avere alcuna speranza di miglioramento delle relazioni con il Regno Unito.
Burnham ha parlato anche con Donald Trump, ribadendo la centralità della difesa e della sicurezza nella propria agenda. Ha confermato gli impegni britannici verso gli alleati e ha assicurato continuità nella Nato.
Questa linea ha anche una funzione economica. Un governo che promette una trasformazione profonda sul piano interno non può permettersi di aprire contemporaneamente fronti di instabilità con Bruxelles, Washington e l’Alleanza atlantica.
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