Quest’anno, durante i pochi giorni passati in Calabria a Polistena, ho incontrato Enzo D’Agostino. Enzo è un artista italiano attivo nel Regno Unito, fondatore e direttore di Atlas Space a Londra. Abbiamo vissuto insieme tutta l’infanzia; poi, da quando, poco più che bambini, abbiamo entrambi lasciato Polistena, ci siamo visti solo tre volte: una volta a casa sua a Chelsea, una volta a Milano a Palazzo Reale e quest’anno nella sua casa nella campagna tra Polistena e Cinquefrondi nella Calabria Ulteriore, dove Enzo vive ritirato, in sintonia con la natura e la sua poetica. Solo tre incontri in circa 60 anni, eppure quando ci siamo rincontrati abbiamo ripassato tutta la nostra vita come due amici sempre “entangled”.
Chi è Enzo D’Agostino
Enzo si è formato all’Accademia di Belle Arti di Roma e successivamente al Wimbledon College of Art di Londra. La sua ricerca si sviluppa tra pittura, disegno, fotografia, installazione e sperimentazione con materiali diversi, in particolare carta, tela, legno, argilla, porcellana e luce al neon. A Londra nel 1988 fonda Atlas Space, spazio dedicato all’arte contemporanea, che dirige fino al 2020. L’attività di artista si intreccia, quindi, per oltre trent’anni, con quella di promotore e organizzatore culturale. La sua esperienza assume presto una dimensione internazionale. Tra il 2007 e il 2010 lavora negli Stati Uniti, con base a Santa Fe, New Mexico; dal 2012 al 2019 opera, invece, in Cina, soprattutto a Jingdezhen, centro storico della produzione della porcellana.
La filosofia “un-contemporary” di Enzo D’Agostino
La sua poetica si sviluppa progressivamente come una critica dall’interno al sistema dell’arte contemporanea. Alla levigatezza dell’opera, alla spettacolarizzazione e ai meccanismi di legittimazione istituzionale contrappone una pratica volutamente essenziale, linee imperfette, tracce, frammenti, errori lasciati visibili e una scelta di materiali elementari. È significativo il suo invito a essere deliberatamente “un-contemporary”, cioè a sottrarsi alle aspettative del gusto contemporaneo dominante: “Siate non-contemporanei quanto vi sentite di esserlo. Siate fermi nella ricerca della vera bellezza e della verità e determinati quanto più potete”. In questo atteggiamento affiorano riferimenti alla tradizione rinascimentale italiana e alla pittura francese dell’Ottocento, assunti non come modelli nostalgici, ma come strumenti per recuperare categorie quali bellezza, verità e autenticità dell’esperienza artistica.
Il rapporto tra opera e artista secondo D’Agostino
Nei suoi scritti più recenti D’Agostino utilizza il termine “artcality” per definire una coincidenza sempre più radicale fra artista e opera. L’opera non deve necessariamente arrivare alla completa materializzazione: può essere custodita, sviluppata interiormente e manifestarsi soltanto attraverso frammenti o segni essenziali. Quasi un’eco dell’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1902), dove Benedetto Croce sostiene che l’opera d’arte coincide essenzialmente con l’intuizione-espressione interiore dell’artista. La realizzazione materiale – dipingere il quadro, scolpire la materia, scrivere materialmente i versi – appartiene, invece, al momento tecnico e pratico della comunicazione. In questa prospettiva, l’opera può essere pensata come artisticamente compiuta già nell’intuizione-espressione, prima della sua piena estrinsecazione materiale. Ma attenzione, D’Agostino è lontano dall’arte concettuale; forte è, al contrario, il richiamo alla tradizione italiana.
La storia dell’arte nella ricerca di Enzo D’Agostino
L’opera Romantic Face nasce da una lunga genealogia del volto e dell’interiorità: affonda le radici nella pittura prerinascimentale, nutrita dalla tradizione bizantina, trova nel Romanticismo francese dell’Ottocento la propria piena consapevolezza culturale ed esistenziale e prosegue nella modernità fino alla soglia dell’arte contemporanea globalizzata. Il termine “romantico” va pertanto inteso non come categoria cronologica, ma come categoria antropologica: è il volto dell’uomo che ha assunto la propria interiorità e ne porta i segni. È una concezione che D’Agostino aggiorna nel presente, fino ad assumere quasi la figura dell’artist-warrior-monk, l’artista-guerriero-monaco che sceglie l’autonomia, la disciplina e persino il ritiro rispetto al sistema dell’arte. L’opera diviene così meno un oggetto destinato al mercato che una forma di testimonianza esistenziale.
