Il luogo non è casuale. La Casa Museo Pogliaghi e il contesto del Sacro Monte diventano parte integrante del dispositivo dell’incontro: uno spazio pensato per favorire ascolto e reciprocità, dove nel pomeriggio sono previste anche visite alla scoperta della realtà museale. Si è svolta questa mattina, 20 giugno, la seconda edizione dei Dialoghi del Sacro Monte, appuntamento promosso da PS Factory e Varese News, in partenariato con il Comune di Varese, la Fondazione Comunitaria del Varesotto e altri soggetti del territorio. Un evento costruito attorno a una convinzione dichiarata già nel titolo- sottotesto: “Dove non c’è dialogo subentrano le armi”.
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A introdurre la mattinata è stato ricordato, dall’Assessore della cultura del Comune di Varese, Enzo Laforgia, il senso profondo del “dialogo” come pratica non scontata. Una pratica insieme filosofica e politica, che implica una condizione preliminare: la disponibilità a,mettersi in discussione. Il dialogo, in questa prospettiva, non è mai neutro né semplice. È una forma di “negoziato concettuale” con l’altro, e proprio per questo può risultare destabilizzante.
Laforgia ha giustamente richiamato anche il pensiero di Edgar Morin e i suoi “sette saperi necessari all’educazione del futuro”, in particolare il sesto: insegnare la comprensione. Un richiamo che attraversa tutta la mattinata come orizzonte implicito: la necessità di costruire condizioni di reciproca comprensione tra esseri umani, soprattutto in un tempo in cui il conflitto tende spesso a sostituire la parola.
Accanto a questo, il senso della giornata è stato ribadito anche dai saluti istituzionali. Il Sacro Monte viene descritto come un luogo che invita alla relazione e all’ascolto, mentre il dialogo viene definito come “ago e filo” delle relazioni sociali. In un’epoca segnata da una comunicazione potenzialmente illimitata, soprattutto attraverso i social, emerge infatti un paradosso: più aumentano gli strumenti per parlare, più sembra ridursi la capacità di dialogare davvero. Anche l’intelligenza artificiale generativa viene evocata come strumento ambivalente, capace di aprire nuove possibilità ma anche di rafforzare forme di autoreferenzialità se non accompagnata da una reale cultura dell’ascolto.
Dentro questo quadro si inserisce la mattinata di interventi, che si è sviluppata come un attraversamento progressivo di alcune delle principali linee di trasformazione del presente globale.
Tecnologia: tra economia e politica
Alessandro Aresu apre il percorso spostando subito il livello del discorso: il mondo non si comprende più soltanto attraverso Stati e diplomazie, ma attraverso la relazione sempre più stretta tra potere politico, infrastrutture tecnologiche e capacità di produrre immaginario.
Le tecnologie non sono più uno sfondo neutro, ma un campo di competizione geopolitica. E insieme alle tecnologie si muovono anche le narrazioni: chi definisce il futuro, chi lo rende credibile, chi lo rende desiderabile. La geopolitica diventa così anche una lotta per l’immaginazione del mondo.
Città per tutti o enclave per pochi?
Elena Granata riporta il discorso a terra, nello spazio concreto delle città. La domanda è semplice e radicale: le città contemporanee restano luoghi di vita comune oppure stanno diventando sistemi di selezione sociale sempre più rigidi? Il rischio descritto è quello di una città che perde la propria funzione di spazio condiviso e si frammenta in porzioni separate, dove l’accesso alla casa, ai servizi e perfino alla mobilità diventa una linea di disuguaglianza.
La città, in questa prospettiva, non è solo urbanistica: è una forma di società. E il modo in cui la si progetta coincide con il tipo di convivenza che si immagina possibile.
La Cina di oggi non è la Cina di ieri
Con Simone Pieranni il quadro si sposta verso est, dove la Cina appare non come un singolo attore, ma come una trasformazione storica in corso.
Dalla crescita accelerata degli ultimi decenni alle nuove forme di consolidamento tecnologico e politico, la Cina viene presentata come un laboratorio sistemico: produzione, controllo, innovazione e proiezione globale si intrecciano senza soluzione di continuità.
Più che una semplice potenza economica, emerge un sistema complesso. Un elemento particolarmente significativo riguarda il presente: una crescente insicurezza sul futuro anche da parte della popolazione cinese, insieme al tema della disoccupazione giovanile, che non è più solo una questione occidentale. Un dato che costringe a ripensare gli equilibri globali e le categorie con cui li interpretiamo.
IN-Africa c’è IN-novazione
Martino Ghielmi apre uno sguardo diverso sul continente africano, spesso raccontato attraverso categorie semplificate e riduttive. L’Africa che emerge è invece un insieme di dinamiche complesse, in cui l’innovazione tecnologica e imprenditoriale ha un ruolo crescente.
Il punto centrale è il rapporto tra Europa e Africa: ancora sbilanciato e spesso filtrato da stereotipi reciproci. Ghielmi propone di ripensarlo come relazione di scambio, più che come dinamica di assistenza.
In questo quadro si inserisce l’esempio di INAfrica, un progetto che mette in relazione realtà europee e africane nella costruzione di filiere e processi produttivi condivisi. Il tema non è solo economico, ma culturale: riguarda il modo in cui si immaginano sviluppo, tecnologia e autonomia.
Chi ci racconta davvero l’Iran?
Con Farian Sabahi il discorso si sposta sul Medio Oriente e in particolare sull’Iran, raccontato attraverso uno sguardo insieme accademico e personale. Una voce che intreccia biografia e analisi, esperienza diretta e ricostruzione storica.
L’Iran emerge come una società stratificata: giovane, istruita, attraversata da pluralità linguistiche e culturali, spesso ridotta nel dibattito internazionale a immagini rigide e polarizzate.
La rivoluzione del 1979 viene riletta non come evento lineare, ma come intreccio di forze politiche e sociali differenti. La guerra Iran-Iraq, invece, appare come una ferita ancora viva, spesso poco presente nella memoria occidentale.
Il presente è dominato anche da un ulteriore livello di conflitto: quello delle narrazioni. Le guerre non si combattono solo sul campo, ma anche nella costruzione dell’informazione, nelle immagini, nei media e nelle tecnologie che contribuiscono a definirne il senso.
La cultura per dividere o per dialogare?
A chiudere la mattinata è Stefano Baia Curioni, con una riflessione che in qualche modo riannoda e sposta tutto il percorso.
La cultura viene descritta non come soluzione, ma come condizione. È centrale nella vita umana e civile, ma non ha una funzione automatica di armonizzazione del mondo. È uno spazio simbolico fatto di linguaggi, interpretazioni e stratificazioni storiche.
Non è uno strumento neutro né un principio salvifico: è il luogo in cui le società si raccontano, si riconoscono e spesso si fraintendono.
Un mondo che non si lascia più riassumere
Alla fine della mattinata, ciò che resta è la consapevolezza di una complessità che non può essere compressa in narrazioni lineari. Il mondo contemporaneo non si lascia più ridurre a schemi semplici: richiede uno sguardo olistico, capace di mettere in relazione piani diversi, collegare i punti e attivare connessioni.
È questo, in fondo, il tentativo che attraversa l’intera mattinata: provare a costruire una grammatica comune per leggere il presente, anche quando questa grammatica resta inevitabilmente incompleta. Forse, però, la sfida più grande non è solo mettere in dialogo le conoscenze. È mettere in dialogo noi esseri umani.
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