Negli ultimi anni il dibattito sulla decarbonizzazione aziendale si è concentrato soprattutto sui meccanismi di compensazione delle emissioni attraverso l’acquisto di crediti di carbonio. Parallelamente, però, sta emergendo un approccio considerato da molti osservatori più integrato e strategico: il carbon insetting.

Il concetto nasce dall’esigenza di andare oltre la semplice compensazione esterna delle emissioni e intervenire direttamente all’interno della catena del valore aziendale. Invece di finanziare progetti climatici lontani dalla propria attività, le imprese investono dunque nella riduzione, rimozione o sequestro della CO₂ all’interno delle filiere da cui dipendono, generando benefici ambientali, economici e sociali lungo tutto l’ecosistema produttivo.

L’interesse verso il carbon insetting è cresciuto in particolare nei settori agricolo, agroalimentare, manifatturiero e forestale, dove gran parte delle emissioni deriva dalla supply chain e dalle attività dei fornitori. In un contesto in cui investitori, regolatori e stakeholder chiedono strategie climatiche sempre più credibili, l’insetting viene considerato uno strumento capace di collegare gli obiettivi di sostenibilità alla trasformazione concreta dei modelli produttivi.

Cos’è il carbon insetting

Il carbon insetting è una strategia di decarbonizzazione che consiste nel finanziare attività di riduzione, rimozione o sequestro delle emissioni di gas serra all’interno della propria catena del valore. La definizione più diffusa, promossa dall’International Platform for Insetting, descrive l’insetting come un insieme di interventi climatici realizzati nella filiera aziendale o negli ecosistemi direttamente collegati alla produzione.

In pratica un produttore alimentare può finanziare pratiche agricole rigenerative presso i propri fornitori; un marchio del lusso può sostenere programmi di gestione sostenibile degli allevamenti da cui acquista fibre tessili; un’azienda del caffè può investire nella riforestazione delle aree agricole da cui provengono le proprie materie prime.

L’idea di fondo è semplice: se gran parte delle emissioni si trova nella filiera, è nella filiera che occorre intervenire.

Carbon insetting e carbon credits: qual è il rapporto?

Sebbene molti progetti di carbon insetting possano generare crediti di carbonio certificabili, i due concetti non coincidono. I crediti rappresentano infatti uno strumento di quantificazione e valorizzazione dei benefici climatici ottenuti, mentre l’insetting identifica una strategia più ampia. Secondo l’International Platform for Insetting, questo approccio comprende infatti tutte le iniziative che generano benefici climatici, ambientali e sociali lungo la catena del valore, anche in assenza di crediti negoziabili. Interventi come l’agricoltura rigenerativa, l’agroforestazione, il ripristino degli ecosistemi o il supporto alle comunità agricole possono quindi rientrare nelle strategie di carbon insetting pur non essendo progettati per alimentare il mercato volontario del carbonio. In quest’ottica, i crediti rappresentano uno strumento possibile di misurazione e valorizzazione dei risultati, ma non l’elemento che definisce il successo di un progetto di insetting.

Differenza tra carbon insetting e carbon offsetting

Sebbene entrambi gli strumenti abbiano l’obiettivo di contribuire alla mitigazione del cambiamento climatico, il loro funzionamento è molto diverso. La differenza fondamentale riguarda il luogo in cui viene generato il beneficio climatico.

Nel carbon offsetting l’azienda acquista crediti derivanti da progetti esterni, spesso situati in aree geografiche completamente scollegate dal business. Il meccanismo consente di compensare emissioni residue ma non modifica necessariamente il funzionamento della filiera aziendale.

Nel carbon insetting, invece, l’investimento viene effettuato all’interno della catena del valore dell’impresa. Il progetto climatico coinvolge fornitori, produttori agricoli, territori di approvvigionamento o partner industriali direttamente collegati alle attività aziendali.

Per questo motivo molti esperti considerano l’insetting una forma di decarbonizzazione più strutturale in quanto non si limita a bilanciare le emissioni, ma cerca di ridurle alla fonte.

Carbon insetting e Scope 3: come funziona nella filiera aziendale

Il funzionamento del carbon insetting parte generalmente dall’analisi delle emissioni lungo la catena del valore. Molte organizzazioni scoprono infatti che la quota più significativa della propria impronta climatica non deriva dagli stabilimenti o dagli uffici, ma dalle emissioni indirette associate ai fornitori, ai trasporti, alle materie prime e all’utilizzo dei prodotti. Queste emissioni, classificate dal GHG Protocol come Scope 3, rappresentano spesso oltre il 70% dell’impronta carbonica complessiva di un’impresa.

