Roma, 28 agosto 2026 – C’è una frase che ritorna spesso quando si parla di relazioni sentimentali: per stare bene con qualcuno bisogna prima stare bene con se stessi. È diventata quasi una regola. Prima imparare a bastarsi, poi incontrare l’altro. Prima risolvere le proprie fragilità, poi costruire una relazione.
Ma forse stiamo chiedendo a questa frase di dire qualcosa che non dice.
Gli esseri umani non sono fatti per bastarsi. Una parte importante della nostra regolazione emotiva avviene nelle relazioni: cerchiamo conforto, conferme, vicinanza; la presenza dell’altro può modificare il nostro stato emotivo e persino il modo in cui percepiamo ciò che ci accade. Avere bisogno di qualcuno non è necessariamente il segnale di una dipendenza o di una scarsa autonomia. È parte della nostra natura sociale.
Soprattutto, stare bene con se stessi e stare bene con gli altri non sono due condizioni completamente separate, né necessariamente sequenziali. Entriamo nelle relazioni con la nostra storia, le nostre aspettative e il nostro stato del momento, ma le relazioni, a loro volta, modificano continuamente tutto questo.
Forse, allora, “stare bene con se stessi” non significa stare bene da soli. Significa qualcosa di più dinamico: avere una sufficiente possibilità di regolare e aggiornare il modo in cui rappresentiamo noi stessi, l’altro e ciò che sta accadendo tra noi.
Amare significa costruire un modello dell’altro
Una relazione romantica è un ambiente cognitivamente complesso. La persona che amiamo è contemporaneamente fonte di sicurezza e di incertezza, di gratificazione e frustrazione, di familiarità e sorpresa. Soprattutto, non è completamente prevedibile.
Eppure abbiamo bisogno di prevederla almeno un po’.
Nel corso di una relazione costruiamo progressivamente un modello dell’altro. Impariamo come reagisce, che cosa lo irrita, come manifesta affetto, quando tende a chiudersi, che cosa significa normalmente un suo silenzio. Attraverso centinaia di interazioni costruiamo aspettative che ci permettono di non dover interpretare ogni volta da zero ciò che accade.
Questa semplificazione non è un difetto del sistema. È ciò che rende possibile orientarsi nella complessità. Il problema nasce quando i modelli diventano troppo rigidi oppure, all’estremo opposto, troppo instabili.
Una buona regolazione relazionale potrebbe dipendere proprio da questo equilibrio: costruire modelli abbastanza stabili da attraversare l’incertezza e abbastanza flessibili da essere modificati dalla realtà.
Vedere l’altro quando qualcosa ci riguarda
Il problema è che la persona che amiamo non è uno stimolo qualsiasi.
Un’espressione distratta di uno sconosciuto può non avere alcuna importanza. La stessa espressione sul volto della persona che amiamo può modificare in pochi secondi il nostro stato interno. Quella persona fa parte del sistema di aspettative attraverso il quale costruiamo sicurezza, appartenenza e continuità.
Per questo nelle relazioni sentimentali siamo straordinariamente sensibili alle discrepanze. Conosciamo il modo in cui l’altro ci saluta, scrive, ci guarda, risponde. Senza rendercene conto costruiamo continuamente previsioni sul suo comportamento. E proprio perché abbiamo imparato quelle regolarità, ci accorgiamo immediatamente quando qualcosa non corrisponde.
“Di solito non fa così”.
È un’informazione importante. Sarebbe poco adattivo non accorgersene. La questione interessante comincia un istante dopo: quanto peso dare a quella differenza?
Un modello dell’altro serve proprio a questo. Ci permette di interpretare il comportamento presente alla luce di una storia. Se la persona che conosco da anni oggi è silenziosa, il suo silenzio entra in una rappresentazione che contiene migliaia di altre informazioni.
Ma il rapporto tra il segnale presente e quella rappresentazione non è costante. Dipende anche da noi.