Un’arte contemporanea che dubita del contemporaneo
Nel periodo cinese realizza, tra gli altri lavori, Withdrawal (2014), costituito da nove pannelli in porcellana di 60 × 60 cm con iscrizioni e immagini riconducibili al ciclo Romantic Face. Il titolo, “ritiro”, è già programmatico: evoca il distacco dal sistema dell’arte e la ricerca di una diversa possibilità di sopravvivenza della pratica artistica. D’Agostino può essere collocato in quella linea dell’arte contemporanea che arriva a mettere in discussione la contemporaneità stessa come categoria normativa. Il suo lavoro non consiste semplicemente nel produrre oggetti ma nell’interrogare le condizioni che rendono ancora possibile l’esperienza artistica. “L’arte non è più ciò che pensavate che fosse. La maggior parte delle narrazioni e delle strutture contemporanee rappresentano un tentativo di mascherare il cadavere del sistema dell’arte che ha dominato a partire dal secondo dopoguerra, cercando di continuare a esercitare il proprio controllo su una consistente quanto ingenua schiera di collezionisti e di mantenere una bandiera ideologica ingannevole per le masse, ancora soggette al fascino del carisma dell’arte”.
Enzo D’Agostino in bilico tra due poli
Il punto più interessante della sua ricerca sta forse proprio nella tensione tra questi poli, da un lato una formazione pienamente interna alla cultura dell’arte contemporanea internazionale e dall’altro il progressivo tentativo di sottrarsi ai suoi dispositivi di riconoscimento. Ne deriva una posizione paradossale: essere contemporanei attraverso il rifiuto di ciò che il sistema definisce contemporaneo. È in questo spazio che acquistano senso l’imperfezione deliberata del segno, il ritorno alla manualità, la ricerca della bellezza e soprattutto l’idea che l’opera possa precedere — o addirittura fare a meno — della propria trasformazione in oggetto.
Il sistema dell’arte contemporanea secondo D’Agostino
La tesi di D’Agostino è radicale: l’arte contemporanea è un sistema autoreferenziale che sopravvive alla propria morte attraverso le istituzioni che la legittimano – curatori, musei, gallerie, banche, sponsor, grandi manifestazioni. L’opera non ha più un valore autonomo; è il sistema a stabilire preventivamente ciò che deve essere riconosciuto come arte.
Qui c’è un’intuizione tutt’altro che banale. Ricorda, portata all’estremo, la questione del “mondo dell’arte”, di cui in molti articoli si è occupata anche Artribune. L’oggetto diventa arte perché una rete di istituzioni, discorsi e specialisti lo riconosce come tale. L’autore, però, rovescia questa constatazione sociologica in un’accusa: il sistema non legittima più l’arte, la tiene artificialmente in vita.
Recuperare la tradizione per superare la contemporaneità
Ancora più interessante è la soluzione avanzata. Non si tratta semplicemente di tornare alla pittura figurativa, ma di proporre qualcosa di più complesso, un recupero del Rinascimento e dell’Ottocento, l’utilizzo di materiali elementari, l’imperfezione, la manualità, il sentimento, la bellezza e la verità, introducendo anche “one stranger element”, un elemento estraneo — nel suo caso il neon. Non si tratta di un programma reazionario, ma piuttosto di un tentativo di uscire dalla contemporaneità attraverso un anacronismo volontario. D’Agostino non è un artista nostalgico della tradizione, ma la usa come dispositivo critico contro l’ideologia della contemporaneità. E in questo ricorda Pasolini, per quella contraddizione irrisolta tra appartenenza e rifiuto della contemporaneità. L’arte sgorga da quello “scandalo del contraddirmi” (da Le Ceneri di Gramsci): si può davvero uscire dall’arte contemporanea, oppure ogni gesto di uscita viene immediatamente trasformato dall’arte contemporanea in una delle proprie possibilità? Lascio Enzo nelle campagne dell’Aspromonte con questa domanda in testa. Spero di non dover attendere altri vent’anni per ritornare a parlarne con lui.
Domenico Ioppolo
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