Una volta individuati i punti critici della filiera, l’azienda può sviluppare programmi dedicati insieme a fornitori, agricoltori, cooperative, produttori locali o altri soggetti coinvolti nella catena di approvvigionamento. Gli interventi vengono poi monitorati attraverso metodologie di misurazione e verifica che consentono di quantificare le tonnellate di CO₂ evitate o assorbite.

Le normative e i riferimenti regolatori sul carbon insetting

Non esiste ancora una disciplina europea dedicata esclusivamente al carbon insetting, anche se il contesto normativo si sta evolvendo rapidamente. La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), gli standard ESRS e le richieste di trasparenza sulle emissioni Scope 3 stanno infatti spingendo le imprese a monitorare e ridurre gli impatti climatici lungo l’intera catena del valore.

In questo scenario l’insetting rappresenta uno strumento particolarmente interessante perché permette di collegare le strategie di decarbonizzazione alle attività operative e alle informazioni richieste dalla rendicontazione ESG.

Anche il dibattito sui mercati volontari del carbonio sta favorendo questa evoluzione. Negli ultimi anni infatti sono aumentate le richieste di maggiore integrità, tracciabilità e addizionalità dei progetti climatici, aspetti che molte iniziative di insetting riescono a garantire con maggiore facilità grazie al collegamento diretto con la filiera aziendale.

Come si verifica un progetto di insetting

Anche la verifica dei progetti di insetting è ancora in evoluzione. A differenza del mercato volontario dei crediti di carbonio, oggi non esiste uno standard internazionale unico dedicato esclusivamente al carbon insetting. Molte aziende scelgono però di affidarsi a verificatori indipendenti o di utilizzare metodologie riconosciute a livello internazionale per monitorare le riduzioni delle emissioni e i benefici ambientali generati. Sebbene infatti la verifica da parte di soggetti terzi non sia obbligatoria, rappresenta uno strumento sempre più importante per garantire trasparenza, credibilità e affidabilità delle iniziative intraprese.

Perché il carbon insetting sarà sempre più centrale nelle strategie ESG

La crescente attenzione verso le emissioni Scope 3, la pressione normativa europea e la domanda di maggiore credibilità nelle politiche climatiche stanno rendendo il carbon insetting uno dei temi più rilevanti del mondo della sostenibilità. Questo perché le aziende che oggi investono nella rigenerazione delle proprie filiere non stanno soltanto riducendo le emissioni, stanno costruendo supply chain più resilienti, proteggendo l’accesso alle materie prime e rafforzando la propria capacità di affrontare i rischi climatici futuri.

È proprio questa integrazione tra sostenibilità, gestione del rischio e competitività che spiega perché il carbon insetting sia considerato da molti osservatori la prossima evoluzione delle strategie di decarbonizzazione aziendale.

Vantaggi e svantaggi del carbon insetting per le aziende

Tra i principali vantaggi del carbon insetting c’è la possibilità di ridurre le emissioni intervenendo direttamente nella catena del valore aziendale, generando al tempo stesso benefici operativi e ambientali. A differenza della compensazione tradizionale, infatti, gli investimenti restano all’interno della filiera e possono contribuire a migliorare la resilienza delle forniture, la fertilità dei suoli, la produttività agricola, la tutela della biodiversità e la gestione delle risorse naturali. Questo approccio consente inoltre alle aziende di affrontare in modo più efficace le emissioni Scope 3 e di rafforzare la credibilità delle proprie strategie ESG agli occhi di investitori, clienti e stakeholder.

Tuttavia il carbon insetting presenta anche alcune criticità. Primo fra tutti il costo visto che i progetti richiedono generalmente investimenti iniziali più elevati rispetto all’acquisto di crediti di carbonio sul mercato, tempi di realizzazione più lunghi e una stretta collaborazione con fornitori e partner della supply chain. Inoltre, la misurazione e la verifica delle emissioni ridotte o del carbonio sequestrato possono risultare particolarmente complesse, soprattutto nei progetti agricoli, forestali e di rigenerazione degli ecosistemi, dove entrano in gioco numerose variabili biologiche e climatiche. Per questo motivo il carbon insetting viene considerato più una strategia di trasformazione e decarbonizzazione di lungo periodo che uno strumento rapido per compensare le emissioni residue.