Se sono tranquilla posso pensare: “È strano, vediamo che succede”. Se sono stanca, preoccupata o già insicura rispetto alla relazione, lo stesso silenzio può acquistare un peso completamente diverso.
Non perché improvvisamente io sia diventata irrazionale. Il cervello non attribuisce lo stesso valore a tutte le informazioni. Sistemi coinvolti nella rilevazione della salienza segnalano ciò che, in quel momento, potrebbe essere particolarmente importante; i sistemi attentivi ne privilegiano l’elaborazione; i processi di controllo, memoria e rappresentazione degli stati mentali contribuiscono a inserirlo, quando ci riusciamo, in un contesto più ampio.
Lo stress modifica questo equilibrio. Ci rende particolarmente sensibili a ciò che potrebbe richiedere una risposta. Non “spegne” una rete e ne accende un’altra: modifica dinamicamente il peso attribuito ai segnali e il coordinamento tra sistemi di salienza, attenzione, controllo e costruzione del significato.
E qui accade qualcosa di paradossale: possiamo diventare più attenti all’altro proprio mentre diventiamo meno capaci di vederlo nella sua interezza.
Notiamo una pausa nella voce, una parola insolita, un’espressione, il tempo trascorso prima di una risposta. L’altro occupa moltissima parte della nostra attenzione.
Ma attenzione ed empatia non sono necessariamente comprensione. Per comprendere l’altro dobbiamo fare qualcosa di più difficile: distinguere ciò che osserviamo da ciò che quello stimolo produce dentro di noi. La sua distanza dalla mia paura della sua distanza. Il suo silenzio dal significato che io gli attribuisco.
Non significa che una cosa non abbia nulla a che fare con l’altra. Potrei avere ragione. Quella distanza potrebbe davvero segnalare qualcosa.
La complessità consiste precisamente nel riuscire a tenere aperte entrambe le possibilità.
“Forse sta succedendo qualcosa tra noi.”
“Forse no.”
E soprattutto: “Non lo so ancora”.
Il cervello tra il presente e la storia
Quel “non lo so ancora” richiede un’operazione tutt’altro che passiva. Per comprendere un comportamento dell’altro dobbiamo integrare il segnale presente con ciò che sappiamo della persona, recuperare esperienze precedenti, rappresentarne possibili intenzioni e stati mentali, immaginare scenari alternativi.
Non esiste un singolo “centro” cerebrale che faccia tutto questo. È il risultato del coordinamento di sistemi distribuiti. Le reti frontoparietali partecipano al controllo flessibile e alla gestione di informazioni concorrenti; regioni associate alla default mode network contribuiscono alla memoria autobiografica, alla costruzione di scenari e alla rappresentazione degli stati mentali propri e altrui; i sistemi di salienza contribuiscono a stabilire che cosa, in quel momento, meriti priorità.
Il punto non è assegnare a ciascuna rete una funzione isolata. È capire come queste informazioni vengano integrate.
Per comprendere l’altro, il cervello deve riuscire a fare contemporaneamente due cose: accorgersi che qualcosa è cambiato e impedire che quel cambiamento diventi immediatamente l’intera storia.
Ma deve anche saper fare il contrario: riconoscere quando una serie di segnali non è più un’eccezione e il modello deve essere aggiornato.
La complessità, quindi, non consiste nel trovare sempre una spiegazione rassicurante. Consiste nel mantenere il modello abbastanza aperto da poter cambiare.
Lo spazio del non sapere
Forse è proprio questo spazio a diventare sempre più difficile da abitare.
Una volta, quando una persona usciva di casa, per alcune ore semplicemente non sapevamo dove fosse. Oggi possiamo sapere se è online, se ha letto un messaggio, se ha guardato una storia e, in alcuni casi, osservare la sua posizione muoversi su una mappa.
È facile leggere tutto questo soltanto come bisogno di controllo. Ma forse c’è qualcosa di cognitivamente più interessante: abbiamo trovato strumenti capaci di trasformare l’incertezza informazione.
“Non so dov’è.”
Guardo il telefono.
