Truffa da 350mila euro alla Asl, per l’accusa è “un danno alla sanità abruzzese”. Termina cosi il processo a Di Egidio
È arrivata la prescrizione per il processo per truffa ai danni della Asl di Teramo in cui era imputato l’ex primario Vincenzo Di Egidio, all’epoca dei fatti, 2016-2018, dirigente medico responsabile della Uosd di Radiologia. L’udienza di oggi infatti ha chiuso il procedimento con una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione, pronunciata dal giudice monocratico Emanuele Ursini. L’accusa, nel dettaglio, era quella di falso in atto pubblico e truffa per un ammontare di circa 350mila euro per dispositivi medici pagati dall’azienda sanitaria ma, secondo la ricostruzione della Procura, mai utilizzati. Presìdi medici come cateteri, spirali e stent.
Essendo maturati i tempi dell’estinzione del reato, nella sua requisitoria il pm Stefano Giovagnoni ha chiesto proprio la dichiarazione di prescrizione, scongiurando che il giudice si potesse pronunciare quindi con una più favorevole sentenza di assoluzione. Esito invece auspicato dagli avvocati della difesa, Gianfranco Iadecola e Antonio Di Bitonto, che hanno chiesto la formula piena per non aver commesso il fatto. Ma così non è stato. Il processo si è chiuso solo per il decorso dei termini, perché è trascorso in sostanza un tempo eccessivo dalla commissione del reato.
«Un vero e proprio scandalo della sanità abruzzese», che non ha comportato solo un danno economico all’azienda e ai cittadini stessi, ma anche un grave vulnus all’immagine del sistema sanitario regionale. Secondo la ricostruzione del sostituto procuratore, infatti, dagli atti non emergevano elementi tali da consentire una pronuncia assolutoria e, al contrario, le prove raccolte dimostrerebbero la piena responsabilità dell’imputato, «al di là di ogni ragionevole dubbio». Da un lato Di Egidio avrebbe aiutato i rappresentanti commerciali delle società che forniscono i dispositivi ad alterare i documenti, consentendo l’utilizzo del proprio timbro e della propria firma e fornendo quindi un contributo determinante alla realizzazione delle condotte. Dall’altro, per alcuni degli episodi finiti sotto inchiesta, sarebbe autore materiale delle falsificazioni: Di Egidio avrebbe utilizzato documentazione relativa a dispositivi impiegati in interventi eseguiti a Pescara, per farli risultare invece utilizzati su pazienti teramani, consentendo così l’addebito dei relativi costi all’azienda sanitaria di Teramo. Per questi episodi il pm ha dichiarato che si può affermare «senza timore di smentita» che il medico sia stato «autore materiale delle falsificazioni».
Nella ricostruzione accusatoria, la responsabilità di Di Egidio sarebbe provata «al di là di ogni ragionevole dubbio» da una serie di riscontri documentali e testimoniali e da «fatti assolutamente incontestabili, essendo reati acclarati e provati circa la loro sussistenza oggettiva al 100%». Particolare rilievo viene attribuito alle dichiarazioni di Bruno Di Domizio, agente di commercio Medtronic che ha patteggiato, e di Sandro Ferrara, dipendente dello Studio Pacinotti e rappresentante dei prodotti Balt: entrambi infatti hanno tirato in ballo l’ex primario determinando, nella ricostruzione dell’accusa, una vera e propria chiamata in correità.
Di Domizio infatti ha ammesso l’esistenza di un accordo con Di Egidio, sostenendo di aver alterato i documenti con il suo consenso e utilizzando il suo timbro e la sua firma per far risultare impiantati dispositivi in realtà mai utilizzati. Ferrara, invece, ha descritto episodi analoghi relativi ai dispositivi Balt, indicando direttamente Di Egidio come autore materiale delle falsificazioni contestate. A supporto di tali dichiarazioni, la Procura ha richiamato la documentazione ospedaliera, l’ufficio Antifronde e Anticorruzione della Asl di Teramo, le verifiche e «le meticolosi indagini condotte della Guardia di Finanza di Teramo», le intercettazioni, i registri di sala operatoria e la tracciabilità dei dispositivi medici.
Una sistematica discordanza quindi tra i dispositivi realmente impiantati nei pazienti e quelli successivamente indicati nelle richieste di reintegro inviate alla farmacia ospedaliera, che avrebbe consentito l’acquisto e la fatturazione di materiale mai utilizzato, provocando «non solo un danno economico alla nostra comunità, visto che si tratta di soldi pubblici indebitamente introitati da multinazionali e dai loro fedeli operatori di zona, ma anche e soprattutto un danno alla sanità abruzzese».
Diverse le argomentazioni degli avvocati della difesa che nell’arringa hanno sostenuto invece che «è evidente che Di Egidio non ha commesso il fatto». A corroborare le proprie dichiarazioni, l’ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva parlato di assenza di indizi e il proscioglimento in appello per non aver commesso il fatto di quella che sarebbe stata complice dell’ex primario, Tiziana Di Natale. «Non si può non tenere conto di questo». Manca inoltre la questione del profitto: è da chiarire quali vantaggi abbia tratto Di Egidio da queste operazioni «visto che non risulta abbia intascato qualcosa». Le difese contestano anche le dichiarazioni dei due rappresentanti, Di Domizio e Ferrara: «Non sono attendibili, prima lo hanno discolpato, poi lo hanno tirato di nuovo in ballo e di ancora così. Ricordiamoci che avevano tutto l’interesse di farsi amica l’accusa visto che c’era in ballo il patteggiamento».
«Siamo convinti che si possa affermare con certezza che manca totalmente la prova della responsabilità dell’imputato e che la formula assolutoria nel merito per mancata commissione del fatto debba prevalere sulla causa estintiva del reato, cioè la prescrizione. Condividiamo il biasimo del pm perché sono condotte ai danni della collettività, ma non c’entra Di Egidio. La chiamata in correità non è una prova», hanno detto gli avvocati.
La pronuncia del giudice tuttavia, va detto, non equivale a un’assoluzione, ma stabilisce di non potersi procedere oltre solo perché sono maturati i tempi della prescrizione, lasciando inevitabilmente dubbi sulla reale posizione delle persone coinvolte. I difensori potrebbero infatti valutare l’appello per cercare di ottenere una reformatio in melius, vale a dire una pronuncia assolutoria nel merito in luogo della prescrizione.
Al di là dell’esito giudiziario, resta una vicenda che lascia un segno profondo sulla sanità pubblica. Una pagina che, comunque la si guardi, contribuisce a incrinare il rapporto di fiducia tra i cittadini e un sistema sanitario che dovrebbe garantire trasparenza, controllo e tutela.
Nikasia Sistilli
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