I casi aziendali più interessanti di carbon insetting

Nespresso e l’agroforestazione nelle piantagioni di caffè

Tra i casi più significativi di carbon insetting a livello internazionale spicca quello di Nespresso, che dal 2014 ha integrato programmi di agroforestazione nelle proprie aree di approvvigionamento del caffè in collaborazione con PUR Projet e diversi partner locali. Nello specifico l’azienda ha introdotto milioni di alberi all’interno e attorno alle piantagioni in Paesi come Colombia, Guatemala, Etiopia e Costa Rica, con l’obiettivo di aumentare la capacità di assorbimento del carbonio, migliorare la fertilità dei suoli, proteggere le risorse idriche e rendere più resilienti le coltivazioni agli effetti del cambiamento climatico. Secondo i dati dell’International Platform for Insetting, al 2019 il programma aveva portato alla piantumazione di quasi tre milioni di alberi e coinvolto circa 8.000 agricoltori, mentre negli anni successivi il progetto è stato ulteriormente ampliato su scala globale. Oltre al sequestro di carbonio, il programma ha generato benefici diretti per la resilienza delle coltivazioni, grazie a interventi progettati per proteggere le fonti idriche, ridurre l’erosione dei terreni nelle aree collinari e migliorare la capacità delle piantagioni di adattarsi agli effetti del cambiamento climatico. L’introduzione di specie da frutto ha inoltre consentito a molti produttori di diversificare il reddito e ridurre la dipendenza economica dalla sola coltivazione del caffè.

Accor e la riforestazione delle filiere agricole

Plant for Planet, invece, è il progetto di insetting realizzato da Accor insieme a Pur Projet. L’iniziativa finanzia progetti agroforestali direttamente collegati alle filiere alimentari che riforniscono gli hotel del gruppo, sostenendo la piantumazione di alberi su terreni agricoli e la diffusione di pratiche rigenerative. Oltre a contribuire al sequestro della CO₂, il progetto punta a migliorare la qualità delle produzioni agricole, preservare suolo e biodiversità e rafforzare le economie locali. Secondo i dati riportati dall’International Platform for Insetting, il programma ha superato i sette milioni di alberi piantati in oltre 400 siti nel mondo, coinvolgendo più di 10.000 beneficiari diretti.

Kering e il cashmere sostenibile in Mongolia

Il carbon insetting sta trovando applicazione anche nel settore del lusso con Kering. Dal 2014 l’azienda porta avanti in Mongolia il South Gobi Cashmere Project, sviluppato insieme alla Wildlife Conservation Society, con l’obiettivo di rendere più sostenibile la produzione di cashmere a monte della propria filiera. Il progetto nasce per contrastare il degrado delle praterie causato dall’aumento del numero di capre e dagli effetti del cambiamento climatico, fenomeni che negli ultimi decenni hanno contribuito alla desertificazione di alcune aree del Paese. L’iniziativa coinvolge direttamente le comunità di allevatori attraverso pratiche di pascolo sostenibile, gestione dei terreni, tutela della biodiversità e miglioramento della salute animale. Parallelamente, Kering sostiene programmi di monitoraggio ambientale sviluppati con il contributo di organizzazioni scientifiche e università internazionali per valutare lo stato dei pascoli e favorire una gestione più efficiente delle risorse naturali. I primi risultati del progetto hanno evidenziato miglioramenti nella qualità delle fibre prodotte, nei redditi degli allevatori e nella conservazione degli ecosistemi delle steppe mongole.

L’Oréal e la filiera del burro di karité

Infine, tra gli esempi più interessanti di carbon insetting applicato alla filiera delle materie prime figura il progetto sviluppato da L’Oréal in Burkina Faso per la produzione sostenibile del burro di karité, ingrediente utilizzato in oltre 1.200 prodotti del gruppo e tra le principali materie prime botaniche impiegate dall’azienda. Nell’ambito del proprio programma di approvvigionamento solidale, L’Oréal ha collaborato con il fornitore Olvéa e l’impresa sociale locale Nafa Naana per migliorare le condizioni di lavoro delle comunità coinvolte nella raccolta delle noci di karité, attività che interessa circa 22.000 donne nel Paese africano. A partire dal 2016 il progetto ha integrato una componente climatica attraverso la distribuzione di fornelli migliorati in sostituzione dei tradizionali focolari a tre pietre utilizzati durante la lavorazione del karité. L’iniziativa ha consentito di ridurre significativamente il consumo di legna da ardere, contrastando la deforestazione e le emissioni associate. Secondo i dati dell’International Platform for Insetting, nel solo 2019 il programma ha evitato oltre 10.500 tonnellate di CO₂ equivalente e il taglio di più di 5.000 tonnellate di legna, coinvolgendo oltre 5.000 donne raccoglitrici. Oltre ai benefici climatici, il progetto ha generato importanti impatti sociali ed economici: la riduzione dei consumi energetici ha permesso un risparmio superiore a 345 milioni di franchi CFA per le famiglie coinvolte, mentre la diffusione delle nuove tecnologie ha contribuito a liberare oltre 40.000 ore di lavoro domestico non retribuito e a creare 31 posti di lavoro locali nella produzione delle stufe.

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Arianna De Felice

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