“Adesso lo so.”
E per un momento qualcosa si chiude.
Ma sappiamo davvero di più dell’altro? Conosciamo una posizione, non il suo significato. Sappiamo che ha letto, non che cosa abbia pensato. Sappiamo che è online, non perché non stia rispondendo a noi.
Il dato colma un vuoto informativo, ma non necessariamente il vuoto di significato.
E qui emerge una forma sottile di illusione del controllo: pensare che riducendo ciò che non sappiamo possiamo ridurre anche l’imprevedibilità dell’altro.
Non possiamo. Perché l’altro non è l’insieme delle informazioni che possiamo raccogliere su di lui.
Due persone, due modelli
C’è poi una complicazione ulteriore. Mentre io cerco di capire te, tu stai cercando di capire me. E quello che faccio sulla base della mia interpretazione modifica ciò che accadrà dopo.
Se interpreto il tuo silenzio come distanza, potrei chiederti insistentemente che cosa hai. Tu potresti sentirti controllato e allontanarti. Io vedrò il tuo allontanamento e penserò che la mia intuizione iniziale fosse corretta.
A quel punto diventa difficile stabilire dove sia cominciato il problema. Non perché “era tutto nella mia testa”. E neppure perché il tuo comportamento fosse necessariamente il segnale che avevo immaginato. È la relazione stessa ad avere prodotto una nuova configurazione.
Due persone non si limitano a osservarsi. Modificano continuamente proprio ciò che stanno cercando di comprendere.
È anche per questo che le relazioni possono regolarci o destabilizzarci. Una risposta dell’altro può ridurre la nostra allerta e restituirci la possibilità di interpretare con maggiore ampiezza ciò che sta accadendo. Oppure può aumentare l’incertezza e restringere ulteriormente il campo.
Il cervello che entra in una relazione non è quindi un osservatore isolato che raccoglie dati su un altro cervello. È parte del sistema che sta cercando di prevedere.
Allora, bisogna davvero stare bene con se stessi?
Forse sì, ma non nel senso in cui siamo abituati a pensarlo.
Non dobbiamo imparare a non avere bisogno degli altri. Non dobbiamo diventare autosufficienti prima di poter amare qualcuno. E non dobbiamo necessariamente risolvere ogni nostra fragilità prima di entrare in una relazione.
“Stare bene con se stessi” potrebbe significare qualcosa di più modesto e insieme più complesso: trovarsi, almeno abbastanza spesso, in una condizione che ci permetta di utilizzare la complessità disponibile.
Riuscire a lasciare uno spazio tra un segnale e la sua interpretazione. Tollerare per un po’ un errore di previsione senza doverlo risolvere immediatamente. Lasciare che ciò che sappiamo dell’altro dialoghi con ciò che stiamo scoprendo.
E, soprattutto, permettere alla relazione stessa di partecipare a questo processo.
Perché non arriviamo agli altri come sistemi già costruiti e perfettamente regolati. Ci costruiamo anche attraverso di loro. Ogni relazione modifica le nostre aspettative, il modo in cui distribuiamo l’attenzione, ciò che impariamo a considerare sicuro o minaccioso e i modelli con cui entreremo nelle relazioni successive.
L’intimità contiene necessariamente una quota di imprevedibilità. Possiamo conoscere profondamente qualcuno, ma il modello che costruiamo di lui non coinciderà mai completamente con la persona.
Forse è proprio questa una delle forme più difficili dell’amore: costruire una rappresentazione dell’altro abbastanza stabile da poterci affidare a essa e abbastanza flessibile da continuare a scoprire chi abbiamo davanti.
Stare bene con se stessi, allora, non è la condizione necessaria per non avere bisogno di qualcuno.
È, forse, una delle condizioni che ci permettono di averne bisogno senza smettere di vederlo.
E qualche volta è proprio essere visti dall’altro che ci aiuta a tornare a vedere meglio anche noi stessi.
* Professoressa associata di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione – Sapienza Università di Roma
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